Gli anniversari si susseguono, ma la pace non avanza
Nel giugno scorso Israele ha ricordato i 40 anni dalla guerra del 1967 e i 25 anni dalla prima guerra del Libano. Questo mese di luglio segna il primo anno dalla seconda guerra del Libano e in settembre inizierà l’ottavo anno dalla seconda Intifada, che fu conseguenza dell’occupazione del 1967. In dicembre saranno vent’anni dalla prima Intifada, a sua volta il risultato del fallimento del tentativo di mettere fine al conflitto israelo-palestinese. Tra un po’ non avremo più nomi da dare alle guerre che dobbiamo combattere e inizieremo a dare loro dei numeri. Se lo stallo delle due situazioni descritte continuerà, è solo questione di tempo perché scoppino la terza guerra del Libano e la terza Intifada. E non ci vorrà poi tutto questo tempo.
Speranze deluse
Quattordici anni dopo che gli accordi di Oslo avevano acceso la speranza di essere ormai giunti sulla soglia di una pace, e quasi otto anni dopo che il primo ministro Ehud Barak e il presidente siriano Hfez Al Assad si sono trovati molti vicini alla firma di un accordo di pace, questi obiettivi sembrano essere più sfuggenti che mai. Il pessimismo sembra attraversare ambedue le linee ideologiche. A destra come a sinistra cresce il numero di israeliani che ritengono che non vi sia una soluzione al problema palestinese e che il loro paese sia condannato a combattere una guerra senza fine.
Il 1967 aveva acceso, in una minoranza di israeliani, la visione di un’Israele più grande, che si estendesse dal Giordano al Mediterraneo e includesse le alture del Golan. A Gerusalemme si sono succeduti governi diversi che o hanno sostenuto questa visione, o hanno osteggiato con troppa timidezza politica l’aggressività dei coloni. Così, una generazione di israeliani è cresciuta senza sapere esattamente dove la linea verde della frontiera andava a posizionarsi esattamente. Ma oggi la maggioranza degli israeliani ha un’idea molto chiara di dove dovrebbe essere la frontiera.
Mentre la posizione americana sui colloqui di pace con la Siria pone questa questione tra le priorità del momento, in Israele è emerso un ampio consenso sulla conclusione dell’occupazione della Cisgiordania e sulla rimozione di gran parte degli insediamenti. Due anni fa la maggioranza degli israeliani ha appoggiato il ritiro unilaterale da Gaza. E oggi capiscono che la pace sarà raggiunta attraverso la creazione di uno Stato palestinese a fianco di Israele.
Il primo ministro Ehud Olmert è stato eletto l’anno scorso sulla base di un’attesa: che per il quarantesimo anniversario della Guerra dei Sei Giorni Israele sarebbe stata fuori dalla Cisgiordania. Il suo piano consisteva nel ritiro unilaterale da quest’area, così come era stato fatto con Gaza, ma è stato ridotto a un colabrodo dalle migliaia di razzi Qassam lanciati dai palestinesi di Hamas sul sud di Israele e dall’attacco di Hezbollah dell’anno scorso nel nord. Così, i coloni della Cisgiordania sono stati salvati dall’evacuazione dai terroristi palestinesi che hanno trasformato Gaza in una piattaforma per lanciare migliaia di missili su Israele, proprio a seguito del ritiro israeliano da quel territorio: gli attacchi di Hamas hanno dimostrato che l’evacuazione dai territori non mette al riparo da ulteriori atti di violenza. E a questo punto anche i pacifisti israeliani sono totalmente demoralizzati e divisi, e si chiedono se un partner palestinese esista ancora.
Opportunità strategica
Guardandosi indietro, molti israeliani hanno preso a chiedersi se la vittoria del 1967 sia stata trasformata in un fiasco politico da quei governi israeliani che non sono riusciti a cogliere le opportunità di concludere una pace con siriani e palestinesi. Errori esacerbati dall’incapacità di fare i conti con il fronte radicale e con la violenza dei coloni, ai margini della legge. Agli insediamenti illegali e ad altre attività è stato consentito di protrarsi nel tempo, e in qualche caso incoraggiati a farlo, sia dai governi laburisti che da quelli del Likud.Ma la minaccia del radicalismo islamista in Iraq, Iran, Libano e Gaza, che ha l’obiettivo di penetrare più profondamente in Medio Oriente, crea un’opportunità strategica per una possibile riconciliazione araba che possa condurre anche a una collaborazione con Israele. Sfortunatamente, le tre figure chiave di questa storia – il presidente Bush, il premier Olmert e il presidente Abbas – mancano del potere politico e della fiducia del pubblico che sono richiesti per sfruttare questa opportunità unica per cambiare gli equilibri della regione. Nessuna sorpresa che le attese rispetto all’incontro tra Olmert e Abbas, senza la presenza americana, che possa portare a rimettere il processo di pace in carreggiata siano così basse, alla vigilia dell’incontro. E non sorprende che mentre si susseguono i messaggi che riguardano il desiderio di incontrarsi al tavolo della pace, ambedue le parti si preparino a una nuova guerra.
