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Stati Uniti

Fukuyama: i neocon hanno fallito, torniamo al ‘containment’

18 Dic 2007 - Sara Bracceschi - Sara Bracceschi

In questa intervista esclusiva ad AffarInternazionali Francis Fukuyama, uno dei più noti analisti politici americani, ribadisce la sua distanza dal movimento neocon e parla a tutto tondo delle prospettive della politica estera americana: dalla sfida con la Cina, “che strategicamente potrebbe diventare per gli Usa più pericolosa di quanto non lo fosse stata l’Unione Sovietica”, alla necessità di ritirarsi dall’Iraq, dall’esigenza di non usare la forza contro l’Iran fino al futuro dei rapporti transatlantici e al ruolo dell’Italia che “con il declinare della potenza americana potrebbe anche acquisire maggiore influenza”, sempre che sappia giocar bene le sue carte. Dopo aver ricoperto negli ultimi 15 anni vari incarichi sia all’interno della Rand Corporation di Washington che al Dipartimento di Stato americano, oggi Fukuyama è professore di economia politica internazionale al Sais della Johns Hopkins University di Washington D.C. È divenuto celebre a livello internazionale per il suo controverso libro La fine della storia e l’ultimo uomo del 1992.

Professor Fukuyama, a poco più di un anno alla fine del mandato dell’amministrazione Bush quali sono le prospettive della politica estera americana?
Da qui in avanti, credo che la politica estera americana si baserà fondamentalmente sul principio del contenimento. In concreto, ciò significherà che, a meno di un cambiamento strategico radicale, si continuerà lungo le direttrici di marcia intraprese da Condoleezza Rice. Come Segretario di Stato, la Rice si è attivamente impegnata per evitare la proliferazione delle armi nucleari in Iran e Corea del Nord attraverso strumenti diplomatici e negoziati multilaterali, ha ridato impulso al processo di pace in Medio Oriente e, più in generale, ha cercato di offrire un’immagine più ‘soft’ della politica estera americana. A mio avviso, sarebbe estremamente opportuno proseguire lungo questi assi strategici.

Cosa cambierebbe nella politica estera americana in caso di vittoria di un candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2008?
Nel breve periodo verranno certamente introdotti elementi di discontinuità di carattere prevalentemente simbolico: dalla chiusura della prigione di Guantanamo, all’abiura di alcune categorie utilizzate dall’amministrazione Bush come la guerra preventiva o il regime change. Ma dal punto di vista sostanziale, non credo che ci sarebbe alcuna differenza significativa. Lo stesso vale per l’Iraq. Entrambi i partiti, probabilmente, sosterranno il ritiro dall’Iraq, con l’unica differenza che un presidente democratico inizierà il ritiro circa sei mesi prima di uno repubblicano.

Secondo diversi analisti un’amministrazione democratica cambierebbe tattica, ma non strategia in Iraq. È d’accordo?
La verità, a mio avviso, è che noi non possiamo rimanere in Iraq. Il fatto che l’aumento delle truppe stia dando risultati relativamente positivi rende più facile contemplare il ritiro. Consente di sostenere che, una volta sconfitta l’insurrezione, sia più facile lasciare il controllo della situazione nelle mani dei militari iracheni. Sia il presidente un democratico o un repubblicano, per gli Stati Uniti è giunto il momento di porre termine a questa missione. L’unico che può crederci ancora, o fingere di crederci ancora, è Bush e per fortuna non può essere rieletto. Come già detto, un’amministrazione democratica sarebbe solo un po’ più rapida di una repubblicana nell’avviare il ritiro. Ciò significa che, con ogni probabilità, questo inizierà dodici o diciotto mesi dopo l’elezione del nuovo Presidente.

Per lungo tempo lei si è dichiarato un neocon. Dopo l’avvio della guerra in Iraq lei ha preso le distanze da questo movimento. Questo cambiamento è avvenuto per un’evoluzione dei suoi studi o perché ritiene che i neocon abbiano applicato erroneamente principi e teorie in cui lei crede ancora?
Ultimamente, purtroppo, il pensiero neo-conservatore è stato associato al Weekly Standard e al suo redattore, Bill Kristol. Quest’ultimo ha dato particolare enfasi ad alcune idee riguardo l’uso della forza e l’egemonia americana che io non condivido e che mi hanno fatto allontanare da questa scuola di pensiero. Ciò che ho sostenuto nel mio libro America at the Crossroads, è che l’interpretazione che queste persone danno dell’eredità lasciata dal neo-conservatismo è sbagliata. In riviste come il Public Interest e l’American Interest, si è parlato a lungo dei limiti del neo-conservatismo, soprattutto quando tale ideologia si è fatta portatrice di concetti quali “la trasformazione sociale” o “l’ingegneria sociale”. Innestati nel contesto della politica estera americana, questi concetti hanno indotto a credere che si potesse giungere a una profonda trasformazione dell’Iraq e poi dell’intero Medio Oriente. Ma realmente questa possibilità non è mai esistita. Quest’idea della politica estera americana basata prevalentemente sull’uso della forza è una pura distorsione dei principi neo-conservatori ed è per questo che me ne sono allontanato, anche se ancora condivido molte delle loro idee, a partire dall’universalità dei principi democratici. È giusto che gli Stati Uniti cerchino di promuovere la democrazia in altre zone del mondo, ma questa strategia non può certamente basarsi sul mero ricorso all’uso della forza militare.

Quindi, se i principi e i valori alla base dell’ideologia neocon fossero stati rispettati e applicati correttamente, lei si potrebbe ancora considerare un neocon?
In questo caso sì, mi si potrebbe considerare ancora un neocon.

Quando è avvenuto il suo distacco dall’ideologia neo-conservatrice?
Durante tutto il 2002, proprio prima della guerra, ho viaggiato molto in Europa per parlare della politica estera americana e mi sono reso conto che l’amministrazione Bush non stava preparando il paese alla fase della ricostruzione che avrebbe fatto seguito al conflitto, che si preannunciava già lungo e difficile. Quando mi sono reso conto che la guerra in Iraq sarebbe stata più complicata di ciò che i neo-conservatori avevano preannunciato, ho iniziato a prendere le distanze da loro.

Qual è oggi, secondo lei, la principale minaccia internazionale alla sicurezza degli Stati Uniti?
Non è facile individuare un’unica minaccia. Parlerei piuttosto di sfide. La principale che gli Stati Uniti dovranno affrontare nel lungo periodo sarà la crescita della potenza cinese. In un mondo in cui la maggior parte della produzione si sta spostando verso l’Asia, gli Stati Uniti dovranno, nel breve periodo, fronteggiare una sfida prettamente economica e cercare di aumentare la competitività dei propri prodotti. Nel lungo periodo, invece, la potenza cinese potrebbe diventare, dal punto di vista strategico, una minaccia ancora più pericolosa di quanto lo fu l’Unione Sovietica, dato che si baserebbe su una economia molto più stabile. Non credo, tuttavia, che la Cina possa diventare una vera minaccia militare, nemmeno rispetto a Taiwan. Se invece volessimo individuare una minaccia prettamente militare, allora credo che questa sia da individuare nell’islamismo radicale, che può condurre a un’intensificazione del conflitto nel Golfo Persico e in altre aree del mondo.

A proposito della Cina, nel suo libro “La fine della storia” lei sottolinea che la modernizzazione economica porta con sé anche una richiesta di maggiore partecipazione politica e, tendenzialmente, allo sviluppo di istituzioni liberali. Questa valutazione si può applicare anche alla Cina?
La Cina mi sembra ancora lontana da una transizione democratica. Si sta certamente modernizzando e sta gettando le basi per una eventuale transizione alla democrazia, ma probabilmente dovremo aspettare ancora un’altra decade, se non due, prima di vedere se tale sviluppo economico determinerà il rafforzamento di tendenze democratiche. La mia previsione è che ciò accadrà anche in quel paese, ma ciò non toglie che al momento la Cina, e in misura minore la Russia, siano in aperta contraddizione con la mia tesi.

Quale strategia dovrebbero adottare gli Stati Uniti per evitare che l’Iran giunga a dotarsi dell’arma nucleare?
L’Iran è senza dubbio uno dei principali problemi della politica estera americana. E’ chiaro, infatti, che Ahmadinejad vuole l’arma nucleare a tutti i costi. Il regime iraniano, tuttavia, non è ben coeso e una parte dell’establishment sembra avere pessime intenzioni, il che crea una miscela esplosiva per l’intera regione. Ciò detto, non credo che la minaccia posta dall’Iran possa condurre alla terza guerra mondiale, come l’amministrazione Bush in alcuni casi sembra ritenere. Nei confronti dell’Iran, sono più incline a privilegiare una politica di contenimento, anche nel caso in cui quel paese dovesse giungere a dotarsi dell’arma nucleare. Nonostante la retorica di Ahmadinejad, infatti, gli iraniani sono un popolo tendenzialmente razionale e sia che l’Iran acquisti il rango di potenza nucleare, sia che non lo faccia, a mio avviso l’unica politica perseguibile da parte degli Stati Uniti è quella del contenimento. Dal 1979 in poi è stato possibile contenere l’Iran così come era stato possibile contenere l’Unione Sovietica. Ciò mi induce ad essere contrario ad ogni tipo di azione preventiva nei confronti del regime di Teheran. Non esiste alcuna alternativa plausibile a quella del dialogo e dell’isolamento economico e politico. Se continueremo ad usare il canale diplomatico, le componenti più moderate del regime acquisteranno crescente fiducia e influenza. E certamente non possiamo continuare sul canale diplomatico senza l’aiuto degli europei.

Come reagirà Israele alla prospettiva di un Iran nucleare? Se gli Stati Uniti non interverranno, crede che lo farà Israele?
Mi sembra che il senso di forte preoccupazione che si era diffuso lo scorso anno in Israele si sia parzialmente ridotto. Ma non sono in grado di dire nulla sulle possibili scelte di Israele.

Crede che possiamo aspettarci un Iran più democratico tra 10 anni?
Direi che possiamo aspettarci che l’Iran diventi più liberale. Al suo interno la società iraniana è infatti molto diversificata e complessa e non approva l’attuale teocrazia. I primi importanti cambiamenti si potrebbero vedere già tra una generazione, ma non vorrei creare aspettative eccessive, commettendo lo stesso errore che recentemente si è commesso sopravvalutando il potere che gli studenti e i gruppi di opposizione detengono realmente all’interno della società iraniana. Ciò che gli iraniani vogliono in realtà è ben più semplice della democrazia: vogliono trovare cibo sulle loro tavole e bassi prezzi per il petrolio e per il gas, e appoggeranno chiunque e qualunque regime possa soddisfare questi loro bisogni.

Intanto cresce l’influenza sciita in tutta la regione, dall’Iraq, al Libano, alla Siria. Quali sono, in questo contesto, le possibilità di un’affermazione dei valori della democrazia nell’area?
Il problema è che sia i gruppi sciiti che quelli sunniti, Al Qaeda, i salafisti, e il gruppo Al-wahabi, sono incompatibili non tanto con il principio democratico, ma con il nostro concetto di democrazia liberale, visto che la loro religione non ammette tolleranza e libertà, ma al contrario profetizza l’imposizione della sharia in ogni società gestita sotto strette forme di controllo. Ciò rappresenta una minaccia per i regimi della regione molto più che per Israele o per gli Stati Uniti. Questi regimi sono consapevoli di questa minaccia e hanno già assunto delle misure per contrastare l’espansione delle componenti sciite più estremiste. Non ritengo, dunque, ci sia motivo di sopravvalutare particolarmente questa minaccia.

Rispetto al conflitto israelo-palestinese, crede che possano emergere dei risultati concreti dal processo che si avviato con la conferenza di Annapolis?
Credo che le basi per una risoluzione del problema oggi siano di nuovo sul tavolo. Il leader di Fatah, Abu Mazen, sembra ben disposto ad andare avanti verso la risoluzione del problema. Il governo e la popolazione israeliane sono frenati nelle loro ambizioni dal ricordo degli esiti nefasti della guerra con il Libano della scorsa estate. La pecora nera continua ad essere Hamas, ma ciò nonostante credo esista la possibilità concreta di un compromesso. Tuttavia ci vorrà molto tempo, e credo che Annapolis rappresenti solo un piccolissimo passo iniziale.

Quel è la sua valutazione del Pakistan e della sua situazione interna?
Il Pakistan è un paese debole con cui gli Stati Uniti hanno sempre mantenuto un rapporto piuttosto positivo. Il paese potrebbe diventare un problema molto serio se degenerasse da Stato debole a Stato fallito. La minaccia non proviene tanto da un Governo ostile, ma dalla possibile degenerazione in anarchia e instabilità, nel qual caso si potrebbe perdere il controllo dell’arma nucleare posseduta dal governo pakistano. Ad oggi, tuttavia, non credo che il Pakistan possa o voglia esportare materiale nucleare a gruppi terroristi di proposito. E’ vero che il Pakistan ha già esportato materiale nucleare in Siria e Libia, ma dubito che rifornirà gruppi di terroristi, a meno che si dovesse determinare una totale perdita di controllo e potere da parte del Governo. Sicuramente Musharraf sta contribuendo alla debolezza del Governo, usando il sostegno dei militari come unica fonte di legittimazione e controllo del potere.

Qual è il futuro della comunità transatlantica, e quale ruolo spetta, in questo quadro, a una media potenza come l’Italia?
Il concetto di comunità transatlantica risale all’epoca della guerra fredda e non credo che potrà sopravvivere a lungo dopo la fine di tale era. Prima del 1945 non esisteva alcuna comunità transatlantica, ma solo stati indipendenti come gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia o l’Italia, e le loro relazioni reciproche. Credo che stiamo lentamente tornando a quel sistema e che quei legami transatlantici che ci hanno accomunato per lungo tempo stiano scemando. Le implicazioni per un paese come l’Italia sono piuttosto positive, dato che in un sistema più multipolare ogni Stato giocherà un ruolo maggiore. Con il declinare della potenza americana, ogni singolo Stato dovrà decidere se allearsi o meno agli Usa e questo – in aggiunta alla partecipazione in alcune istituzioni internazionali o regionali – darà a un paese come l’Italia maggiore influenza. Un po’ lo si è già visto durante la guerra in Iraq, quando il governo Berlusconi ha usato il sostegno alle guerra per avvicinarsi agli Stati Uniti e con ciò guadagnare più influenza, cosa che la Francia o la Germania, invece, non hanno fatto.

Oggi in Italia c’è un diffuso sentimento antiamericano. Non crede che questo raffredderà le relazioni con gli Stati Uniti?
Forse, ma solo nel breve periodo perché gli Stati Uniti e l’Italia hanno interessi comuni ben più forti. Una volta stabilizzata la situazione in Iraq, i legami economici e politici tra i due paesi avranno la meglio. Per di più, fino a quando gli Usa rimarranno l’unica super-potenza, l’Italia avrà solo da guadagnare nell’appoggiarla, e a mano a mano che la potenza americana verrà meno, questa relazione diverrà sempre più bilanciata. Date le relazioni storiche tra i nostri due paesi, non credo che questo latente antiamericanismo in Italia durerà molto a lungo.