L’equilibrio instabile del Congo
Il ritiro delle truppe di Ruanda e Uganda dalle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo e gli accordi fra il governo congolese e i principali movimenti ribelli interni, sostenuti anche dai due paesi confinanti, risalgono ormai al 2002-2003. Da allora i cittadini congolesi hanno approvato per referendum una nuova Costituzione nel dicembre 2005 e 2006 e hanno quindi confermato al potere Joseph Kabila nelle elezioni presidenziali in due turni del 2006 – le prime dopo più di quarant’anni.
Un’interminabile guerra civile
Vittorioso in una consultazione travagliata da violenze, specialmente nella regione del Kasai, ma sdoganata da una folta presenza di osservatori internazionali, Kabila era già al vertice del paese dal 2001, dopo che una guardia del corpo aveva assassinato suo padre, Laurent Kabila, il veterano della politica nazionale che nel 1998 aveva preso il potere, sull’onda di una ribellione mossa dalle regioni orientali e con fondamentali appoggi militari ruandesi e ugandesi, dopo la caduta del presidente-dittatore Mobutu Sese Seko.
Tuttavia l’Est del paese resta preda di una situazione di pratica guerra civile, con una capacità ridotta del governo centrale di controllare il territorio e la nebulosa di gruppi armati legati a interessi di vario tipo, comprese realtà etnico-regionali e forze legate ai paesi vicini, Ruanda e Uganda in primo luogo. Le conseguenze per la popolazione civile intrappolata in questa logica inestricabile di conflitto fra poteri diversi, nessuno sufficientemente forte per mettere fuori gioco gli altri in maniera durevole, sono devastanti in termini di vittime, profughi interni e oltreconfine, danni ulteriori alle infrastrutture di base già provate da anni di conflitti, sconvolgimento dell’assetto degli insediamenti.
Lo scorso aprile gli scontri fra truppe governative e le Forces démocratiques de libération du Rwanda (Fdlr), composte da militari fuoriusciti del vecchio regime ruandese e alleate con milizie hutu, hanno causato vittime e migliaia di sfollati nella provincia del Nord-Kivu. Si è trattato di un conflitto fra ex-alleati, divenuti nemici dopo che il governo di Kinshasa aveva concluso in gennaio un accordo di pace con alcuni gruppi di opposizione armata. Particolarmente attivo era quello del generale ribelle Laurent Nkunda che, a capo di una forza di tutsi del Kivu – vicina al governo ruandese – animava da fine 2006 una virulenta campagna di attacchi contro l’esercito nazionale e le truppe Onu, che aveva provocato almeno 50 mila profughi civili.
Come presupposto per i negoziati di gennaio, sfociati in una road-map per il disarmo e la pacificazione di Nord e Sud-Kivu, il governo aveva promesso un’amnistia per gli atti di belligeranza successivi al giugno 2003 – data del dispiego della forza di pace Onu – ma con esclusione dei crimini di guerra e contro l’umanità, clausola che ha permesso di riabilitare Nkunda, ma che ha compromesso il rapporto con Fdlr e milizie hutu, imputati di atrocità contro i civili e atti di genocidio. In maggio due fra le minori formazioni ribelli hutu hanno accettato di deporre le armi, dietro pressioni congiunte dei governi di Kinshasa e del Ruanda, ma il Fdlr ha invece messo a segno una serie di attacchi devastanti contro i campi-profughi, incluso uno a inizio giugno che ha causato sei morti e almeno 5 mila sfollati.
Instabilità strutturale?
Ma altri fattori complicano la questione della conflittualità cronica del Congo orientale. In giugno sono cresciute le attività legate alle infiltrazioni della Lord’s Resitance Army, il famigerato gruppo ribelle ugandese che il mese scorso si è rifiutato di sottoscrivere l’accordo di pace offerto da Kampala. Si profilano anche gli effetti destabilizzanti di una contesa di frontiera con l’Uganda, che si manifesta a intermittenza ormai da tempo. In maggio Kampala ha accusato le truppe congolesi di aver spostato le barriere di confine dentro il territorio ugandese.
La vera ragione delle tensioni fra i due paesi è il controllo delle riserve petrolifere del Lago Alberto, a cavallo della frontiera, che già ha provocato incidenti che hanno coinvolto tecnici della compagnia petrolifera irlandese Tullow Oil. Quest’ultima, insieme alla Heritage Oil, ha concluso accordi di estrazione con ambedue i governi e cerca ora di difendere, con poche speranze, il progetto di creare una rete unica per la raccolta del greggio, scelta dal suo punto di vista più economica ed efficiente contro la determinazione dei due paesi ad avere reti separate, a ovvia tutela delle rispettive pretese territoriali. Arrivo recente nel campo bizantino della politica mineraria africana, la Tullow si è alienata i favori del potente ministro congolese del petrolio, Lambert Mende, che ha impugnato la concessione firmata nel 2006 e accusa ora le due compagnie di attività filo-ugandesi e di responsabilità nella situazione molto deteriorata della sicurezza nella provincia dell’Ituri e strizza invece l’occhio a un consorzio petrolifero sudafricano.
Pretoria è ormai da tempo un astro in ascesa negli ingenti interessi legati allo sfruttamento delle materie prime congolesi, ha abbondantemente sopravanzato come partner commerciale l’antico ruolo del Belgio – ridottosi dopo che la Union Minière ha lasciato negli anni ’90 i giacimenti del Katanga – che del resto è stato anche superato dalla Cina come dimensioni di investimento nel paese.
In un quadro di instabilità strutturale degli equilibri di potere nel paese, del tutto parcellizzati su basi provinciali e locali, la redistribuzione delle chiavi di accesso alle risorse generate dallo sfruttamento delle materie prime è ovviamente lo strumento cardine di creazione di consenso politico. Nei primi mesi del 2008 Kabila ha proceduto ad una straordinaria manovra di consolidamento della rete patronal-clientelare di cui è a capo, sostituendo con uomini propri i vertici di ben 37 imprese di stato nei settori di miniere, energia, trasporti, finanza pubblica. L’ente nazionale per l’elettricità è stato dato a Eugène Serufuli, già governatore del Nord-Kivu e leader di una delle milizie hutu, per compensarlo di non aver riottenuto la guida della sua provincia.
Ma le basi di consenso di cui Kabila può disporre, nonostante l’indubbia legittimazione venuta dalle ultime elezioni sono comunque fragili e sottoposte a continue spinte di rinegoziazione ad opera di interlocutori che godono di larga discrezionalità nella gestione delle proprie basi di potere personale e non esitano ad esibire questa autonomia per rafforzare la propria capacità contrattuale nei confronti del centro. Questa continua rinegoziazione non riguarda solo periferie importanti, ma tutto sommato remote dello stato, come quelle orientali.
Minaccia radicale
I primi mesi del 2008 hanno visto il potere centrale sfidato nelle vicinanze immediate della capitale, Kinshasa. Truppe governative e polizia sono intervenute con violenza a reprimere le attività del movimento politico-religioso Bundu dia Kongo (Bdk) nella provincia del Bas-Congo, che predica la riunificazione delle genti di lingua kikongo, le quali occupano una vasta regione prospicente l’Atlantico, ma le cui terre sono suddivise fra Angola, Congo-Kinshasa, Congo-Brazzaville, Gabon e enclave angolana di Cabinda. Negli ultimi quindici anni, il Bdk, costituito nel 1969, ha interpretato le istanze particolaristiche montanti nel Bas-Congo e del resto largamente condivise e strumentalizzate dall’establishment politico locale, compreso lo stesso presidente dell’assemblea provinciale. Il leader del Bdk, Ne Muanda Nsemi – ora agli arresti – è membro del parlamento nazionale e il presidente Kabila ha di fatto tollerato le attività del movimento, riconosciuto come organizzazione sociale legalmente operante, finché i suoi adepti non hanno dato luogo a violente azioni xenofobe, attaccando i residenti non-kongo, compresi i dipendenti dello stato e anche le altre comunità religiose. La repressione governativa è stata particolarmente dura (almeno 100 morti) e a fine marzo il Bdk è stato messo fuori legge e i principali leader arrestati.
Quello dei kongo è l’unico nazionalismo etnico di questa parte dell’Africa che metta in discussione i confini statali, esprimendo un’alternativa radicale alla geografia politica consolidata dalla colonizzazione e continuata dall’indipendenza. Ma un confronto protratto con questa forza tanto radicata nel cuore demografico e infrastrutturale del paese sarebbe impensabile per il governo di Kabila. Il dato cruciale è che non si tratta del ribellismo di una provincia lontana, bensì della regione immediatamente a ridosso della capitale, Kinshasa e che, paradossalmente, il consenso dei nostalgici della ricostituzione dell’antico regno del Kongo è del tutto vitale per la sopravvivenza del pur traballante patto nazionale che il paese è riuscito con estrema fatica a rinegoziare dopo anni di guerra devastante.
