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Kosovo

L’ambiguità congelata

29 Apr 2008 - Miodrag Lekic - Miodrag Lekic

Il centenario dell’annessione della Bosnia Erzegovina da parte dell’Impero austro-ungarico avrebbe potuto suscitare una riflessione non solo su quell’evento storico, ma forse anche sull’attuale situazione nei Balcani. Ricordiamo che, nel 1908, Vienna ha annesso una provincia multietnica e multireligiosa in una posizione-chiave nei Balcani, provocando tutta una serie di conseguenze culminate nell’attentato mortale al granduca Francesco Ferdinando da parte di un giovane serbo-bosniaco, nell’ultimatum alla Serbia, e, in conseguenza del rifiuto serbo, l’attacco austriaco a Belgrado e nel conseguente scoppio della prima guerra mondiale. Probabilmente non è questo il momento più adatto per le rievocazioni storiche, in quanto oggi i Balcani sono di nuovo uno degli epicentri della crisi mondiale, anche a causa del forte coinvolgimento internazionale.

Confusione e incertezza
L’utima “scossa” geopolitica è stata inferta al già precario equilibrio della regione dalla proclamazione dell’indipendenza del Kosovo. A distanza di circa due mesi, continuano a regnare confusione e incertezza. È ancora oggi molto maggiore il numero dei paesi che non hanno riconosciuto il Kosovo di quello dei paesi che lo hanno riconosciuto (sono finora 40). È significativo notare che ad oggi nessun paese arabo ha riconosciuto il Kosovo, mentre solo 5 dei 57 membri dell’Organizzazione della Conferenza islamica hanno stabilito relazioni bilaterali con Pristina (Albania, Turchia, Afganistan, Senegal e Malaysia).

Non solo l’Onu non ha potuto riconoscere l’indipendenza del Kosovo, ma, all’interno del Consiglio di Sicurezza, continua un duro confronto tra Russia (e Cina) e le potenze occidentali. Il ministro degli Esteri svedesi Carl Bildt, in una delle sue ultime dichiarazioni, addirittura vede per l’Onu un nuovo compito in Kosovo: “L’Onu dovrà rimanere in Kosovo come struttura cuscinetto tra le nazioni che ne riconoscono l’indipendenza e quelle che si rifiutano di farlo”.

Del resto, molti protagonisti dei bombardamenti del 1999 come Dini, Schroeder e Aznar (quest’ultimo su Il Messaggero del 21 febbraio 2008) non solo hanno criticato la proclamazione di indipendenza, ma hanno anche recisamente negato che la campagna aerea della Nato della primavera del 1999 si fosse mai posta come fine l’indipendenza della regione. Tra gli esperti di diritto internazionale, invece, prevale l’opinione che la proclamazione di indipendenza di Pristina sia contraria alla legalità internazionale.

Problemi di legittimità
All’interno dei Balcani occidentali, la situazione è – se possibile – ancora più confusa. La presenza di Unmik e Kfor continuano formalmente a basarsi sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244, che garantiva la sovranità e integrità territoriale della Serbia e richiedeva che un eventuale cambiamento dello status giuridico del Kosovo dovesse venire sancito da un’ulteriore risoluzione del Consiglio. Continua la discussione sulla legittimità e sulla possibilità di funzionamento della missione Eulex (formata da magistrati e poliziotti della Ue); l’inizio è stato pessimo in quanto a Kosovoska Mitrovica si sono verificati immediatamente duri scontri.

Questa cittadina del nord del Kosovo continua ad essere un punto caldo, dilaniata tra due sovranità. In questa zona sono impegnati, sotto bandiera Kfor, soldati francesi e spagnoli, i cui governi hanno assunto posizioni radicalmente diverse in materia di riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.

Sul piano regionale, l’indipendenza ha contribuito ad una nuova fase di instabilità. In Serbia è immediatamente caduto il governo di coalizione, guidato da Kostunica. In Macedonia, il Parlamento si è “autosciolto” e sono state convocate nuove elezioni. Enormi difficoltà incontrano, sul piano interno, i governi di Montenegro e Bosnia Erzegovina sulla questione del riconoscimento del Kosovo, in quanto entrambe le Repubbliche sono sottoposte a pressioni internazionali e profondamente divise all’interno.

Serbia umiliata
Ma certamente più lacerante è stata la proclamazione di indipendenza per la Serbia, che, profondamente umiliata e ferita, si trova ora di fonte a scelte che potranno avere gravi conseguenze in futuro. I tre argomenti principali – il Kosovo, i rapporti con l’Unione europea e la Russia – sono al centro del dibattito elettorale in vista delle elezioni dell’11 maggio. Due sono i possibili esiti delle elezioni: o avrà la prevalenza la posizione dell’attuale Presidente Tadic (Partito democratico, DS), favorevole ad una “Serbia europea che non riconoscerà mai il Kosovo”, ma nonostante ciò sempre tendente verso l’Ue; o uscirà vittorioso dalle urne l’attuale Primo ministro Kostunica (Partito democratico della Serbia, Dss), in possibile alleanza con il Partito radicale (PR) e il Partito socialista (Sps). In quest’ultimo caso, la Serbia interromperebbe il processo di associazione alla Ue, se Bruxelles non rispettasse la piena integrità territoriale della Serbia (compreso il Kosovo). In altre parole, il partito di Kustunica chiede che, prima del’eventuale firma degli accordi con l’Unione Europea, si deve “stabilire in modo chiaro con quali frontiere l’Ue vede la Serbia”. Se vincesse questa linea politica, la Serbia sarebbe il primo paese dell’est Europa a rifiutare l’integrazione nell’Ue.

Gli ultimi sondaggi condotti in Serbia dimostrano quanto sia complessa la situazione: il 63,9% dei cittadini continuano a essere favorevoli all’ingresso della Serbia nella Ue, ma, contemporaneamente, il 71% ritiene che l’ingresso non possa essere condizionato dal riconoscimento del Kosovo indipendente. Le prossime elezioni dell’11 maggio potrebbero causare ulteriori momenti di tensione con l’Unmik: la Serbia ritiene infatti che i serbi del Kosovo abbiano diritto a partecipare alle imminenti elezioni politiche e municipali, come tutti gli altri cittadini serbi.

Bruxelles continua ad offrire alla Serbia di avviare il processo di integrazione, affermando che il Kosovo possa non essere immediatamente preso in considerazione, in quanto l’Unione Europea non ne ha formalmente riconosciuto l’indipendenza (mentre sono i singoli Stati che hanno proceduto unilateralmente). La posizione di Bruxelles è in realtà molto delicata: gli Usa, principali sponsor politici del governo di Pristina, si disinteressano apparentemente di quanto avviene oggi nella regione; l’Onu, per le ragioni già esposte, è completamente bloccata e non può prendere alcun tipo di iniziativa, con la Russia che continua ad opporsi all’indipendenza (considerata da Putin “illegittima e immorale”). Resta la Ue, divisa al suo interno e diplomaticamente emarginata sin dai negoziati di Rambouillet, ora le compete il difficilissimo compito di assicurare la ripresa economica e stabilità dell’area. Per essere all’altezza di questo compito, al posto dell’attuale diplomazia, che si serve quasi solo di stratagemmi formali e a volte di ipocrite formule (come quella del non riconoscimento formale del Kosovo), si ha l’impressione che ci voglia una politica più creativa, coraggiosa e indipendente. Se l’indipendenza del Kosovo è stata da molti paesi, compresa l’Italia, giustificata dal suo essere un caso sui generis, perché non si dovrebbe trovare una politica e formula sui generis anche per la Serbia ?

Se questo non è possibile, non resta che tornare, e questa volta, ad un serio e sincero dialogo tra tutti quelli che hanno voce in capitolo nell’area – ossia tra Usa, Europa e Russia – come del resto anche proposto, per l’area balcanica, dal documento sulla politica estera italiana fino al 2020, elaborato dal Ministero degli affari esteri.

L’attuale “ambiguità congelata” della diplomazia internazionale non potrà certo contribuire a “scongelare” il conflitto, con molte verità parallele.

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