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Elezioni in Serbia

Belgrado tra Bruxelles, Mosca e l’isolamento

14 Gen 2008 - Miodrag Lekic - Miodrag Lekic

In un momento estremamente delicato, o “storico” come si preferisce dire nei Balcani, il 20 gennaio 2008 si terranno in Serbia le elezioni presidenziali. Sullo sfondo, come già più volte è accaduto nella regione, si scorge un complesso intreccio di fattori internazionali. La questione che drammaticamente condiziona le elezioni e il loro esito è l’ancora irrisolto problema dello status del Kosovo. Non sono pochi coloro che vedono in ciò persino l’inizio di una nuova crisi balcanica nei prossimi mesi.

Come è noto, il Kosovo è de jure parte della Serbia, secondo quanto sancito dalla Costituzione del paese e dalla risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, il 10 giugno 1999, pose fine ai bombardamenti Nato sulla Jugoslavia (Serbia e Montenegro). De facto, però, da quel momento, il Kosovo è stato un protettorato internazionale, gestito dall’Onu sul piano amministrativo (Unmik) e militare (Kfor, a guida Nato).

Posizioni inconciliabili
Nonostante gli ultimi mesi di tentativi diplomatici per trovare un accordo, non è stato possibile trovare un’intesa che potesse essere ratificata dal Consiglio di Sicurezza, come previsto dalla 1244. Di fronte all’evidente inconciliabilità delle posizioni tra Russia (e potenzialmente Cina) da una parte e Usa e gran parte della Ue dall’altra, non si è arrivati neanche a discutere la questione in Consiglio di Sicurezza.

È bene chiarire che tutte le forze politiche serbe si oppongono all’indipendenza del Kosovo, sia pure con diverse sfumature. I serbi considerano la provincia, attualmente abitata da una maggioranza albanese, come parte integrante della loro nazione, fondamento e culla dell’identità, vera “Gerusalemme serba”.

La posizione della Russia, anche se non determinante sul piano interno, ha rafforzato la posizione di Belgrado in difesa della propria integrità territoriale. Dopo un periodo di parziale disinteresse, caratterizzato da forti divisioni interne, la Ue, negli ultimi mesi, ha assunto posizioni tali da esercitare un’influenza che si vorrebbe determinante sull’evoluzione della situazione nella regione. In altre parole, l’Ue intende inviare una “missione civile” (Eumik), forte di 1800 uomini, per sostituire nei suoi compiti Unmik, e realizzare quanto previsto dal piano Ahtisaari, cioè la cosiddetta “indipendenza sorvegliata”, piano che non ha mai avuto il placet delle Nazioni Unite. Parallelamente, Bruxelles ha proposto a Belgrado la firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione, primo gradino per una futura adesione all’Unione Europea, firma che dovrebbe essere apposta il 28 gennaio, pochi giorni prima del probabile secondo turno delle elezioni presidenziali serbe. I principali candidati alla Presidenza sono tre: l’attuale Presidente Boris Tadic (Partito democratico), Tomislav Nikolic (Partito radicale serbo) e Velimir Ilic (Partito popolare, appoggiato dal premier Kostunica).

Il confronto elettorale
Se la Serbia è unita nella “difesa” del Kosovo, tra le posizioni dei candidati vi sono però delle differenze. Secondo molti, il moderato Tadic rappresenta il “patriottismo pragmatico”; pur affermando che non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo, qualora questa venisse imposta ai serbi “in modo ingiusto”, egli sceglierebbe una Serbia senza il Kosovo, ma parte della Ue, piuttosto che una Serbia senza il Kosovo, ma isolata.

Altri si schierano a favore di un “patriottismo dignitoso”, e si dichiarano pronti a congelare – o perfino rompere- i rapporti con i paesi che riconoscessero un Kosovo indipendente. L’attuale premier Kostunica, che condivide in gran parte questa seconda posizione, ha di recente scritto una lettera all’Unione Europea, per chiarire che la Serbia potrà sottoscrivere l’Accordo di stabilizzazione e associazione solo se questo riguarderà esplicitamente il paese nella sua integrità territoriale. Qualora il Kosovo non vi rientrasse, Belgrado si dichiara indisponibile alla firma. Kostunica ha richiesto anche un chiarimento sulla questione prima delle elezioni. Anche se, fino a qualche tempo fa, l’opinione pubblica serba si pronunciava maggioritariamente a favore dell’integrazione nell’Unione Europea, oggi si percepisce la delusione per le ultime mosse di Bruxelles, che sono lette dalle forze nazionaliste come una negazione pratica del sistema delle Nazioni Unite e della collegata legalità internazionale e persino come una“ politica americana mascherata”.

I radicali, infine, propongono di stringere un rapporto più stretto con Mosca, che, in questa fase, mostra comprensione per la posizione serba in merito alla questione kosovara oltre ad essere la fornitrice di risorse energetiche per il paese.

Problemi interni
A questo clima di frustrazione per la questione del Kosovo si uniscono un’enorme quantità di problemi, di ordine economico e sociale: la Serbia non ha ancora avuto la possibilità di risollevarsi dopo gli anni di embargo, i bombardamenti e l’afflusso di centinaia di migliaia di profughi da Croazia, Bosnia e Kosovo.

Chi prevarrà nelle elezioni di gennaio? Quelli che dicono: “Se perdiamo il Kosovo, stringiamo i denti e uniamoci all’Europa. Se si lascia passare il treno per Bruxelles, non è detto che ce ne sarà un altro”. O forse avranno la meglio quelli che sostengono: “Se perdiamo il Kosovo, stringiamo i denti e diciamo no a quelli che ce lo avranno tolto contro le norme del diritto internazionale. Diciamo no a quelli che ci vogliono umiliare”.

La Serbia, con la sua vocazione storica a sfidare le grandi potenze dell’epoca, si trova oggi, alla vigilia di cruciali elezioni, di fronte ad una nuova, difficile e traumatica scelta.