Ritorno alla politica?
Nelle elezioni parlamentari anticipate che si sono tenute in Polonia il 21 ottobre scorso si è riconfermata la tendenza alla alta mobilità del voto e all’alternanza di governo. Dal 1993 quando si tennero le prime elezioni dopo la caduta del comunismo, si sono avvicendati ben nove Governi. Anche questa volta il partito leader della coalizione di governo uscente non è stato riconfermato. Piattaforma civica (PO), guidata da Donald Tusk, ha infatti con il 41,51% delle preferenze sconfitto Legge e Giustizia (PiS), il partito del primo ministro Jarosław Kaczyński, che si è attestato al 32,11%.
Sulla base di questi risultati, 209 seggi saranno attribuiti al PO (su un totale di 460 seggi nella camera bassa del parlamento polacco) e 166 al il PiS. Soltanto altri due partiti, il partito degli Agricoltori (PSL), considerato il potenziale alleato di coalizione dal PO, e il gruppo dei partiti di sinistra (LiD) riusciranno ad entrare nel Sejm con rispettivamente 31 e 53 seggi. La Lega delle famiglie polacche (LPR) e Samoobrona, i partiti alleati del PiS, hanno subito una vera e propria débâcle riportando rispettivamente appena l’1,3% e l’1,53% delle preferenze. Tale risultato non consentirà ai due partiti di entrare in parlamento dal momento che la soglia di accesso è del 5%. Al Senato, PO si aggiudica 60 seggi, mentre il PiS 39.
Ma il dato più positivamente sorprendente che emerge da questa ondata elettorale è quello dell’affluenza alle urne dei polacchi, così inaspettata che la commissione elettorale ha dovuto in extremis prendere la decisione di tenere aperte le urne più a lungo del previsto per consentire ai cittadini di alcune zone di Varsavia di poter espletare il proprio diritto di voto. La percentuale della partecipazione è infatti la più alta dalla fine del comunismo, toccando il 55,3% con un incremento del 14,73% in confronto alle ultime elezioni politiche del 25 settembre 2005, quando solo il 38% dei polacchi si recò alle urne. Più alta era stata l’affluenza in occasione del referendum sull’adesione all’Ue (58.8%), mentre ancora più bassa quella registrata in occasione delle elezioni per il Parlamento europeo (20.4%). L’apatia elettorale del 2005 aveva fatto sí che il governo guidato da Jarosław Kaczyński fosse espressione solo di una parte del paese.
Da un’analisi del voto del 2005 condotta da Rzeczpospolita, l’astensionismo risultó maggiormente diffuso tra i giovani, nella fascia diciotto-trent’anni, e tra i contadini. La svolta in queste elezioni è venuta proprio dalla partecipazione al voto dei giovani appartenenti alla fascia diciotto-ventiquattro anni. Dal punto di vista della distribuzione territoriale del voto, risulta che la Polonia occidentale, centrale e del nord ha votato per il PO, mentre le regioni poste sulla frontiera orientale hanno dato la propria preferenza al PiS. Riguardo al voto dei polacchi all’estero, quelli residenti negli altri stati Ue hanno sostenuto il PO, mentre quelli negli Stati Uniti il PiS.
Una nuova fase politica: dalla riconciliazione al rilancio economico
Commentando i risulati delle elezioni, Lena Kolarkska-Bobinska, direttrice dell’Instytut Spraw Publicznych, ha affermato che siamo di fronte ad “una rivoluzione generazionale” che potrebbe consentire al paese di compiere una svolta e di guardare finalmente in avanti realizzando quello che ormai quasi venti anni fa Tadeusz Mazowiecki, alla guida del primo governo post-comunista, invocava: la gruba kreska, una linea di cesura con il passato.
Da quando infatti nel 2005 il PiS dei gemelli Kaczyński vinse le elezioni e Lech come Presidente e Jarosław come primo ministro guidano la Polonia, c’è stata una corsa a disseppellire il passato e a rinvenire ovunque nemici – dai comunisti ai russi, dai tedeschi agli ebrei e ai gay – da far diventare questione politica ed accrescere il consenso. I Kaczyński hanno sapientemente sfruttato sentimenti e risentimenti latenti nella società polacca o almeno nell’elettorato conservatore che li sostenne allora. La decisione che più ha suscitato clamore all’interno e all’esterno del paese è stata l’adozione (15 marzo 2007) della cosiddetta Lùstrazia, una legge che obbliga migliaia di cittadini polacchi a dichiarare per iscritto se hanno collaborato o meno con i servizi di sicurezza dell’ex regime comunista.
Solo una partecipazione attiva alla vita politica dei giovani e un ricambio generazionale dell’élite politica potrebbe contribuire a rompere il grigiore e la stagnazione politica instaurata dai Kaczyński. La riconciliazione e una più equilibrata percezione della memoria sarebbero meno faticosi se mediati da una nuova classe politica che non abbia avuto trascorsi né comunisti né con la dissidenza e Solidarność. In questo modo si supererebbero le debolezze che alcuni identificano con la transizione “morbida” dal comunismo e quei tanti complessi di inferiorità che la Polonia si è trascinata nel tempo e che ancora oggi ne determinano comportamenti aggressivi.
Ed è proprio il tema della riconciliazione nazionale e della pacificazione della memoria collettiva che Tusk, il vincitore delle elezioni, ha enfatizzato nelle interviste rilasciate subito dopo la proclamazione della sua vittoria. Del resto la campagna elettorale di Tusk, soprattutto nelle ultime settimane, aveva abbandonato i toni critici precedenti a favore di una strategia costruttiva tutta mirata a motivare i polacchi prospettandogli per il futuro un “nuovo miracolo economico polacco” sull’esempio dell’Irlanda, della Slovenia e dell’Estonia.
Tusk ha anche fatto leva sulla voglia di riscatto a livello internazionali dei giovani polacchi soprattutto quelli che sono migrati o che per un livello di istruzione alto sono più sensibili ai temi di politica estera e all’immagine esterna del proprio paese. La Polonia, secondo il leader di PO, deve poter tornare ad essere un paese rispettato sia nel mondo che in Europa dove, per esempio, durante la crisi ucraina il presidente Kwaśniewski svolse un pregevole lavoro diplomatico contribuendo a rafforzare il ruolo di ponte fra Ue ed est della Polonia.
Dopo l’euforia del successo Tusk deve ora affrontare la difficile fase negoziati per la formazione del governo. Benché il PO sia vicino alla maggioranza assoluta, ha tuttavia bisogno del sostegno di altre formazioni politiche come la sinistra o il partito degli Agricoltori (PSL). Ed è proprio con il PSL che Tusk sta conducendo serrate trattative per raggiungere un’intesa in vista della sessione inaugurale del nuovo Parlamento. Successivamente, entro 14 giorni il Presidente polacco dovrà nominare il candidato per il posto di premier, il quale avrà due settimane per ottenere il voto di fiducia del nuovo parlamento. Il leader di PSL, Waldemar Pawlak, dovrebbe ottenere la carica di vice-primo ministro o quella di ministro dell’economia. Insieme PO (209) e PSL (31) potranno contare su una maggioranza di 240 seggi. Intanto il presidente Jarosław Kaczyński ha promesso “un’opposizione diversa e più dura rispetto a quella subita negli ultimi due anni dal suo governo”.
Il programma di governo
Il PO si trova in un’ottima posizione per poter adottare misure decisive per la modernizzazione del paese. L’economia polacca cresce a un ritmo del 6,5% e ciò consentirebbe al nuovo governo di procedere alla riforma delle finanze pubbliche (si prevede un taglio al disavanzo nel bilancio del 2008 di circa 20 miliardi di złoty rispetto ai previsti 28,6 miliardi del governo del PiS), alla semplificazione del sistema della tassazione e a intraprendere consistenti investimenti per il miglioramento della rete dei trasporti e lo svecchiamento della pubblica amministrazione. Il PO spera anche di poter contribuire alla progressiva riduzione della disoccupazione e si impegna anche a favore del graduale aumento degli stipendi più bassi che hanno spinto molti polacchi ad emigrare. Ci si attende anche che sia dato nuovo impulso al processo di privatizzazione riducendo il ruolo dello stato in quei settori industriali in cui è ancora consistente. Con il nuovo Governo anche la preparazione per l’adozione dell’euro potrebbe subire un’accelerazione e la Polonia potrebbe farcela già per il 2012.
Tusk sembra anche determinato a compiere l’atteso disgelo nelle relazioni con l’UE ed in particolare con la Germania. Una Polonia più costruttiva all’interno della UE (tale atteggiamento dovrebbe essere favorito dall’inclusione durante il vertice di Lisbona della Clausola di Ioannina nel nuovo Trattato come richiesto dal paese e dall’inserimento di un proprio avvocato generale permanente presso la Corte europea di giustizia) contribuirà a migliorare anche le relazioni con la Russia. Nonostante l’inclinazione pro-atlantista della Polonia non sia destinata a mutare, Tusk ha tuttavia annunciato di voler ritirare le truppe polacche dall’Iraq e di voler ri-negoziare i termini dell’installazione dei 10 missili intercettori sul territorio polacco, parte del progetto di scudo antimissilistico Usa, per altro osteggiato dall’opinione pubblica polacca.
Tusk se vorrà mantenere stabile il potere acquisito dovrà impegnarsi affinché il consenso ottenuto dalle nuove generazioni si traduca anche in una loro maggiore partecipazione attiva alla politica ma soprattutto dovrà continuare la lotta alla corruzione, la fonte di maggior consenso per i Kaczyński. Inoltre Tusk sarà costretto ad una potenziale difficile “coabitazione” con Lech Kaczyński che lo sconfisse proprio alle elezioni presidenziali dell’ottobre 2005 e che manterrà la sua carica fino al 2010. Il presidente ha diritto di veto – e ha minacciato più volte che non esiterà a ricorrervi – che il parlamento può solo superare qualora raggiunga una maggioranza dei 3/5 dei voti espressi da almeno la metà dei parlamentari. La scena politica polacca promette quindi di continuare ad essere effervescente.
Vedi pure “ La Polonia tra memoria e modernizzazione”
