Un rebus difficile da risolvere
Le recenti elezioni parlamentari del 14 marzo hanno visto, come prevedibile se non addirittura scontato, l’ampia vittoria dei candidati (ultra-) conservatori, ricollegabili politicamente al presidente Mahmud Ahmadinejad e al blocco ultra-radicale che lo sostiene. Le interferenze dell’ala conservatrice del regime per impedire la presentazione di candidati riformisti e moderati sono state molto maggiori rispetto al passato, con l’esclusione di circa millesettecento candidati. In molte circoscrizioni elettorali, di fatto, non vi era la possibilità di scegliere un candidato collegato ai movimenti politici vicini alle posizioni più liberali. Il blocco politico legato al presidente o al rahbar (la Guida suprema), ayatollah‘ Ali Khamene’i, dovrebbe aver così ottenuto una maggioranza dei due terzi. Un risultato reso ancor più positivo dai dati relativi alla partecipazione al voto, stimati attorno al 60%, dopo che si era temuto un forte aumento dell’astensionismo. Tuttavia, in Iran le cose sono sempre più complicate di come appaiano. E queste elezioni sembrano raccontarci più di quel che potrebbe sembrare a prima vista. Nonostante le pressioni e le bocciature dei suoi candidati più noti, infatti, il movimento riformista ha mantenuto una presenza significativa in Parlamento. I due principali blocchi elettorali riconducibili a quel movimento hanno ottenuto una quarantina di seggi sui 290 totali, oltre ad avere eletto anche alcuni indipendenti.
Il dato più interessante è però quello relativo ai candidati conservatori. Come noto, le etichette di “riformisti”, “conservatori”, “ultra-radicali”, non riflettono la complessità politica e il frazionamento del regime iraniano. Se i movimenti indicati come conservatori hanno ottenuto i due terzi dei parlamentari del Majles, è evidente la crescente differenziazione nelle loro posizioni politiche. Molti dei candidati più votati non sono infatti legati agli ultra-radicali di Ahmadinejad, ma rappresentano più i conservatori tradizionali o moderati, vicini alla guida suprema o al potente conservatore pragmatico Hashemi-Rafsanjani, ormai da tempo riavvicinatosi all’ex presidente Mohammad Khatami e ostile alla linea radicale del presidente.
La vittoria di Lariani, la moderazione dei candidati conservatori
Il risultato più clamoroso è quello ottenuto dall’ex negoziatore capo per la questione nucleare, ‘Ali Larijani, dimessosi nell’ottobre scorso per gravi divergenze con Ahmadinejad. Candidatosi a Qom, la “città santa” del clero sciita iraniana, Larijani ha travolto i candidati ultra-radicali vicini al presidente e al suo mentore religioso, l’ayatollah ultra-dogmatico e intollerante Mesbah Yazdi, con un eclatante 74 per cento dei voti. Questo risultato lo rende uno dei candidati alla carica di presidente del Majles, considerato anche il sostegno che il rahbar gli ha sempre assicurato; una posizione privilegiata per ritentare la corsa alla carica di presidente della repubblica nel 2009.
Come è stato fatto notare da diversi analisti, molti candidati conservatori tradizionali o pragmatici – per intercettare i voti degli elettori vicini al movimento riformista – hanno da tempo moderato le loro posizioni ideologiche, e assunto toni e temi che erano cari ai candidati vicini all’ex presidente riformista Khatami. E’ il caso, ad esempio, della parabola politica di Mohammad-Baqer Qalibaf. Ex comandante dei Pasdaran (le potenti guardie rivoluzionarie), ora sindaco di Tehran, Qalibaf punta a proporsi come uno dei candidati alle prossime elezioni presidenziali del 2009, in opposizione ad Ahmadinejad. Per questo ha moderato le proprie posizioni e “imparato un linguaggio nuovo” per un conservatore come era sempre stato, proponendosi come un manager capace che vuole limitare le interferenze del regime nella vita quotidiana della popolazione iraniana, in particolare dei giovani e delle donne (che rappresentano un blocco fondamentale per vincere ogni elezione, dato che in Iran si vota dai sedici anni in poi, e la partecipazione femminile al voto è sempre alta).
La radicalizzazione di Ahmadinejad
In buona sostanza, il nuovo parlamento rischia di essere molto meno gestibile di quanto sperato per il presidente Ahmadinejad e per il gruppo di potere che lo sostiene. Decisivo sarà anche l’andamento dell’economia, oggi fortemente negativo, sia per le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite per via del programma di arricchimento dell’uranio che l’Iran persegue nonostante diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza abbiano intimato uno stop, sia per la disastrosa politica economica governativa.
Il presidente, subito dopo la sua elezione del 2005, aveva cercato di rafforzare i propri poteri, tutto sommato limitati, favorendo l’ascesa degli elementi ultra-radicali, molto forti fra i pasdaran, le forze di sicurezza e i ceti sociali meno abbienti, attuando nel contempo una politica economica interna estremamente populista e clientelare. Proprio perché dotato di un debole potere effettivo rispetto ad altri organi dello stato e avversato dalla maggioranza dell’élite politica iraniana, Ahmadinejad ha cercato di rafforzare il proprio ruolo tramite una ricerca di contatto diretto col popolo quasi ossessiva. Da qui la sua attenzione verso i ceti sociali popolari e le aree rurali lontane dalla capitale, attraverso una politica economica che, durante i primi due anni di governo, ha immesso nel sistema ingenti quantità di denaro, con effetti disastrosi sull’inflazione e sull’economia reale del paese. Questa politica ha finito per penalizzare proprio il blocco sociale da cui gli ultra-radicali ottengono il maggior consenso, e che rischia di penalizzarlo nella prossima competizione elettorale.
Secondo alcune analisi, ciò spingerà Ahmadinejad ad accentuare i caratteri radicali della propria politica, invece che a moderarli, nel tentativo di rafforzare al massimo il proprio potere e la propria forza clientelare. Di certo, questi risultati dimostrano come l’ascesa di Ahmadinejad alla presidenza della repubblica nel 2005 abbia provocato un mutamento nel tradizionale sistema di potere post rivoluzionario. Mentre fino al 2005, vi era un continuo aggiustamento fra i movimenti politici rivali, i gruppi di potere, le reti clientelari, le singole personalità politiche in cerca di maggior potere e visibilità, l’ascesa degli ultra-radicali ha sbilanciato questo instabile equilibrio. Pasdaran (le guardie della rivoluzione), funzionari dei servizi di sicurezza, bassij (forze paramilitari di volontari) e seguaci delle scuole religiose conservatrici hanno occupato in massa posizioni di potere chiave del sistema politico, amministrativo ed economico, spesso con personaggi privi di esperienza o palesemente inadeguati al ruolo che dovevano ricoprire. Il presidente si è allontanato dalla pratica della mediazione fra i diversi gruppi e movimenti, e ha agito in modo aggressivo anche verso personaggi riconosciuti dell’establishment politico post rivoluzionario.
Parallelamente, si è assistito a un’accentuazione della repressione verso giornalisti e intellettuali non allineati, con arresti e intimidazioni, così come al lancio di una campagna di moralizzazione – quale non si erano più viste dai tempi di Khomeini – che ha colpito migliaia di giovani, in particolare donne e studenti, accusati di vestire in modo non appropriato o di comportarsi in modo non-islamico. La campagna contro il bad-hijab, ossia l’uso «troppo spregiudicato» del velo che le donne devono obbligatoriamente indossare, si è tradotto in migliaia di fermi di polizia, in forti sanzioni pecuniarie o in condanne penali vere e proprie. A partire dalla seconda metà degli anni ’90, questi controlli erano stati via via allentati proprio per la loro impopolarità. Secondo diversi analisti, Ahmadinejad teme l’interferenza troppo invasiva delle forze di polizia nella vita quotidiana dei propri cittadini, non fosse altro perché – da populista quale egli è – è consapevole del ritorno negativo per la propria immagine. Tuttavia, egli ha favorito l’ascesa di troppi ultra-radicali nei gangli vitali del sistema politico iraniano per riuscire a controllarne lo zelo e limitare la radicalità di certe loro decisioni.
Tutte queste mosse del governo, unite alla crescente interferenza nella vita quotidiana dei cittadini, agli arresti e alle minacce a professori, giornalisti e intellettuali hanno spinto conservatori moderati, pragmatici e riformisti a un’alleanza tattica per fermare la crescita di potere degli ultra-radicali. Una polarizzazione che sembra impensierire il rahbar per più motivi. Da un lato, perché rende più instabile il sistema di potere, accentuando le divisioni interne; dall’altro, perché vede una minaccia al proprio ruolo, che si basava essenzialmente sulla mediazione degli estremi e sulla sua capacità di manovra e di influenza sopra i diversi gruppi e potentati politici. L’atteggiamento dei parlamentari a lui più vicini farà capire il suo orientamento in vista delle future elezioni presidenziali.
.
