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Trattato europeo

Il ritorno della stagione intergovernativa?

3 Lug 2007 - Michele Comelli - Michele Comelli

Il Consiglio europeo del 21-22 giugno scorso rischia di essere ricordato per le continue telefonate tra Lech e Jaroslaw Kaczynski, rispettivamente Presidente e Primo Ministro della Polonia. E per l’affermazione di quest’ultimo, secondo cui nel calcolo della popolazione polacca ai fini del sistema di voto al Consiglio bisognerebbe tenere conto dell’invasione ed occupazione tedesca nella Seconda Guerra Mondiale: senza di esse, afferma il premier polacco, oggi la Polonia avrebbe 66 invece di 38 milioni di abitanti. Certo, tutti i Consigli europei in cui si decide il mandato delle Conferenze intergovernative (Cig) per la riforma dei trattati e soprattutto le Cig stesse sono tradizionalmente caratterizzati da negoziati estenuanti. Tuttavia, da tempo nei consessi diplomatici europei si era fortunatamente persa l’abitudine a porre anche i morti sul “tavolo delle trattative”.

A dispetto della retorica usata nel duro negoziato relativo all’introduzione della nuova modalità di votazione a maggioranza qualificata, molte delle principali innovazioni contenute nel Trattato Costituzionale sono state confermate nel mandato alla Cig per un Trattato di riforma dell’Ue: dall’attribuzione della personalità giuridica unica all’Ue all’istituzione di una Presidenza stabile del Consiglio Europeo, dal Ministro degli esteri dell’Ue (che sarà però denominato Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza) alla riforma della composizione della Commissione. Poiché il mandato affidato alla Cig è molto dettagliato – più tecnico che politico – è molto probabile che il testo uscito dal Consiglio europeo di fine giugno non sarà sostanzialmente ritoccato dalla Cig e che quindi queste innovazioni resteranno nel nuovo trattato. Con l’introduzione di queste riforme l’Ue sarà in grado di decidere e funzionare in maniera più efficace.

La “mano forte” dei governi nazionali
Prosegue, dunque, il processo d’integrazione europea, ma sotto un impulso più intergovernativo che sovranazionale. La tendenza non è nuova: da alcuni anni a questa parte le riforme istituzionali europee vanno nel senso di un accrescimento del ruolo del Consiglio, o meglio del duo Consiglio-Parlamento europeo, con una conseguente riduzione di quello della Commissione. Lo stesso Trattato costituzionale, che prevedeva l’istituzione di un Presidente stabile del Consiglio Europeo, andava in questa direzione. Il testo affidato alla Cig, inoltre, accentua la tendenza al ridimensionamento dell’iniziativa della Commissione, a beneficio dei parlamenti nazionali, che avranno più tempo per esaminare i progetti di testi legislativi ed emettere un parere motivato relativo al rispetto del principio di sussidiarietà. Di fronte a una maggioranza di parlamenti nazionali contrari ad un progetto legislativo della Commissione, quest’ultima dovrà riesaminare il progetto in atto.

Gli ostacoli ad una nuova politica estera comune
Ancora più palese è la riaffermazione del ruolo dei governi nazionali nella Politica estera e di sicurezza comune. Benché la Presidenza tedesca sia riuscita a non rimettere in discussione le prerogative del Ministero degli esteri dell’Ue (ri-nominato Alto Rappresentante) ed i compiti del Servizio diplomatico europeo, essa ha dovuto cedere alle pressioni sulla Politica estera e di sicurezza comune (Pesc). Soprattutto gli inglesi, infatti, hanno insistito per l’inserimento di una dichiarazione che stabilisce che le disposizioni relative alla Pesc non incidono sulla base giuridica, sulle responsabilità e sui poteri di ciascuno Stato membro per quanto riguarda la formulazione e la conduzione della propria politica estera, le relazioni con i paesi terzi e la partecipazione alle organizzazioni internazionali, compresa l’appartenenza di uno Stato membro al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

È interessante notare come si continuino a fissare dei limiti precisi per l’integrazione in un settore, la politica estera, dove, a causa dell’emergere di nuovi paesi sullo scenario internazionale, il peso di ciascun paese membro dell’Unione è destinato inevitabilmente a diminuire. Ed è ancora più interessante notare come di questo siano consapevoli i cittadini europei, anche quelli di paesi euroscettici (Repubblica Ceca) o governati da esecutivi euroscettici (Polonia): come emerge infatti dai sondaggi dell’Eurobarometro 66 dell’autunno 2006, ben il 78% dei primi ed il 68% dei secondi sono favorevoli ad una politica estera europea comune.

È vero che l’Unione europea ha subito una crisi di consensi negli ultimi anni, ma questa crisi non ha certo risparmiato i leader e le classi politiche nazionali. Inoltre, anche quando esprimono scontento nei confronti delle politiche dell’Unione europea, non per questo i cittadini ne chiedono una diminuzione delle competenze a favore degli Stati nazionali. È bene tenere presente questi dati di fondo quando tra qualche anno si dovrà probabilmente mettere mano nuovamente a una riforma dei trattati dell’Unione europea.

Foto Source: The Council of the European Union