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Iran

Un regime stretto tra autoritarismo e islamismo ortodosso

5 Apr 2007 - Walter Posch - Walter Posch

Il sistema politico della Repubblica Islamica dell’Iran viene ritenuto tra i più complessi del Medio Oriente. Gli osservatori occidentali lamentano la natura non trasparente del processo decisionale, il moltiplicarsi dei centri di potere e l’ideologia islamista del regime. Inoltre, l’esistenza stessa di una sorta di libere elezioni contribuisce ad aumentare la confusione. D’altra parte, gli apologeti del regime considerano le elezioni come un punto di partenza e accennano alla -relativa- libertà di stampa, sottolineando la diversa natura dell’Iran rispetto agli altri regimi autocratici della regione.

Monopolio del nazionalismo
La verità, come sempre, sta nel mezzo. Per cominciare, secondo l’interpretazione di Khomeini, la libertà di espressione e l’attività politica sono confinate alla sfera dell’Islam politico. Ciò significa un’interpretazione relativamente ampia che, in economia e politica sociale, varia da posizioni di estrema sinistra a posizioni di destra. Inoltre, il regime ha il monopolio sia del nazionalismo iraniano (in realtà, laico), sia dell’anti-imperialismo terzomondista (un’ideologia in realtà di sinistra), entrambi divenuti parte della retorica di regime, benché solo nella sua versione “islamizzata”.

Nella società, coloro che non sono islamisti troveranno difficile dar voce alle proprie idee o ricoprire alti incarichi ufficiali. Nonostante sulla scena intellettuale e culturale iraniana ci siano discreti margini di libertà, ancorché limitate, il suo impatto sul corpo politico iraniano si può considerare trascurabile.

Il sistema politico iraniano ha un carattere teocratico, nel senso che chi detiene i poteri maggiori proviene dalla sfera religiosa. Ciò nonostante, quella iraniana non può considerarsi una teocrazia matura, dal momento che in essa è coinvolto un limitato numero di autorità religiose e, tra queste, quasi nessuna proveniente dai ranghi più elevati, i mardja. Queste ultime hanno il permesso di condurre un’esistenza autonoma, sebbene sottoposte a dure limitazioni delle loro attività.

Oltre alle autorità religiose, anche figli, parenti di religiosi e laici vengono impiegati attivamente dal regime. La loro affiliazione discende da varie reti islamiche, molte delle quali antecedenti alla rivoluzione islamica. Relazioni familiari e background regionale rivestono un ruolo altrettanto importante.

La profonda devozione al “grande legislatore” e Leader Supremo della Rivoluzione islamica, Sayyid Ali Khamenei, rimane la base dell’attività politica in Iran. La posizione del capo supremo nel corso del tempo si è andata modificando per due ordini di ragioni: primo, il suo aspetto teologico è stato sminuito quando il regime ha reciso il legame tra “grande legislatore” e mardja, secondo, in conseguenza di fattori strutturali come l’adozione di una costituzione di ispirazione francese. Questo ha creato una condizione in cui la posizione di Khamenei potrebbe oggi essere paragonata, dal punto di vista strutturale, a quella del presidente francese, con la differenza che in Iran il capo supremo sceglie i membri dell’organizzazione che lo eleggerà.

Ideologie mutevoli
I media occidentali tendono a presentare il sistema politico iraniano come diviso tra una parte riformista filo-occidentale e una conservatrice anti-occidentale. La verità è invece ben altra e il “dialogare con l’occidente” non deve essere confuso con il “sottomettersi all’egemonia occidentale”. Negli ultimi venti anni le mutevoli ideologie rivoluzionarie si sono cristallizzate in quattro correnti principali: sinistra islamica, destra moderata/moderna, conservatori tradizionali e neoconservatori. La sinistra islamica è quella dei sovversivi rivoluzionari che Khamenei e Rafsanjani sono riusciti a isolare nei primi anni ’80.

Questi due leader sono rimasti per circa un decennio ai margini dell’arena politica e hanno fatto un trionfale rientro in scena sotto Katami nel 1997, quando all’ideologia visionaria della rivoluzione permanente e dell’economia centralizzata hanno sostituito il più concreto progetto di riconciliazione dell’Islam politico con la democrazia. Quelli che invece non avevano rinunciato ai sogni rivoluzionari sono rimasti nell’ombra anche per tutto il decennio successivo, e sono tornati al potere solo nel 2005 al seguito di Ahmadinejad.

Il suo gruppo politico è considerato uno dei più deboli fra quelli presenti sulla scena iraniana, e deve ricorrere al sostegno di altri gruppi, fra cui spiccano i basij, che forniscono la manovalanza, e le forze che si raccolgono intorno all’Ayatollah Mesbah-Yazdi, che garantiscono invece il contributo intellettuale. Anche queste ultime, peraltro, hanno stretto un’alleanza con le forze conservatrici. Il gruppo è radicato negli ambienti commerciali e della piccola borghesia, nonostante alcuni dei suoi componenti si siano significativamente arricchiti durante la guerra. Il loro sostegno ad Ahmadinejad è una logica conseguenza del loro estremo conservatorismo sociale e dell’avversione, tipica di alcuni ambienti imprenditoriali, alle forme eccessive di intellettualismo. Ciò nonostante, essi si sono annoverati, in diverse occasioni, fra i più aspri critici delle scelte del governo, anche per il fatto che Ahmadinejad in alcuni casi non gli ha offerto posti di potere di primo piano.

Il più noto fra tutti i gruppi politici, infine, è quello che ama definirsi della “destra moderna”, con un’impostazione molto pragmatica e tecnocratica. Il suo punto di riferimento è Rafsanjani e il suo sostegno, soprattutto a livello di competenze e professionalità, è stato necessario per Khatami e per la sinistra islamica. Tutti questi gruppi sono collegati ad alcuni giornali di propaganda, e tutti sono allineati al Leader Supremo.

Fra tutti questi gruppi permangono ampie differenze sotto il profilo delle politiche economiche e sociali, ma non per quanto riguarda l’interesse nazionale, che è concepito come un elemento di solidarietà elitaria con il Leader Supremo.

I rappresentanti di questi diversi ambiti politico-ideologici sono in competizione, ovviamente, per i diversi posti di potere. Le elezioni presidenziali e parlamentari sono considerate il banco di prova dell’effettivo peso politico dei diversi gruppi. Al tempo stesso ogni occasione elettorale è un referendum implicito sulla popolarità del regime e del suo Leader Supremo, Ali Khamenei. Per questo, dal punto di vista del regime, è meno importante alterare il risultato elettorale che esercitare dei condizionamenti diretti sull’elettorato.

Politici esperti
Il sistema politico iraniano prevede delle soluzioni anche per politici di lungo corso, come Rafsanjani, Velayati e Larijani, che per evitare che vengano sottoposti alla competizione elettorale vengono nominati direttamente ad alti incarichi istituzionali. Le decisioni di politica estera e di sicurezza competono all’Alto Consiglio per la Sicurezza Nazionale, di cui fanno parte membri sia elettivi che di nomina. Ma questo organismo prepara solamente le decisioni e coordina gli aspetti più istituzionali.

Il Leader Supremo prende le decisioni finali spesso in autonomia, dopo essersi consultato con i suoi più stretti consiglieri. Egli non ha mai pubblicamente assunto decisioni contro il parere delle élite iraniane. Nei primi anni della Repubblica, quando il sistema non era ancora stato riformato in funzione del Leader Supremo, si sono verificate diverse operazioni politiche delle ali più estreme del sistema politico contro le politiche dei moderati. Ma oggi, al fine di raggiungere i massimi livelli di consenso, vengono convocate due o tre volte al mese riunioni molto formalizzate fra il Leader Supremo e le élite iraniane, cui partecipano tutte le personalità più influenti della Repubblica Islamica.

Questa è l’unica occasione in cui il sistema multipolare iraniano trova un suo bilanciamento. I partecipanti a queste riunioni possono condizionare la politica estera cercando di influenzare i membri dell’Alto Consiglio per la Sicurezza Nazionale.

In conclusione si può affermare che l’Iran è un sistema relativamente equilibrato. L’equilibrio del sistema è garantito dal Leader Supremo, che assume le decisioni più importanti in assoluta autonomia; la non assunzione di decisioni, d’altro canto, indica che non si è ancora raggiunto il sufficiente livello di consenso. Non stupisce, quindi, che visto dall’esterno il sistema iraniano risulti estremamente complesso.