Putin e Medvedev: una strana “coppia benedetta”
L’attesa vittoria del successore designato da Vladimir Putin alla presidenza della Russia, Dmitrij Medvedev, che ha raccolto il 70,2% delle preferenze, conferma l’andamento elettorale emerso nelle elezioni regionali svoltesi quasi un anno fa (11 marzo 2007), quando il partito di Putin, Russia Unita, conquistò 13 delle 14 regioni in cui si era votato, e di quelle parlamentari dello scorso dicembre. Con Putin capolista, infatti Russia Unita ha trionfato (64% delle preferenze), guadagnando rispetto alle elezioni del 2003 un 27% in più di voti e assicurandosi così una maggioranza parlamentare tale da poter modificare addirittura la Costituzione.
Desiderio di ordine
L’elezione di Medvedev ha visto anche una buona affluenza alle urne (circa 69%) ma non si tratta di una improvvisa rivitalizzazione della società civile russa. La consistente partecipazione al voto appare piuttosto il palese manifestarsi di un desiderio di poryadok (ordine) e stabilità dopo gli “anni torbidi” del post-Gorbacëv. Questo diffuso sentimento è stato anche sostenuto da una intensa campagna a favore della partecipazione messa in atto soprattutto dai governatori per acquistarsi il favore del futuro presidente a cui spetta il diritto di nominarli.
In seguito alle restrizioni imposte dal governo russo agli osservatori internazionali, l’Osce ha rinunciato a monitorare le elezioni mentre la missione del Consiglio d’Europa ha dichiarato che si è trattato di un “plebiscito” piuttosto che di una libera competizione elettorale soprattutto per le gravi lacune riscontrate nella registrazione dei candidati. E gli sconfitti – Zyuganov (Partito comunista) con il 17,8% e Zhirinovskij (Partito liberal-democratico) con il 9,4% – hanno annunciato l’intenzione di intraprendere un’azione legale, contro le violazioni che avrebbero caratterizzato queste elezioni.
Ma un sondaggio condotto da Levada ribadisce che circa il 45% dei russi si attende che la nuova presidenza perseveri nel mantenimento dell’ordine, il 41% vorrebbe un maggiore benessere, il 37% è a favore di un processo riformistico specialmente in ambito sociale, il 34% non disdegnerebbe un rafforzamento del ruolo dello Stato nell’economia. Circa il 48% ritiene che l’esito delle elezioni presidenziali sia stato deciso dall’élite al potere; tuttavia il 50% è dell’opinione che la forma di democrazia occidentale non sia adatta alla Russia, approvando quindi il concetto di “democrazia sovrana” elaborato dal Cremlino. Il termine sovranità si riferisce al principio di non interferenza nella vita dello Stato da parte di terzi, ma soprattutto da parte dell’Occidente, e nega la legittimità di interferenze o pressioni motivate ideologicamente (ivi compresi i principi per la tutela dei diritti umani), provenienti dall’esterno.
Un’opposizione non competitiva
Il ruolo dell’opposizione in Russia rimane marginale e non soltanto per l’azione di contrasto del Governo (limitato accesso ai mass media, legge restrittiva sulle Ong, controllo sui candidati), ma anche perché finora si è addensata intorno a personalità politiche (dal campione di scacchi Kasparov all’ex primo ministro di Putin, Kasyanov, fino al bolscevico Limonov) piuttosto che ad un vero e proprio progetto politico alternativo. L’opposizione si definisce essenzialmente come forza antagonista a Putin, ma non ha finora mostrato un chiaro profilo politico autonomo. Penalizzante è stato anche il legame che unisce alcuni esponenti dell’opposizione ai cosiddetti oligarchi esiliati (vedi Kasyanov e Berezovsky) verso cui il risentimento della popolazione è alto.
Alla frammentata e debole opposizione ha fatto da contrappunto lo strutturato attivismo di movimenti e associazioni giovanili pro-Putin come Nashi (I nostri) Molodaya Guardia (Guardia giovanile), molto abili anche nell’utilizzo dei nuovi strumenti di comunicazione per catturare l’elettorato più giovane e istruito. Inoltre, seppure in crescita (circa il 20% della popolazione), la classe media, il cui sviluppo potrebbe contribuire ad una maggiore pluralizzazione e liberalizzazione della società russa, si concentra solo in alcuni centri urbani come Mosca e San Pietroburgo e continua ad avere un carattere fondamentalmente burocratico.
Il largo consenso e fiducia di cui gode Putin e che ha “trasfuso” a Medvedev dipende anche dal buon andamento dell’economia russa. Malgrado l’ineguaglianza sia cresciuta, le pensioni e i salari vengono ora pagati regolarmente. Il tenore di vita, con un Pil pro capite che è passato dai 1.328 dollari nel 1999 ai circa 9.000 attuali, è in forte miglioramento.
Nel tempo il consenso è stato sapientemente consolidato anche attraverso la rivalutazione ed esaltazione dello spirito nazionale. Putin ha lavorato sugli aspetti più sentimentali e popolari dei russi, riportando l’immaginario collettivo all’idea della grande Russia zarista piuttosto che al grigio periodo sovietico. In quest’opera di rivalutazione dei valori nazionali ha giocato un ruolo importante anche la Chiesa ortodossa. In occasione delle ultime elezioni, il Patriarca Alessio II si è spinto ad affermare che la coppia Putin-Medvedev sarà una “benedizione per la Russia”.
La coabitazione delle quattro I
La rapida ascesa politica, in tutto solo otto anni, di Medvedev è stata determinata e guidata dall’amico Putin: dopo le importanti cariche nella sua segreteria presidenziale, il passaggio alla guida del Consiglio dei direttori di Gazprom, quindi la nomina a primo vice-primo ministro fino alla elezione a capo dello Stato. La relazione fra i due è perciò ben cementata e almeno nel breve medio periodo non dovrebbe conoscere incrinature. Si può addirittura ipotizzare che Medvedev, che per età e formazione non ha né legami con il vecchio establishment di matrice sovietica, né con i cosiddetti siloviki (membri delle forze armate e di altri servizi di sicurezza) possa dedicarsi con maggiore libertà alla modernizzazione del paese secondo il piano di riforme, annunciato in campagna elettorale, ispirato alle quattro I: istituzioni, infrastrutture, innovazione e investimenti.
La divisione del lavoro fra il presidente e il primo ministro potrebbe dunque non seguire la tradizionale separazione fra low e high politics. È plausibile che Putin si occupi della gestione del potere, ivi compresa la mediazione fra i vari gruppi che si confrontano al Cremlino, e che indichi come un deux ex machina le linee guida per il futuro del paese. Medvedev invece, alleggerito da tutte quelle incombenze riconducibili al “tecnologismo politico” e alla “ragion di Stato”, potrebbe calarsi pienamente nell’esercizio del potere in senso di “governazione”. Per quanto riguarda la politica estera, le posizioni del paese rispetto ad alcune questioni cruciali – la proclamazione dell’indipendenza del Kosovo ed il suo riconoscimento, la possibile ulteriore estensione ad Est della Nato, il progetto di scudo spaziale promosso dagli Stati Uniti, le sanzioni all’Iran – non sono mutabili in quanto rispecchiano l’interesse nazionale russo tout court.
Ci sono anche dei vincoli esterni dettati dai negoziati intrapresi da Mosca per entrare nell’Omc e nell’Ocse. Se le questioni di politica estera hanno avuto un peso preponderante durante l’ultimo periodo della presidenza Putin, diventando un fattore sistemico di consolidamento interno e creazione di consenso, saranno piuttosto le sfide interne – contrazione demografica, diminuzione della forza lavoro, crescita della componente musulmana della popolazione, eccessiva dipendenza dalla rendita energetica, politiche sociali, corruzione, dicotomia spaziale fra centri urbani e vaste zone rurali – su cui Medvedev si dovrà misurare e sarà giudicato dai suoi elettori.
Ci si attende anche un impegno a favore dello stato di diritto e del rispetto della legge, dopo che lo stesso Medvedev ha lamentato la tradizione russa del “nichilismo giuridico’’. E poi la tragica questione delle instabili periferie: proprio il giorno in cui i russi si recavano al voto due esplosioni hanno fatto morti e feriti nel Caucaso. Le deflagrazioni sono avvenute in successione quasi immediata a Khasavyurt, in Dagestan, vicino al confine ceceno. La violenza dilaga sia in Dagestan che nell’Ingushetia, mentre in Armenia si fa violento lo scontro proprio a causa del futuro della regione del Nagorno-Karabakh.
