Un conflitto intestino che non conviene a nessuno
Davvero, dopo il “golpe” di Hamas a Gaza il 14 giugno scorso, sono nate due Palestine? O meglio due “non-Palestine”, visto che lo scontro fratricida intra-palestinese sembra aver allontanato la prospettiva di avere un qualsivoglia Stato per i rissosi eredi di Arafat? La prospettiva sembra verosimile ma, per quanto amara sia la realtà, tanto Hamas quanto al Fatah sono perfettamente coscienti che due Palestine – un Hamastan a Gaza e un Fatahland in Cisgiordania – segnerebbero la fine della questione nazionale palestinese e dunque la fine di quel poco d’appoggio che il diritto internazionale fornisce ai palestinesi con l’ovvio corollario di una vittoria “epocale” di Israele.
Futuro incerto
Non è un caso che il presidente dell’Autonomia (Anp) Abu Mazen, nel suo discorso al plenum dell’Olp del 20 giugno scorso, abbia presentato il colpo di mano di Hamas a Gaza prima di tutto come un “crimine” contro la causa palestinese, disegnando uno scenario molto fosco per il futuro. La sua unica forza è quella di presentarsi come il presidente di tutti i palestinesi. Essere l’”anatra zoppa” della Cisgiordania, in balia della volontà di Israele, degli Stati Uniti e dei garanti della road map, se può garantirgli un futuro immediato, non gli consente di costruire quella casa comune che dovrebbe essere l’agognato Stato palestinese.
Al vertice di Sharm el Sheikh del 25 giugno col premier israeliano Ehud Olmert, presenti Mubarak e re Abdallah II di Giordania, Abu Mazen ha portato a casa l’appoggio di Israele e indirettamente degli Usa, oltre che di Egitto e Giordania; ha riscosso i 350 milioni di dollari che dall’anno scorso lo stesso Israele doveva ai palestinesi in tasse di dogana e la promessa della imminente liberazione di 250 degli 11.000 prigionieri palestinesi incarcerati in Israele. Cose buone, naturalmente, ma sul punto che gli premeva di più – l’accelerazione di un negoziato per la creazione dello Stato – Olmert non si è sbilanciato e ad Abu Mazen (ufficialmente al governo alternativo che ha confezionato il 16 giugno sotto la guida di Salam Fayyad) rimane l’arduo compito di dimostrare di sapere e potere governare la Cisgiordania in cambio del favore israeliano e americano verso Fatah.
Hamas in Cisgiordania non è radicato come a Gaza, ma se decidesse di destabilizzare la West Bank basterebbe poco: il terrorismo riesce a fare miracoli nefasti da questo punto di vista. E non scordiamo che garantire la stabilità della Cisgiordania significa dover gestire una situazione che, se economicamente non è drammatica come a Gaza, è caratterizzata dalla stessa sindrome del “carcere a cielo aperto” in cui i palestinesi si sentono intrappolati da 40 anni esatti di occupazione, 7 anni di una Intifada sanguinosa e senza risultati politici, e dalla presenza nella West Bank di 250.000 coloni israeliani e 560 posti di blocco che impediscono loro qualsiasi mobilità.
Schegge impazzite
In questa situazione drammatica, Abu Mazen ha solennemente promesso di fronte all’intera Olp, che mai e poi mai tratterà con gli “assassini” di Hamas. Lo stesso coro si è levato in tutto l’Occidente. Ma Abu Mazen può davvero permetterselo? E se lo può permettere qualsiasi mediatore (vedi Tony Blair) incaricato di riportare la pace non solo sotto i cieli della Palestina, ma dell’intero Medio Oriente?
Per capire, chiediamoci allora cosa ha spinto Hamas al “golpe” del 14 giugno a Gaza. È stato un concorso di cause, naturalmente: l’isolamento interno e internazionale in primo luogo, lo strangolamento economico, poi in terzo luogo la mancanza di esperienza governativa, ma soprattutto il rifiuto di riconoscere apertamente e in tempi brevi il diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Ma proprio questi rimangono i suoi problemi e ancor più gravi dopo il 14 giugno. La proclamazione di un Emirato islamico in quell’anus mundi che è Gaza non farà che rendere la situazione ancora più ingestibile. Abu Mazen non può volerlo davvero e nemmeno l’Occidente o il mondo arabo che temono le schegge impazzite dell’islamismo politico, ma fino ad oggi hanno fatto poco o nulla per eliminare le cause che le producono.
