La conferenza di Annapolis tra speranze e realtà
Mentre Annapolis, in Maryland, si prepara ad ospitare un tardivo quanto indefinito sforzo del presidente Bush per la pace tra israeliani e palestinesi, Camp David in Maryland, il luogo del disastroso summit israelo-palestinese del luglio 2000 voluto da Clinton continua ad ergersi come simbolo minaccioso dei costi di un fallimento. Dopo oltre sette anni di Intifada, terrorismo e insanabili conflitti, Washington si è di nuovo imbarcata in una peraltro più modesta iniziativa di pace. In un discorso tenuto il 16 luglio, Bush aveva lanciato la proposta di “un incontro internazionale in autunno, di rappresentanti dei paesi che appoggiano una soluzione di due Stati, respingono la violenza, riconoscono il diritto di Israele all’esistenza e si impegnano su tutti gli accordi precedentemente raggiunti tra le parti”.
Non ci sono molte ragioni per ritenere che documenti e strette di mano possano da soli colmare il fossato tra le aspettative che accompagnano questo processo diplomatico e la dinamica delle occupazioni e degli insediamenti illegali. In questo contesto, le realtà della vita quotidiana nel regime di occupazione pesano più delle astrattezze della diplomazia. Anche se Israele e gli Stati Uniti cercano di attenuare le attese di progressi negoziali, il presidente palestinese Abu Abbas e i suoi seguaci vedono il processo che Washington ha promosso come la loro migliore, e forse ultima, occasione per vincere la battaglia per conquistare l’opinione pubblica palestinese e per mettere le basi per un ritorno legittimato di Fatah al Governo.
Il leader palestinese è stato indebolito dalla vittoria di Hamas a Gaza e dalla nuova politica israeliana che definisce Gaza una “entità nemica”. Abu Abbas vede il processo diplomatico in corso come uno strumento capace di produrre una formula definitiva, la chiusura di un percorso, dopo il quale avviare la fase di vera e propria implementazione con delle precise scadenze temporali. Tuttavia, il processo diplomatico solleva poco interesse tra molti palestinesi che avvertono un profondo divario tra l’orientamento negoziale israeliano e la realtà concreta. Nell’ultimo anno, i coloni ortodossi hanno rappresentato il 40% dell’aumento della popolazione totale negli insediamenti. Gli elevati prezzi delle case in Israele stanno inducendo migliaia di questi israeliani religiosi e relativamente poveri ad attraversare la Green Line.
Anche i sauditi sono ben coscienti del gap fra le aspettative dei palestinesi di una conclusione dell’occupazione israeliana e gli interessi israeliani nei territori occupati. Ciò spiega la loro esitazione a partecipare alla conferenza di Annapolis, che invece costituisce un obiettivo primario per Israele e gli Usa. Come ha spiegato bene il ministro degli Esteri saudita, il principe Saud al-Faisal, “sarebbe assai curioso per Abbas e per il premier israeliano parlare di pace e di ritorno dei palestinesi mentre gli israeliani continuano a costruire degli insediamenti”.
È sperabile che la conferenza consenta ad ambo le parti di materializzare una visione della pace sulla base di due Stati affiancati. Ma si potrebbe anche verificare che i divari tra le parti che si incontrano ad Annapolis su argomenti “pesanti” come Gerusalemme e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi non consentano loro di firmare un accordo sullo status definitivo dei territori occupati. In tal caso, sarà imperativo chiudere il gap tra visione e realtà sul terreno e senza ulteriori indugi.Il conflitto arabo-israeliano, e specialmente il violento confronto israelo-palestinese,sono come un’auto con due soli comandi, marcia avanti e retromarcia e non esiste né la folle né l’arresto. Se le due parti non vanno avanti sono condannate ad andare indietro.Per i palestinesi questo significa una sconfitta del fronte pragmatico e una vittoria di quello che continua a sostenere che Israele non è un partner con il quale negoziare realisticamente una divisione dei territori. Per Israele sarebbe la fine di un processo politico con dei partner che hanno finalmente capito che non esiste una soluzione militare al loro problema.
Sarebbe uno scenario che farebbe felici gli elementi islamici radicali che stanno portando avanti la loro battaglia contro i regimi pragmatici nel mondo arabo. Questi gruppi ricavano grandi benefici dalla continuazione dell’occupazione ebraica e da ogni singola notizia che parla di bambini palestinesi uccisi nei territori occupati. E sarebbe una pessima notizia per l’Europa e per tutti coloro che hanno un interesse in un Medio Oriente stabile e pacifico.
