L’opportunità di un piano di intervento militare umanitario
La guerra civile in Darfur ha causato uno dei più gravi disastri umanitari dalla fine della Guerra Fredda. Il conflitto ha avuto inizio nel 2003 con una serie di attacchi da parte di ribelli dell’esercito di liberazione del Sudan contro installazioni militari governative nella Regione. Il governo sudanese ha risposto con una campagna di contro-guerriglia, in cui forze armate regolari e milizie arabe (i janjaweed) hanno indiscriminatamente attaccato centinaia di villaggi nel Darfur, seguendo una strategia che il governo aveva in precedenza adottato con successo per reprimere ribellioni nel sud del paese e nello stesso Darfur. Le milizie arabe, da parte loro, hanno accettato con entusiasmo la “licenza” offerta loro da Khartoum di saccheggio, stupro e omicidio ai danni delle comunità africane, loro rivali storici. Le conseguenze sono state raccapriccianti: oltre due milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni per cercare rifugio in altre aree del Darfur o in Ciad, e almeno 250.000 hanno perso la vita direttamente in seguito a violenza o a causa di malnutrizione e malattie accentuate dal conflitto.
Debolezza dell’azione diplomatica
Gli sforzi della comunità internazionale di trovare una soluzione diplomatica al conflitto non hanno avuto successo; allo stesso tempo, il contingente di pace dell’Unione africana, dispiegato nella regione dal 2004, si è dimostrato incapace di avere un impatto significativo sulle sorti del conflitto, date le sue dimensioni ridotte (attualmente 7.000 soldati) e un mandato limitato. Nel luglio del 2007, il Consiglio di Sicurezza ha autorizzato il dispiegamento di una forza ibrida dell’Unione Africana e dell’Onu decisamente più “robusta” (26.000 soldati), col mandato di proteggere civili in Darfur e facilitare la distribuzione di aiuti umanitari. Successivamente, nel mese di settembre il Consiglio di sicurezza ha approvato una missione congiunta dell’Ue e dell’Onu (circa 3.300 truppe) con un mandato analogo da espletare nelle zone del Ciad e della Repubblica Centrafricana al confine col Darfur.
Per pure ragioni logistiche, dispiegare una forza di pace di queste dimensioni in una area remota come il Darfur potrebbe richiedere diversi mesi. In aggiunta, forti incognite rimangono circa la possibilità che la forza internazionale riesca a ottenere le risorse necessarie (sia in termini di truppe ben addestrate sia di equipaggiamento e veicoli) per raggiungere piena operatività, data l’insistenza di Khartoum che il contingente mantenga un carattere “principalmente africano”. È evidente, tuttavia, che un forte supporto logistico e la messa a disposizione di una forza di reazione rapida da parte di paesi occidentali saranno indispensabili.
Tre obiettivi per la “forza di pace”
È comunque importante chiedersi che cosa sia lecito attendersi dalla forza internazionale, se e quando questa raggiungerà piena capacità operativa. È irrealistico pensare che la forza internazionale sia in grado di pacificare l’intera regione. Storicamente, l’esecuzione di missioni di peace-enforcement in contesti caratterizzati da un alto livello di instabilità e violenza (come è il caso del Darfur oggi) ha richiesto il dispiegamento di almeno 10 (e in molti casi 20) soldati per ogni migliaio di abitanti. Data la popolazione del Darfur di circa 6 milioni, sarebbero dunque necessari almeno 60.000 soldati per “imporre” la pace, il doppio di quelli promessi dalla comunità internazionale. La forza internazionale farebbe meglio ad adottare un piano meno ambizioso, centrato su tre obiettivi:
– la protezione dei campi profughi in Darfur e in Ciad;
– la prevenzione della militarizzazione dei campi;
– la protezione dei convogli umanitari nella regione.
La protezione dei campi è cruciale perché questi ospitano oltre un terzo della popolazione della Regione, che tuttavia continua a essere attaccata dai janjaweed. La superiorità in termini di mobilità e potenza di fuoco della forza internazionale rispetto alle milizie arabe dovrebbe essere sufficiente a scoraggiare la maggior parte dei loro attacchi. È comunque necessario che il contingente internazionale sia pronto a difendere i campi e dimostri chiaramente la volontà di usare la forza necessaria nei casi in cui la deterrenza non funzioni e i janjaweed decidano di attaccare.
Tuttavia, la protezione dei campi non accompagnata da sistematici sforzi per mantenerne il carattere civile, rischia di essere estremamente controproducente. I ribelli, infatti, avrebbero un forte incentivo ad usare i campi, sotto protezione internazionale e con accesso facilitato a risorse essenziali quali cibo e medicine, come basi per continuare la loro guerra contro le forze governative. Se i campi divenissero basi ribelli, Khartoum avrebbe un incentivo ad attaccarli direttamente, complicando così enormemente l’obiettivo della loro protezione. Una dinamica simile si è verificata nel conflitto in Bosnia, durante il quale i Serbo-Bosniaci continuarono ad attaccare le città protette dal contingente Onu perché quest’ultimo non aveva rispettato l’impegno di impedire attività della guerriglia bosniaco-musulmana in queste aree. Inoltre, il controllo dei campi profughi in Ciad da parte dei ribelli del Darfur rischierebbe di provocare una vera e propria guerra tra Ciad e Sudan, cosí come nel 1996 la presenza in Congo di basi di ribelli “mimetizzate” nei campi rifugiati Hutu del Ruanda, provocò un’invasione da parte del Ruanda, dando il via a una guerra che costò la vita a tre milioni di persone. Se i campi profughi rimangono demilitarizzati, è improbabile che Khartoum si opponga violentemente al contingente internazionale. Infatti, il governo sudanese non sembra interessato allo sterminio della popolazione africana del Darfur come fine a se stesso, ma piuttosto ad eliminare la minaccia rappresentata dai ribelli, come illustrato dal fatto che la campagna di brutale e sistematica violenza del governo è iniziata dopo l’offensiva dei ribelli del 2003 e non prima. In aggiunta, se l’obiettivo di Khartoum fosse stato l’annientamento dell’intera popolazione africana del Darfur, probabilmente avremmo assistito a un genocidio ad “alta velocità”, come quello in Ruanda nel 1994, dove la gran parte delle 800.000 vittime vennero uccise nelle prime tre settimane di violenza. Di conseguenza, è improbabile che il governo sudanese attacchi i campi se il contingente internazionale ne impedisce l’uso militare da parte dei ribelli.
L’obiettivo dei ribelli
D’altra parte, i ribelli potrebbero opporsi agli sforzi internazionali di prevenire la militarizzazione dei campi, ma la forza di pace ha verosimilmente un numero di truppe sufficiente per far fronte a questa opposizione. È comunque tutt’altro che evidente che i ribelli abbiano interesse a lanciare una campagna sistematica di guerriglia contro il contingente internazionale. Un ritiro della forza internazionale causato da attacchi ribelli, infatti, implicherebbe una riduzione notevole del supporto internazionale nei loro confronti, che invece i ribelli probabilmente vedono come essenziale per raggiungere i loro obiettivi, in una contesa contro un nemico militarmente superiore. Questo, tuttavia, non significa che non si verificherà alcun attacco ribelle contro la forza internazionale (come quello di settembre di una fazione africana contro truppe dell’Unione africana), perché negli ultimi due anni i gruppi ribelli si sono notevolmente frammentati, e alcune fazioni a questo punto sono più simili a banditi che a organizzazioni militari disciplinate. In aggiunta, alcune fazioni ribelli, mosse da una “logica di saccheggio” potrebbero attaccare con più frequenza i convogli umanitari, viste le ridotte possibilità di “estorcere” risorse dai campi profughi sotto controllo internazionale. Di qui è evidente la necessità della protezione dei flussi umanitari, la terza componente del piano proposto.
Come detto, l’intervento discusso non ha l’obiettivo di far terminare tutta la violenza al di fuori dei campi profughi né di imporre una soluzione di lungo periodo al conflitto. Una pace duratura richiederà o una vittoria militare da parte di uno dei belligeranti (cosa che inevitabilmente causerebbe molte altre vittime civili) o un accordo di pace tra tutti i principali attori locali. Se, e solo se, un accordo di pace comprensivo verrà raggiunto, con una conseguente notevole riduzione della violenza, la forza internazionale potrà avere un ruolo essenziale di mantenimento della pace in tutto il territorio del Darfur. Un’analisi delle difficoltà da superare per raggiungere un tale accordo è al di là degli obiettivi di questo articolo, ma è importante sottolineare che rinnovate vigorose pressioni internazionali saranno necessarie per spingere Khartoum a fare concessioni, visto che l’intervento proposto avrebbe l’effetto di indebolire militarmente i ribelli, riducendo così gli incentivi del governo sudanese a scendere a compromessi.
In conclusione, l’intervento avrebbe l’importante effetto di ridurre le sofferenze di una parte significativa della popolazione del Darfur, mentre la diplomazia fa il suo corso, sempre che il contingente internazionale riceva le risorse necessarie e sia disposto ad accettare rischi inevitabili in un ambiente di guerra.
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