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Russia

Ora e sempre Putin

18 Dic 2007 - Angelantonio Rosato - Angelantonio Rosato

Russia Unita, il partito di governo trionfatore delle recenti elezioni alla Duma, ha formalizzato ufficialmente la candidatura di Dmitrij Medvedev alle presidenziali del prossimo marzo. In realtà è stato Putin a sceglierlo come suo successore; Medvedev ha subito ricambiando dichiarando che, se eletto, offrirebbe il posto di primo ministro all’attuale presidente. Sembrerebbe chiaro: un valzer di poltrone, ma tutto resta come prima. Non è proprio così, se si analizza più a fondo la vicenda e in particolare la Costituzione della Federazione Russa.

Costituzione presidenzialista
Adottata il 12 dicembre 1993, la carta fondamentale è fortemente presidenzialista: il presidente è l’organo detentore dei più importanti poteri decisionali e d’indirizzo politico; dirige la politica interna ed estera e “in qualità di Capo dello Stato rappresenta la Federazione Russa all’interno del paese e nelle relazioni internazionali”. Inoltre presiede le riunioni del Governo ed ha la facoltà di revocarne il presidente; può sciogliere la Duma e ha il potere d’iniziativa legislativa, stabilisce la dottrina militare della Federazione Russa, nomina e revoca il capo di Stato Maggiore delle FFAA. Tuttavia i poteri più importanti del presidente sono: il veto che può essere superato solo con il voto a maggioranza di due terzi non solo della Duma, ma anche del Consiglio della Federazione; inoltre l’emanazione di decreti e ordinanze d’urgenza valide su tutto il territorio della Federazione. Il presidente è insomma uno zar repubblicano e il vero governo della Russia è l’amministrazione presidenziale.

Come ha scritto il giurista Mario Ganino (La dinamica della legislazione elettorale in alcune Repubbliche ex sovietiche, Milano, Giuffrè, 1995, pp. 187-228), “in fondo il presidente della Federazione Russa si vede assegnare attribuzioni fondamentali già del presidium del Soviet Supremo (potere normativo) e del Partito (indirizzo politico)”. In un simile contesto appare chiaro che in Russia non c’è spazio per altri centri di potere. Infatti il Governo appare più una sorta di emanazione del presidente che un organo politico a sé stante: è il presidente a nominare (e licenziare) il premier, col consenso della GosDuma. Inoltre il Governo si presenta dimissionario non al neo-parlamento eletto ma al nuovo presidente della Federazione, il quale nomina il primo ministro entro due settimane dall’entrata in carica. La Duma può sì rigettare la nomina, ma se rifiuta il candidato del presidente per tre volte, questi può sciogliere la Duma stessa.

Le debolezze del premier
I poteri del primo ministro non sono basati su una forte investitura popolare (come invece il Presidente); si tratta più di una figura burocratica di comodo che di un vero e proprio premier all’occidentale; una specie di punching ball a cui tradizionalmente il presidente russo addossa le responsabilità in caso di fallimenti e cattive notizie, o per scaricarlo. Non sarà un caso se in 17 anni dal collasso dell’URSS la Federazione Russa ha avuto soltanto due presidenti ma ben 10 primi ministri, tutti finiti nel dimenticatoio o in cariche di apparato – ad eccezione di uno solo: Putin. Il premier può avere un ruolo chiaro solo nella successione al presidente – esattamente quello che ha fatto (farà di nuovo?) Vladimir Vladimirovich.

Ma proprio perché l’attuale presidente conosce molto bene la Costituzione e la storia recente della Russia, in particolare come la “famiglia” di Eltsin sia stata (da lui) spogliata di tutti i poteri ed i suoi adepti mandati in esilio o in carcere dopo l’uscita di scena del vecchio Corvo Bianco, a molti pare difficile credere che Putin si accontenti di un ruolo così debole come quello di primo ministro; e meno ancora di abbandonare la politica a 55 anni, al massimo della sua popolarità, in piena salute “politica” e fisica. Così i neo-cremlinologi hanno immaginato vari scenari per mantenere Putin al potere, alcuni molto fantasiosi e wishful thinking. Eccone una breve sintesi:
– Putin presidente di un neo-Stato russo-bielorusso (questo è il più debole dato che è stato appena smentito da Lukashenko, presidente della Bielorussia);
– Putin “leader nazionale” (una sorta di Guida Suprema stile Iran);
– Trasformazione della Russia in Repubblica parlamentare con Putin premier (in pratica a vita).

La debolezza di queste ipotesi è sempre la stessa: tutte comportano obbligatoriamente un emendamento alla Costituzione russa vigente, proprio quello che Putin ha dichiarato più volte di non voler assolutamente fare. E non per un complesso d’inferiorità verso la comunità internazionale di cui da tempo la Russia si è liberata (come si è visto anche nelle recenti elezioni legislative), ma perché l’attuale presidente, giurista per educazione e studi, ci tiene molto al rispetto delle forme e della legge, in particolare quella suprema; neanche nei periodi più bui della guerra cecena ha mai sospeso la Costituzione. Putin non teme il giudizio dell’Occidente, ma solo quello della storia.

E allora la domanda è mal posta: occorre chiedersi piuttosto perché Putin ha scelto Medvedev. Chi è Dmitrij Medvedev? Quarantadue anni, primo vicepremier del governo, ex-capo dell’amministrazione presidenziale, detto il Visir per la sua imperscrutabilità levantina. Si divide tra il suo ufficio personale al Cremlino e l’altro, nella sede di Gazprom: è presidente del Consiglio dei Direttori di Gazprom (organo di controllo) e non della Compagnia tout-court come viene spesso erroneamente scritto. Tuttavia Medvedev, secondo fonti moscovite, sarebbe il vero zar di Gazprom, nonché fedelissimo di Putin dai tempi di San Pietroburgo – entrambi hanno fatto parte del gruppo cresciuto intorno al primo sindaco post-soviet di San Pietroburgo, Anatolij Sobciak.

Tuttavia Medvedev era considerato fino a ieri il più debole tra i candidati al Cremlino, certo molto più di Sergej Ivanov, primo vicepremier del governo, ex ministro della Difesa, forse il più forte dei Silovikì – come vengono definiti gli uomini degli apparati di Sicurezza e dei ministeri della Forza.

Il punto è proprio questo: Ivanov è una sorta di Putin “al cubo”, più duro e russo dell’attuale presidente, e quindi potrebbe presto oscurarlo una volta preso il suo posto. Medvedev, al contrario, non è affatto carismatico, non ha stretti rapporti con i circoli dei Silovikì, è molto giovane, inesperto, meno popolare di Ivanov ed è cresciuto all’ombra di Putin dato che lavora al suo fianco da oltre 17 anni; dunque Vladimir Vladimirovich sa (o pensa di sapere) come manovrarlo. Infine Medvedev viene sempre presentato come il volto buono del Cremlino, liberale, democratico filo-occidentale, responsabile di un programma da 11 miliardi di dollari per l’ammodernamento di istruzione, sistema sanitario (disastrato) ed abitazioni in Russia. Il che può avere anche una valenza di appeasement verso USA ed Europa: dopo il pugno delle elezioni parlamentari vinte a maggioranza bulgara con pesanti accuse di brogli, la carezza del candidato amico dell’Occidente.

È davvero certo che Putin da premier riuscirà a controllare il giovane Medvedev presidente? Come abbiamo visto dal punto di vista costituzionale la figura del presidente è prevalente rispetto al PM ed a qualunque altra Istituzione. Forse alla fine quello che veramente conterà nel futuro gioco a due Putin-Medvedev sono i reali rapporti di forza tra i due. Senza voler tirar fuori i soliti dossier compromettenti grazie ai quali Putin terrebbe in pugno il suo delfino, basta ricordare che Stalin ha avuto il potere assoluto in Urss per circa 30 anni, senza (quasi) mai rivestire cariche governative. Naturalmente quelli erano altri tempi, la Russia di oggi non è l’Urss degli anni 30, Putin non è Stalin; tuttavia esiste una lunga e consolidata tradizione da parte dei leader russi di sopravvivere politicamente (spesso anche fisicamente) ai loro eredi; vedi Ivan il Terribile e Pietro il Grande.

Possibile transizione
In conclusione i giochi sono davvero fatti? Putin non ha ancora scoperto tutte le sue carte mentre mancano ancora oltre due mesi alle presidenziali; probabilmente aspetterà di vedere come si comportano il neo-delfino e i suoi colleghi/concorrenti. Ma l’attesa non finirà con le elezioni: Putin potrebbe tornare a essere presidente, anche molto presto. Secondo la Costituzione se il presidente (Medvedev) rassegna le dimissioni, viene destituito, è nell’incapacità di esercitare le sue funzioni o muore, il primo ministro diventa facente funzioni di presidente (così accadde con la successione Eltsin-Putin, uno schema già testato con successo). Entro tre mesi sono indette nuove elezioni alle quali Putin potrebbe presentarsi: la Costituzione non vieta di candidarsi per una terza volta se c’è stata un’interruzione; non è difficile immaginare chi le vincerebbe. Le sorprese non sono ancora finite. Quel che è certo: i leader cambiano, ma l’interesse nazionale di un Paese no, specie uno come la Russia. Chi in Occidente si aspetta una Russia post-Putin buona ed europeizzata, rimarrà deluso.