Sale il rischio di uno scontro radicale
Nonostante siano trascorsi ormai quasi quattro mesi dall’insediamento del TFG (Transitional Federal Government) a Mogadiscio, la situazione nella capitale somala non mostra ancora segni di miglioramento. Anzi, le condizioni di sicurezza e di vita sembrano essersi drammaticamente deteriorate con il passaggio dalle singole azioni di guerriglia a veri e propri scontri in campo aperto, con un alto numero di vittime fra la popolazione civile. Ciò dimostra, ancora una volta, che la sconfitta militare delle Corti islamiche, ottenuta solo grazie all’intervento diretto delle truppe etiopiche, non ha minimamente inciso sulle cause che avevano facilitato il loro successo anche grazie alla limitata autorevolezza e rappresentatività del TFG. Va tenuto presente, infatti, che dopo la sua costituzione, il TFG non è stato in grado di guadagnarsi l’appoggio di alcuni gruppi all’interno di uno dei clan più importanti della Somalia, quello Hawyie, particolarmente influente a Mogadiscio fin da quando, nel 1991, il regime di Siad Barre venne rovesciato.
Frammentazione e ingovernabilità
Da quel momento, infatti, il principale problema della Somalia è stato costituito dalla frammentazione del clan Hawyie e dalla conseguente ingovernabilità della capitale. Lo stesso TFG, dopo la sua costituzione, non è mai riuscito a insediarsi a Mogadiscio (il cui controllo era diviso fra diversi “signori della guerra” in perenne lotta fra di loro), nonostante il Primo Ministro fosse stato scelto (in base al “power sharing” fra i clan) in rappresentanza proprio degli Hawyie. Le Corti islamiche, invece, grazie alla loro battaglia contro i “signori della guerra” (e al sostegno popolare ricevuto in questo scontro) erano riusciti a colmare questo vuoto di potere e, da lì, avevano progressivamente allargato la loro influenza nel centro-sud della Somalia.
L’azione delle Corti islamiche, al di là delle loro posizioni politico-ideologiche, aveva certamente creato, per la prima volta dopo 16 anni, una certa unità di interessi all’interno dei sottoclan operanti a Mogadiscio rendendo così la capitale pacifica, sicura ed economicamente dinamica. Come è noto, questo tentativo è finito drammaticamente in conseguenza dell’intervento militare da parte dell’Etiopia, che si sentiva minacciata dal punto di vista della sicurezza per la possibile presenza ai suoi confini di un regime islamico radicale e aggressivo, per di più appoggiato dall’Eritrea e sospettato di collusioni con elementi appartenenti al circuito terroristico internazionale.
Senza entrare nel merito della reale natura di questa minaccia, si deve prendere atto che la comunità internazionale, per ragioni che non è possibile affrontare in questa sede, si è dimostrata incapace di fornire soluzioni pacifiche al problema.
I negoziati di Khartum fra TFG e Corti islamiche si sono rapidamente impantanati e i sostenitori della linea dura, massicciamente presenti in entrambe le parti, hanno preso il sopravvento creando i presupposti per lo scontro militare iniziato alla vigilia di Natale.
Finestra di opportunità
Dopo la sconfitta delle Corti islamiche, e l’insediamento del TFG a Mogadiscio, da più parti si è cominciato a parlare dell’esistenza di una “finestra di opportunità”, anche se gli osservatori più attenti hanno subito sottolineato, accanto, l’esistenza anche di grandi rischi. Purtroppo, fino a questo momento, sia il TFG che l’Etiopia non sembrano aver saputo utilizzare nel modo migliore la finestra di opportunità. Il governo somalo, in particolare, proprio per il fatto di essersi insediato sulla punta delle baionette etiopiche, avrebbe dovuto cercare subito un dialogo fattivo con i gruppi di opposizione a Mogadiscio, in modo di stabilizzare la città attraverso il dialogo e consentire un rapido ritiro delle truppe etiopiche, la cui prolungata presenza nel paese può solo erodere la legittimità del TFG e rinfocolare l’opposizione islamica.
Dopo numerose pressioni internazionali, compresa quella esercitata dal primo ministro Prodi nel corso del vertice di Addis Abeba dell’Unione Africana, solo alla fine di gennaio il presidente Yussuf ha annunciato la volontà di dare vita ad un “Congresso nazionale di riconciliazione” e solo alla metà di marzo è stato istituito a questo fine un Comitato e approvato un documento progettuale.
Ovviamente, l’organizzazione un simile “congresso” nella capitale, richiede l’esistenza delle condizioni di sicurezza e stabilità necessarie. Al contrario, come già sottolineato all’inizio, queste condizioni mancano del tutto e continueranno a mancare in assenza di una iniziativa politica verso i gruppi che si sentono direttamente minacciati dalla presenza etiopica e dall’atteggiamento del TFG.
Va tenuto presente, a questo proposito che all’inizio, nei primi giorni di gennaio l’arrivo del TFG e degli etiopici a Mogadiscio non aveva provocato una reazione generalizzata da parte della popolazione. Gli abitanti della capitale, infatti, avevano assunto un atteggiamento di attesa. Sono stati l’assenza di iniziativa da parte del Governo, il tentativo di disarmare unilateralmente le milizie claniche (risorte, per autodifesa, dopo la fuga delle Corti) e la risposta puramente e indiscriminatamente militare dopo i primi atti di terrorismo, che hanno allargato progressivamente il fronte degli oppositori e facilitato il ritorno sulla scena dei gruppi islamici più radicali.
Questo processo di deterioramento è culminato negli scontri di queste ultime settimane, con un massiccio intervento delle truppe etiopiche (che contraddice platealmente gli impegni di rapido ritiro) e con il TFG intenzionato a mettere nel mirino alcuni specifici sottoclan (Ayr, Duduble, Saleban), accusati di essere i sostenitori dei gruppi “terroristi” responsabili delle azioni di guerriglia.
Il tentativo di “ripulire” dalla presenza di questi gruppi alcuni quartieri della città, con l’uso indiscriminato e massiccio di armi pesanti (carri armati, artiglieria ed elicotteri), ha provocato invece un allargamento e una radicalizzazione degli scontri, oltre a un numero considerevole di vittime civili.
Un confronto serio
L’unica soluzione per uscire da questa situazione (che rischia, tra l’altro, di provocare una vera crisi umanitaria, in conseguenza dell’alto numero di sfollati che premono su aree già contrassegnate da difficoltà insostenibili) è costituita dall’apertura di un confronto, serio e serrato, tra il TFG e quelle componenti della realtà di Mogadiscio (sottoclan, businness comunity, gruppi della società civile) che avevano sostenuto, a suo tempo, il tentativo delle Corti islamiche non in base a ragioni ideologiche, ma come contropartita per la cacciata dei “signori della guerra” e per la sicurezza che esse erano riuscite a creare.
Questi gruppi stanno cercando di costituire, pur nel vivo degli scontri, un gruppo dirigente che sia in grado di rappresentare e difendere gli interessi comuni in maniera “moderata”. I passaggi ineludibili di questa possibile intesa sono la stipulazione di un cessate il fuoco, formale ed effettivo, e il riconoscimento del diritto a costituire nel Benadir una Regione autonoma, sulla base del principio federale contenuto nella Costituzione transitoria e attraverso un processo capace di coinvolgere realmente (e liberamente) la popolazione locale. Se, invece, dovesse prevalere la tentazione di continuare sulla strada seguita fino ad oggi, molto probabilmente si assisterà solo a un ulteriore aggravamento della situazione lasciando poco a poco sul campo, come unici protagonisti, le truppe etiopiche, da un lato, e i gruppi islamici più radicali, dall’altro.
La comunità internazionale può svolgere un ruolo determinante per evitare questo esito drammatico. Le Nazioni Unite hanno autorizzato il dispiegamento di una missione africana di pace (Amisom) senza che fossero assicurate, preventivamente, le condizioni ambientali per renderla praticabile. Infatti, per il momento, nessun altro paese africano si è affiancato (nella pratica) alla scelta compiuta solamente dall’Uganda e le truppe di quel paese sono costrette ad assistere agli scontri in atto, senza poter adempiere al loro mandato e limitandosi a presidiare qualche struttura governativa. Solo una forte iniziativa da parte dei soggetti internazionali più attivi e coinvolti (l’Europa in primo luogo) può creare le condizioni per un cessate il fuoco sostenibile e verificabile, per un disarmo consensuale ed efficace, per un ruolo dell’Amisom effettivo e accettato. Aprendo la strada a un processo di riconciliazione genuino, in grado di rimediare agli errori commessi in questi mesi.
