IAI
Il futuro della Nigeria

Tra speranze di rilancio e lotta alla corruzione

22 Nov 2007 - Pierluigi Valsecchi - Pierluigi Valsecchi

Secondo le cifre rese pubbliche di recente dal senatore federale David Brigidi, presidente della “Senate Committee on Niger Delta Peace and Conflict Resolution”, la violenza che investe gli stati petroliferi della Nigeria ha comportato per il paese un danno finanziario complessivo pari a 58,3 miliardi di dollari nell’arco degli ultimi nove anni. L’escalation conflittuale che data dal 1999 – paradossalmente proprio l’anno in cui il paese è tornato alla democrazia dopo una lunga fase di governo autoritario – riguarda le rivendicazioni delle comunità locali, specialmente jiaw e itsekiri nel Delta del Niger, che chiedono maggior partecipazione ai proventi della produzione realizzata nelle loro terre – quasi il 90% del bilancio federale – e controllo sulle procedure estrattive, spesso estramente distruttive, messe in atto dalle imprese concessionarie.

Il conflitto ha colpito duramente l’attività estrattiva con blocchi e continui furti di greggio, causando una perdita media giornaliera di 300 mila barili; senza contare che diverse multinazionali hanno abbandonato l’estrazione on-shore per ragioni di sicurezza (come si ricorderà, anche la presenza petrolifera italiana ha subito ripetuti attacchi e rapimenti di personale). Sono dati che traducono una situazione di sofferenza grave per quella che è la nazione più popolosa (oltre 130 milioni di abitanti) e la seconda economia sub-sahariana dopo il Sudafrica. La Nigeria fa parte dell’Opec (8% della produzione complessiva dei paesi membri) ed è tuttora il maggior produttore africano di greggio, con 3 miliardi di tonnellate metriche di riserve accertate e altrettante da esplorare.

Petrolio e politica
Il petrolio, che rappresentava nel 2006 il 95% dei proventi dall’esportazione, il 76% delle entrate governative e circa 1/3 del prodotto interno lordo, è in tutti i sensi il cuore materiale e politico del sistema nigeriano. La gestione della sua produzione è il perno strutturale dell’economia formale del paese, è lo scheletro di articolazione di una colossale rete informale, è il terreno di coltura di un sistema di corruzione fra i maggiori del globo e il palcoscenico del confronto fra una nebulosa di poteri legati a varie espressioni di vita istituzionale del paese e delle sue numerosissime comunità: si tratti di politici e burocrati locali, di capi tradizionali, di leader religiosi, di uomini d’affari, di movimenti identitari di minoranza.

La ripartizione delle rendite petrolifere è il nodo centrale nei rapporti fra governo federale e stati, fra stati e comunità locali e nelle relazioni reciproche fra i 36 stati membri della Federazione o, ancor meglio, fra le 6 “zone geo-politiche” identificate secondo criteri di contiguità e affinità linguistica e ufficialmente riconosciute dagli anni Novanta, ciascuna composta da un ugual numero di stati: North-West, North-Central, North-East, South-West, South-South e South-East. Le “zone” sono per un verso il riconoscimento della portata dei lealismi etnico-religiosi che caratterizzano e contrappongono il nord, a dominanza islamica e hausa-fulana, al Sud, a predominio cristiano, yoruba (a ovest) e ibo (a est) e d’altro lato tentano di arginare gli aspetti più pericolosamente centrifughi di questa ripartizione, fornendo una griglia di razionalizzazione dei processi decisionali a livello nazionale: in pratica nomine e cariche federali, politiche di investimento, piani infrastrutturali, ecc. sono oggi decisi con riferimento a questo riequilibrio geo-politico dell’insieme nazionale.

Successione non traumatica
A reggere le trame di questa tela complicata è, dalle elezioni presidenziali del 21 aprile scorso, Umaru Musa Yar’Adua, succeduto al vertice federale dopo i due mandati consecutivi di Olusegun Obasanjo, un veterano della politica nigeriana, già governante militare negli anni Settanta e poi capo dello stato eletto democraticamente nel 1999 e 2003. Per la prima volta nella storia della Nigeria dall’indipendenza (1960) si è assistito al trapasso dei poteri fra presidenti ambedue eletti in consultazioni nel quadro di un sistema democratico-parlamentare e non di regime militare. Inoltre l’elezione di Yar’Adua ha marcato il conseguimento di una tappa fondamentale nella valutazione dei processi di democratizzazione, ossia la sopravvivenza del sistema costituzionale al ricambio al vertice.

Anche se il nuovo presidente è esponente del medesimo People’s Democratic Party (Pdp) di Obasanjo e, personalità poco conosciuta prima della contesa elettorale, è stato visto da molti sostanzialmente come l’uomo di fiducia, più che il delfino, del vecchio presidente e del suo gruppo di potere. Fra l’altro le elezioni sono state duramente contestate dai principali sconfitti: il generale Muhammadu Buhari, governante militare negli anni Ottanta, e Atiku Abubakar, già vice-presidente di Obasanjo ed ex-candidato del Pdp, poi scartato in seguito ad accuse di peculato.

Ma a denunciare vizi nella consultazione sono stati anche diversi osservatori internazionali, a causa dell’evidenza di irregolarità e del fatto che la cruciale tornata elettorale della settimana precedente per eleggere i governi degli stati e conclusasi con l’attribuzione di ben 27 governatori al People’s Democratic Party, era stata inficiata da violenza diffusa e da palesi brogli.

Segnata da questo parto travagliato e carico di ombre, l’avvio della nuova presidenza è avvenuto in tono decisamente minore. Ma la lettura preconcetta di un presidente debole, funzionale alla continuità di impostazioni politiche precedenti e, specialmente, di interessi di potere precostituiti è stata rapidamente smentita. Yar’Adua, personalità schiva e riservata, ha dimostrato che la sua mancanza di accenti roboanti, inusuale nella politica nigeriana, non corrisponde a mancanza di autonomia e a modesta capacità politica e gestionale. Anzi: sembra vero il contrario.

Lotta alla corruzione
Distintosi per l’integrità personale nei due mandati come governatore dello stato di Katsina, nel suo discorso di insediamento alla presidenza federale Yar’Adua ha indicato fra le sue preminenze la lotta contro la corruzione del sistema politico nigeriano. I mesi successivi, infatti, hanno visto una serie di procedimenti nei confronti di ex-governatori e politici indiziati di crimini finanziari e di altro genere, che hanno dato una scossa ad un quadro dove virtuale impunità sembrava una garanzia incrollabile nei ranghi alti della politica.

Nella formazione del nuovo gabinetto federale, varato solo in luglio dopo interminabili negoziazioni, il presidente ha voluto includere membri nominati dalle opposizioni: procedura del tutto inusuale, che ha lasciato di stucco tanto gli uomini del Pdp come quelli dell’opposizione, del resto già stupiti per la mancanza di qualsiasi ingerenza presidenziale nelle inchieste giudiziarie sulle elezioni marcate da irregolarità.

Fiuto politico e abilità negoziale sono del resto doti ampiamente dimostrate da Yar’Adua come governatore di Katsina: fu lui a sancire l’adozione della legge islamica in quello stato, andando incontro alle richieste della maggioranza locale, ma fu del resto ancora lui ad adoperarsi con successo per la soluzione del caso di Amina Lawal, salvando dalla lapidazione la donna condannata per adulterio da una corte islamica, per la quale si era creato un vasto movimento internazionale di solidarietà.

La crisi nel Delta del Niger è ovviamente un altro punto chiave del programma presidenziale. Yar’Adua – che si è scelto come vice-presidente Goodluck Jonathan, esponente del Delta – ha annunciato l’elaborazione di un piano d’azione per lo sviluppo dell’area come perno della sua strategia d’intervento. Tuttavia nei mesi passati il livello di conflittualità si è innalzato. Se da una lato il cessate-il-fuoco proclamato dal Movement for the Emancipation of the Niger Delta (Mend) ha complessivamente retto (a condurre attacchi in tono minore sono piuttosto altri gruppi minori), una serie di scontri con decine di morti hanno avuto luogo a Port Harcourt fra sostenitori, rispettivamente, del nuovo governatore di Rivers e del suo rivale escluso. Yar’Adua ha risposto immediatamente con misure di potenziamento dell’apparato di sicurezza nell’area, ma anche intervenendo contro le evidenti strumentalizzazioni della situazione conflittuale da parte di esponenti locali e di interessi di natura criminosa.

L’impegno del presidente si è tradotto nel bilancio programmatico per il 2008, presentato all’Assemblea nazionale in novembre, in una previsione di stanziamento per le voci sicurezza e Delta del Niger pari al 20% del totale di spesa.

Ristrutturazione e riforme
Su un piano più strutturale Yar’Adua sta spingendo l’acceleratore delle riforme istituzionali e ha annunciato una ristrutturazione globale della gestione del settore petrolifero, che prevede fra l’altro la sostituzione dell’attuale Ministero del petrolio con un National Petroleum Directorate e la trasformazione della Nigerian National Petrolueum Corporation, di proprietà dello stato, in una nuova National Petroleum Company of Nigeria, col compito di gestire gli interessi nazionali nel settore, mentre strutture estrattive, oleodotti, ecc. verranno costituiti in compagnie indipendenti. Il tutto sotto la supervisione di una National Energy Commission presieduta dal Capo dello Stato.

I problemi affrontati dal governo di Yar’Adua sono quelli di uno dei paesi più indebitati del mondo e di un’economia del tutto dipendente dal petrolio, anche se la base da cui parte il nuovo presidente ha sostanziali elementi di solidità. Il lascito di Obasanjo è quello di una posizione fiscale dello stato che è la più forte dall’indipendenza e di riserve di valuta estera che sono le più cospique. L’attuale ascesa dei prezzi del petrolio e del gas naturale si traduce in un aumento della capacità del paese di effettuare investimenti infrastrutturali di grandi dimensioni, ma anche di spendere in settori cruciali come la sanità e l’educazione.

Le potenzialità di sviluppo della Nigeria sono insomma favorevoli oggi come mai nel passato recente, ma su questo decollo e sulla presidenza di Yar’Adua seguitano a pesare le incognite politiche derivanti da una struttura di rapporti istituzionali fra le diverse componenti della Federazione così complessa da divenire elemento di destabilizzazione dell’azione di governo e dalla corruzione insita nella gestione della politica a tutti i livelli.

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