IAI
Il nuovo Trattato Ue

Un passo avanti per la politica estera comune

6 Nov 2007 - Michele Comelli - Michele Comelli

Con l’approvazione del nuovo Trattato di riforma il 18 ottobre scorso a Lisbona, l’Unione europea ha finalmente ripreso il cammino delle riforme istituzionali, arenatosi in seguito alla bocciatura del Trattato costituzionale nel maggio-giugno 2005. A differenza di quest’ultimo, il Trattato di Lisbona – che sarà solennemente firmato il 13 dicembre prossimo – ha abbandonato ogni elemento di carattere “costituzionale”, come ad esempio l’inno o la bandiera, mantenendo però molte delle principali innovazioni apportate dal Trattato costituzionale. Questo è particolarmente evidente nei settori della politica estera, di sicurezza e di difesa, che costituiscono alcune delle aree di attività dell’Ue che necessitavano maggiormente di riforma, per mettere l’Unione in condizione di esercitare un’azione più incisiva sulla scena internazionale. Un recente studio dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) per il Senato ha analizzato le principali modifiche che il nuovo testo apporterà in questi settori, rispetto all’attuale Trattato di Nizza.

Coerenza ed efficacia
Nel settore della Politica estera e di sicurezza comune (Pesc) due sono le principali novità istituzionali previste dal Trattato di riforma: l’“Alto rappresentante per la politica estera e gli affari di sicurezza” e il “Servizio europeo per l’azione esterna”.

L’Alto rappresentante per la politica estera e gli affari di sicurezza, che il Trattato costituzionale denominava invece, più ambiziosamente, “Ministro degli affari esteri dell’Unione europea”, riunirà in sé i ruoli e le attribuzioni di due figure istituzionali attualmente distinte: l’Alto rappresentante per la Pesc e il Commissario per le Relazioni esterne. Questa fusione, che dovrebbe semplificare il quadro istituzionale, mira a dare maggiore coerenza ed efficacia alla politica estera europea.

Il Servizio europeo per le relazioni esterne, che dovrebbe costituire l’embrione di una sorta di corpo diplomatico europeo, sarà composto da funzionari della Commissione, del Segretariato del Consiglio e da diplomatici distaccati dai paesi membri. Si spera che grazie a questo nuovo strumento istituzionale i paesi Ue riescano ad agire sempre più di concerto nelle varie aree del mondo, facendo prevalere le politiche comuni su quelle bilaterali.

Notevoli sono poi le novità previste dal Trattato di riforma in materia di Politica europea di sicurezza e difesa (Pesd). Esse riprendono quasi in toto quelle che erano già contenute nel Trattato costituzionale. La politica di difesa è scarsamente definita nei trattati in vigore. Finora si è infatti sviluppata in gran parte al di fuori di un preciso contesto giuridico ed istituzionale. Il Trattato di riforma prevede l’istituzione di una “cooperazione strutturata permanente” tra i paesi che vogliano realizzare un’integrazione più stretta in questo settore e ne abbiano le capacità, rafforza i vincoli di solidarietà tra i paesi Ue, introducendo una clausola di difesa e una di solidarietà collettiva, ed amplia la tipologia di missioni che l’Unione può attuare, aggiungendovi quelle per il sostegno ai paesi terzi nella lotta contro il terrorismo.

Incertezze residue
I miglioramenti rispetto alla situazione attuale sono evidenti; rimangono peraltro alcune incertezze circa l’attuazione pratica delle novità previste dal Trattato di riforma.

In primo luogo, molti dettagli importanti devono ancora essere chiariti – ad esempio quelli relativi all’introduzione dell’Alto rappresentante per la politica estera e gli affari di sicurezza e del Servizio europeo per l’azione esterna – e lo saranno presumibilmente solo dopo l’entrata in vigore del nuovo trattato.

In secondo luogo, bisogna considerare che in vari paesi europei e nella stessa Bruxelles ha ripreso a soffiare da qualche tempo un vento intergovernativo, che tende a frenare i tentativi di rafforzamento della dimensione comunitaria e sopranazionale dell’Ue. Emblematica di questo clima è la dichiarazione sulla Pesc, che, su richiesta soprattutto della Gran Bretagna, è stata allegata al Trattato di riforma: vi si riaffermano con pignoleria le prerogative dei paesi membri nel settore della politica estera e della diplomazia.

Con questa tendenza ancora nettamente prevalente si dovrà necessariamente fare i conti sia nella fase di ratifica del nuovo trattato sia quando lo si dovrà tradurre in pratica.

Infine, alcuni problemi potrebbero sorgere nella fase di ratifica del nuovo trattato, come già accaduto con il Trattato costituzionale, che è stato bocciato nei referendum svoltisi in Francia e nei Paesi Bassi nella primavera del 2005. Sia la Francia sia i Paesi Bassi hanno però escluso il ricorso a un nuovo referendum. Inoltre, è previsto che in quasi tutti gli altri paesi membri la ratifica del Trattato di riforma avvenga solo per via parlamentare.

Questa volta l’entrata in vigore del nuovo trattato dovrebbe pertanto incontrare meno ostacoli politici. Restano tuttavia alcune incognite relative alla dinamiche interne di alcuni paesi, in primis il Regno Unito e la Polonia, dove i partiti e i movimenti contrari a un rafforzamento delle istituzioni europee hanno un notevole seguito popolare.

Vedi anche Nuovo Trattato di riforma (Lisbona, 18 ottobre 2007)

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