IAI
Somalia

La crisi umanitaria sfocia nel caos

30 Nov 2007 - Mario Raffaelli - Mario Raffaelli

A quasi un anno di distanza dall’intervento etiopico in Somalia appare ormai chiaro a tutti che la sconfitta militare delle Corti Islamiche non ha risolto alcuno dei problemi politici, economici e clanici che erano alla base del successo delle stesse. Al contrario, a Mogadiscio la situazione è degenerata creando uno stato di guerriglia permanente e, anche per quanto concerne il resto della Somalia, il controllo del territorio da parte del Governo transitorio è spesso del tutto teorico. Tutto ciò ha provocato quella che i massimi rappresentanti delle agenzie dell’Onu e delle organizzazioni umanitarie internazionali hanno ormai definito “la più grave crisi umanitaria degli ultimi anni”.

Disastro nascosto
Le cifre sono di per sé eloquenti. Secondo i dati dell’Acnur solo dopo gli ultimi combattimenti intensi, verificatisi il 27 ottobre, altre 203.000 persone hanno abbandonato le loro abitazioni svuotando completamente alcuni distretti della capitale e spostandosi verso altri quartieri della città, oppure in aree diverse come Afgoi, Merka, Balad, Jowhar. Dopo questi ultimi movimenti, che si aggiungono ai 400.000 sfollati per gli scontri di marzo-aprile e al rivolo quotidiano di fuggitivi provocati dai continui scontri a bassa intensità, la cifra totale dei profughi in Somalia, dall’inizio del 2007 è arrivata a circa 1.000.000.

In una recente riunione europea sulla Somalia, il rappresentante della Croce Rossa ha chiesto come fosse possibile che questa crisi umanitaria fosse, allo stesso tempo, così grave e così invisibile. La risposta è stata unanimemente identificata nel senso di sfiducia e frustrazione che da anni caratterizza la comunità internazionale nei confronti della situazione somala e nella priorità assunta ormai anche in quel caso dal dossier antiterrorista. Peccato che gli avvenimenti degli ultimi mesi abbiano semmai rafforzato il rischio di trasformare la Somalia in un nuovo terreno di reclutamento e di battaglia per il circuito terrorista internazionale, un rischio che in assenza di una soluzione anche politica è destinato solo ad aggravarsi.

Le dimensioni assunte ora dalla catastrofe umanitaria che, finalmente, ha destato l’interesse dei mass-media (anche italiani) fino a quel momento abbastanza disattenti, può costituire un ulteriore incentivo per cercare una via d’uscita da questa grave situazione. L’Italia non può certo essere accusata di non aver sottolineato per tempo la necessità di un approccio non esclusivamente militare ai problemi della Somalia e, per questo, subito dopo l’installazione del Governo di transizione regionale (Tfg) a Mogadiscio, nell’attività politico-diplomatica e in tutte le sedi internazionali ha sottolineato l’esigenza di riprendere il filo di un dialogo capace di associare al processo di transizione quelle componenti claniche e sociali che avevano appoggiato la presenza delle Corti islamiche non certo per fanatismo religioso, ma in conseguenza dell’alto grado di ordine e sicurezza che, per la prima volta in 16 anni, era stato creato a Mogadiscio e nelle aree circostanti.

In questo senso l’Italia è oggi impegnata a sostenere una reale applicazione delle raccomandazioni approvate dal “Congresso di riconciliazione” che si è concluso a Mogadiscio nel mese di agosto. I punti più importanti sono la dichiarata volontà di dare vita a un dialogo politico “inclusivo” e l’impegno a rispettare la scadenza del 2009 per organizzare il referendum sulla Carta costituzionale e le prime elezioni (“democratiche e pluripartitiche”) che dovrebbero concludere la fase di transizione.

È del tutto evidente che questi impegni sono destinati a rimanere lettera morta in assenza di condizioni diverse da quelle attuali (a partire dalla sicurezza) e, per fare questo, è necessario elaborare una “road map” che serva anche da piattaforma per il dialogo con l’opposizione, come è stato chiesto dalla comunità internazionale nel documento concordato nell’ultima riunione dell’International Contact Group sulla Somalia svoltasi a Roma. La recente nomina del nuovo Primo Ministro, Nur Hassan Hussein “Adde” (persona generalmente stimata nelle diverse componenti somale) potrebbe essere il primo passo in questa direzione.

Gli ostacoli da superare
Ovviamente, non si tratta di un percorso agevole. La situazione sul campo è estremamente deteriorata e, all’interno della opposizione come nello schieramento governativo, esistono posizioni intransigenti che bisogna superare facendo emergere, in entrambi i campi, le componenti disponibili a un componimento pacifico dei contrasti e incoraggiandole a elaborare proposte ragionevoli e costruttive.

Su questa strada un elemento discriminante sarà costituito dalla possibilità di identificare le condizioni per rendere effettiva la presenza dei peace keeper internazionali promessi dall’Unione Africana (con un possibile supporto da parte dell’Onu) che, finora, è rimasta sostanzialmente sulla carta (solo 1600 ugandesi sono stati dispiegati). Non si tratta solo di una questione economica (l’Italia, tra l’altro, ha erogato tempestivamente 10 milioni di euro a questo fine), ma anche di condizioni politiche. Infatti, senza un visibile processo politico e un allargamento del consenso che possa produrre maggiore stabilità è difficile che un numero adeguato di paesi (africani o, come ventilato da qualcuno, “islamici”) si renda disponibile a un operazione di questo tipo, essenziale per ottenere il ritiro delle truppe etiopiche che avrebbero dovuto rimanere “poche settimane” e sono invece ancora lì a un anno di distanza dalla sconfitta delle Corti Islamiche.

Questo aspetto costituisce un elemento decisivo non solo perché la presenza etiopica in Somalia rappresenta l’unico elemento che costituisce il collante (in qualche caso anche “forzatamente”) di componenti che, nell’opposizione, rappresentano interessi e progetti estremamente diversificati, ma anche per ridurre il rischio di una degenerazione regionale, in particolare per quanto concerne le condizioni già difficili in cui versano le relazioni fra Etiopia ed Eritrea.

È noto, infatti, che i due paesi si sono trovati su fronti radicalmente opposti sia durante il processo che ha dato vita alle istituzioni transitorie somale, sia nelle fasi successive fino alla decisione presa dall’Eritrea di “sospendere” la propria partecipazione alle riunione dell’Igad provocandone, di fatto, la paralisi. L’Eritrea, in particolare, ha sempre appoggiato scopertamente le Corti islamiche sia dal punto di vista politico che militare e, dopo l’intervento etiopico di un anno fa, ha cominciato a ospitare ad Asmara la rappresentanza “ufficiale” dell’opposizione. Questo appoggio implica dei riflessi estremamente pericolosi nella regione, anche perché l’azione di guerriglia da parte degli elementi più radicali dell’ opposizione non è limitata alla Somalia, ma si sviluppa anche in Etiopia, all’interno dell’Ogaden.

Situazione pericolosa
Si tratta, quindi, di una situazione altamente pericolosa, nel momento in cui i rapporti fra Etiopia ed Eritrea sono già estremamente tesi a causa della scadenza dei termini previsti per la Commissione costituita in base agli accordi stipulati ad Algeri il 12 dicembre del 2000. In base a tali accordi, che hanno posto fine ad una guerra durata due anni ed estremamente sanguinosa, le due parti decidevano di dare vita ad una “Temporary Security Zone” (Tsz) e di sottomettere la loro disputa di frontiera a una Commissione istituita appositamente con il mandato di “delimit and demarcate the colonial treaty border based on pertinent colonial treaties (1900,1902 e 1908) and applicable international law”.

Nell’aprile del 2002 la Commisione ha determinato le sue conclusioni, decidendo, tra l’altro, che il villaggio di Badme, oggetto della disputa iniziale, apparteneva all’Eritrea. Da allora l’Etiopia, con un comportamento capzioso, ma abile è riuscita a evitare la demarcazione effettiva della frontiera stabilita mentre l’Eritrea, pur avendo formalmente il diritto dalla sua parte, ha giocato male le sue carte muovendosi in maniera non approppriata come, del resto, le è capitato spesso in questi ultimi tempi.

In particolare, l’Eritrea ha dislocato circa 4.000 uomini all’interno della Tsz, creando così le condizioni per un bild-up militare che, a tutt’oggi, registra ormai la presenza di un quantitativo ingente di armi pesanti e circa 100.000 effettivi per parte in prossimità della frontiera. La diplomazia internazionale è al lavoro per impedire una escalation che possa condurre a un nuovo scontro militare, cercando le vie per evitare la scadenza della Commissione o comunque riaprire il dialogo fra le parti. In questo contesto, ovviamente, migliorare la situazione in Somalia costituirebbe anche un contributo stabilizzatore per l’intera regione.