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Paesi balcanici

Il sogno dell’Europa è sempre più lontano?

6 Set 2007 - Miodrag Lekic - Miodrag Lekic

Anche i paesi balcanici hanno seguito con ansia l’esito delle discussioni che si sono di recente tenute a Bruxelles sul futuro della Costituzione europea. Senza una radicale modifica del sistema di voto, non è infatti possibile proseguire sulla strada dell’allargamento. Il Trattato di Nizza prevedeva infatti una Unione Europea a 27 membri. Ma, val la pena di ricordare che, in questa fase, abbiamo di fronte due tipi di Balcani: i paesi già da tempo integrati in Europa come la Grecia (1981) o appena entrati a far parte dell’Unione, come la Bulgaria e la Romania (1° gennaio 2007) e i cosidetti Balcani occidentali (Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro, Macedonia, Albania).

Si tratta, se si guarda la carta dell’Europa, di una sorta di isola, di enclave, totalmente circondata da Stati membri dell’Unione Europea, formata dalle Repubbliche della ex-Jugoslavia, con l’eccezione della Slovenia (già europea dal 2004) e con l’aggiunta dell’Albania. Per un’ironia della storia, la Jugoslavia delle 6 Repubbliche rispondeva ai criteri previsti per l’ammissione, quando nessun altro dei paesi dell’Europa comunista li rispettava. Tanto che, nel 1971, la Jugoslavia aveva già firmato un accordo con Bruxelles, che le garantiva le agevolazioni previste dal “Sistema delle preferenze generalizzate”.

Proiezione europea
È doveroso sottolineare che tutti i paesi in questione hanno da tempo esplicitamente espresso il desiderio di entrare a far parte dell’Unione. Anzi, si potrebbe sostenere che l’unica idea forte, da tutti condivisa, è la proiezione europea. Da parte sua, la Ue ha più volte ribadito la volontà e necessità di completare il processo di allargamento, integrando via via tutti i Balcani occidentali. Queste due volontà convergenti rappresentano, per gli uni e per gli altri, una straordinaria opportunità. Ma, al di là, di questa apparente e ribadita concordia di intenti, le difficoltà sulla via dell’integrazione sono molteplici. Prima di affrontare il problema se le difficoltà siano o meno superabili, vale la pena di enumerarle.

Per motivi storici, antichi e recenti, i Balcani occidentali sono oggettivamente in ritardo da molti punti di vista. Le guerre degli anni Novanta hanno impoverito le Repubbliche in precedenza più avanzate. Inoltre, il passaggio dall’economia statalista di impronta socialista all’economia di mercato si presenta difficile, a volte, traumatico. In un contesto impoverito e pervaso dalla violenza, le diverse forme di criminalità organizzate hanno avuto modo di radicarsi e diffondersi.

La “primavera dei popoli balcanici” ha paradossalmente avuto un frutto vistoso: il proliferare delle mafie locali si presenta a volte come un fattore di integrazione regionale. Inoltre, nella loro “lunga marcia” verso l’integrazione europea, i paesi dei Balcani occidentali non possono contare su un contesto geopolitico favorevole, che ha caratterizzato invece il precedente, grande allargamento. La dichiarazione del Commissario all’Allargamento, Olli Rehn, secondo cui “dovranno utilizzare treni locali” per arrivare in Europa, fa intendere che Bruxelles non metterà a loro disposizione una locomotiva ad Alta Velocità.

La velocità di avvicinamento alla Ue dipenderà certamente dalla capacità dei Balcani Occidentali di avviare un processo di reintegrazione al loro interno sulla base delle regole europee. In altre parole, i Balcani potranno forse superare la “divisione come destino” che sembra segnarli storicamente, solo imparando la lezione dai paesi della Ue, che a loro volta, hanno saputo superare storiche divisioni.

Ma nei Balcani occidentali, resta comunque un “rebus geopolitico” non ancora decifrato, quello del Kosovo, de jure parte della Serbia, ma de facto protettorato Onu. È stato versato un fiume di inchiostro sui diritti storici serbi e i diritti etnici degli albanesi. Nelle prossime settimane si entrerà nel vivo della discussione sullo status finale del Kosovo; si tratterà di decidere se si intende rispettare quanto stabilito dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza n.1244, con cui si pose fine alla guerra del 1999, o si vuol dar vita a un nuovo Stato albanese.

Mentre le Cancellerie dei maggiori paesi dibattono sul futuro della provincia (Francia, Germania, Usa, Gran Bretagna, Russia, Italia), molti altri popoli guardano con ansiosa speranza, o timore, a quanto verrà deciso. Nel lungo elenco si trovano insieme Abkhazi, Ossezi, Scozzesi, Baschi, Serbi e Croati di Bosnia, Albanesi di Macedonia…In una così difficile situazione, dove si scontrano aspettative ugualmente legittime, la soluzione migliore dovrebbe essere quella senza vincitori né vinti. Su questa linea sembra muoversi il Governo italiano, con il “compromesso creativo” annunciato dal Ministro degli Esteri Massimo D’Alema.

Ma le difficoltà per raggiungere l’integrazione e realizzare “l’opportunità storica” non vengono solo da parte balcanica, perché esistono anche “ostacoli” da parte Ue: disincanto dell’opinione pubblica europea, stanchezza di fronte a ulteriori allargamenti, timore che l’entrata di nuovi paesi potrebbe causare problemi di insicurezza (immigrazione incontrollata, criminalità organizzata, ulteriore perdita di identità europea, ecc.). I Governi, d’altro canto, temono i costi di un’integrazione di paesi che sono ben lontani dagli standard economici della media Ue. E ci si pone anche un altro problema: i nuovi paesi farebbero parte della “vecchia” o della “nuova” Europa? E contribuirebbero a quella che Barbara Spinelli ha definito la “dittature dell’Est contro l’Europa”, alludendo agli inaspettati ostacoli al processo costituzionale provenienti proprio da alcuni Stati dell’Europa orientale?

Il ruolo italiano
Il ruolo dell’Italia nei Balcani deve essere valutato nell’ambito del suo sistema di alleanze euro-atlantiche e della sua specifica posizione geo-politica, dato che si tratta di un paese che ha vissuto il dramma balcanico della fine del Novecento direttamente alla sua porta. Un grande statista italiano, Alcide De Gasperi, ha sostenuto che “i vicini sono come i parenti; non puoi sceglierli e perciò è meglio trattarli bene”. L’Italia ha proposto un approccio regionale al problema dell’integrazione, in tempi in cui altri paesi insistevano nella semplicistica partizione tra “buoni e cattivi”. La sua presenza militare nei Balcani è più consistente di quella di molti altri paesi e ha realizzato due significative iniziative umanitarie, “Alba” e “Arcobaleno”, che hanno entrambe goduto dell’appoggio internazionale, in quanto approvate dal Consiglio di Sicurezza Onu.

In questo momento non sappiamo se potrà realizzarsi l’ispirata visione di Giuliano Amato, che ha preconizzato, per il 2014, centenario dell’attentato di Sarajevo e inizio della follia della Prima Guerra mondiale, l’ingresso di tutti i paesi balcanici nell’Unione Europea. Ma è certo che sarebbe la bella fine di una drammatica storia.