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Israele-Palestina

L’insormontabile scoglio del “diritto al ritorno”

20 Mar 2007 - Livio Caputo - Livio Caputo

Qualunque sia il percorso che si scelga per rimettere in moto il processo di pace tra israeliani e palestinesi – la road map, il piano saudita del 2002 o quant’altro possa escogitare la diplomazia – a un certo punto ci si imbatte sempre in un ostacolo apparentemente insormontabile: l’insistenza palestinese sul diritto al ritorno alle loro case d’origine dei profughi della guerra del ‘48 e dei loro discendenti. In tutto, si tratta dai 4 ai 5 milioni di persone, che oggi vivono in parte nei campi gestiti dall’Onu in Giordania, in Siria, in Libano, a Gaza o nei Territori, in parte sparsi per il resto del mondo arabo, dove sono in genere mal tollerati e raramente hanno ottenuto la pienezza dei diritti civili.

Quanti di costoro siano effettivamente interessati a tornare a città e villaggi che oggi sono parte integrante dello Stato ebraico, a case che non esistono più e a campi che magari sono diventati insediamenti abitativi o distretti industriali, non è dato di sapere, ma viste le condizioni in cui oggi sono costretti a vivere la percentuale è probabilmente molto alta. Bisogna considerare, inoltre, che questi profughi (o meglio, visti che sono passati quasi sessant’anni, figli, nipoti e addirittura pronipoti di profughi) sono stati “istruiti” dai loro leader e dagli stessi Paesi arabi a rimanere tali, in modo da potere essere utilizzati come un’arma nel conflitto con lo Stato ebraico.

Condizione inaccettabile
Il cosiddetto diritto al ritorno, sancito in maniera abbastanza generica da una vecchia risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è già stato una delle ragioni del fallimento dei negoziati di Camp David ed è stato sempre invocato dalla dirigenza palestinese nei momenti in cui era più sotto pressione internazionale perché raggiungesse un accordo con lo Stato ebraico. Si tratta, infatti, di una delle poche, se non dell’unica condizione che nessun governo israeliano, né di destra, né di centro, né di sinistra, potrà mai accettare, perché il suo accoglimento comporterebbe, nel giro di una generazione o anche meno, la fine dello Stato ebraico come è stato concepito.

A parte gli enormi problemi logistici e di disponibilità di spazio fisico che comporterebbe, a parte l’infinito contenzioso relativo alla proprietà delle terre e a parte anche i giganteschi problemi di sicurezza, il ritorno di uno o due milioni di palestinesi molto più prolifici degli ebrei ribalterebbe infatti gli attuali equilibri demografici e trasformerebbe gli arabi da minoranza relativamente integrata in potenziale maggioranza. In parole povere, Israele finirebbe di essere Israele, cioè la patria in cui il popolo ebraico può vivere in sicurezza dopo venti secoli di diaspora forzata e di persecuzioni e il sogno sionista, realizzato a prezzo di molto sangue, tornerebbe a svanire.

Gli israeliani sono convinti che la storia sia dalla loro parte: è infatti una prassi abbastanza consolidata, anche se non certificata in termini di diritto internazionale, che le popolazioni che abbandonano – perché espulse o di loro spontanea volontà – le proprie terre in seguito a una guerra perduta non possano rivendicare, per giunta due generazioni dopo, il diritto al ritorno. Per fare solo due esempi, l’Italia non chiede che i 350.000 esuli giuliano-dalmati e i loro discendenti – ammesso che lo vogliano – possano tornare con pieni diritti nei loro luoghi d’origine che oggi fanno parte di Slovenia e Croazia; né la Germania pretende che la Polonia riammetta i dieci milioni di tedeschi a suo tempo cacciati da Prussia Orientale, Pomerania e Slesia, o che la Cecoslovacchia accolga i due milioni e mezzo di Sudeti cacciati dopo il 1945.

È vero che questa rinuncia è stata sanzionata da trattati di pace, mentre il contenzioso tra palestinesi e israeliani è ancora aperto, ma per il resto il precedente resta valido. Le terre abbandonate o forzatamente cedute sono ora abitate da altri, e una reversibilità di queste situazioni è difficilmente concepibile.

Compensazione finanziaria
Israele è peraltro conscia che, nel quadro di un ipotetico accordo di pace con il mondo arabo che ottenga anche il consenso della maggioranza dei palestinesi, il problema dei profughi non potrà essere ignorato. Oltre tutto i campi in cui essi sono attualmente ammucchiati sono attualmente nel mirino di Al Qaeda, e rischiano di diventare terreno privilegiato per il reclutamento di nuovi terroristi. La proposta attualmente sul tavolo è che i profughi, anche se originari di Jaffa o di Tel Aviv, siano accolti nello Stato palestinese che dovrebbe nascere a Gaza e in Cisgiordania, ma è evidente che – considerato anche lo stato di arretratezza economica e l’affollamento di questi territori – non ci sarebbe spazio per tutti.

Altra ipotesi alternativa, a suo tempo avanzata, è che una parte rilevante dei profughi venisse assorbita dai Paesi arabi, che avrebbero spazio a sufficienza e potrebbero anche fare buon uso delle loro capacità. Ma tutti hanno i loro problemi e, soprattutto, i Paesi del Golfo non hanno ancora dimenticato che in occasione della invasione del Kuwait da parte degli iracheni nel 1991 Arafat ebbe la sciagurata idea di schierarsi dalla parte di Saddam Hussein.

La soluzione più semplice, e cui tutti i grandi Paesi occidentali sarebbero felici di contribuire, sarebbe quella della compensazione finanziaria, ma i profughi – dal loro punto di vista giustamente, visto che i soldi senza un Paese in cui vivere servono a poco – non sembrano disponibili. Altre finora non ne sono emerse, ma qualcosa bisognerà escogitare: altrimenti il processo di pace, dato e non concesso che possa essere rimesso in moto visto il rifiuto di Hamas di riconoscere Israele, si fermerà sempre all’ultima (o alla penultima, se si considera anche il problema di Gerusalemme est) tappa.