La storia infinita del commercio illegale di armi
La regione mediorientale è uno dei teatri più lucrosi per la domanda di armamenti: alcune stime parlano del 28% del totale delle importazioni mondiali (ma includendo la Turchia si giungerebbe al 33%). Di questa percentuale, componente rilevante è il mercato delle armi leggere che genera ogni anno 4 miliardi di dollari di profitti. Il declino dei conflitti di tipo tradizionale e la proliferazione dei conflitti intra-statali ha mutato la logistica di guerra, contribuendo enormemente alla crescita della domanda di tali armi. Gli attuali combattenti (generalmente gruppi paramilitari) prediligono la facilità di trasporto e la maneggevolezza di piccole armi e armi leggere rispetto alle grandi attrezzature da combattimento.
Il Medio Oriente costituisce uno scenario emblematico nella proliferazione di questo commercio. L’uso crescente di eserciti privati che provvedono autonomamente alle loro armi o di gruppi paramilitari armati grazie a connivenze governative, ha reso la richiesta di armi leggere una domanda potenzialmente infinita.
Produzione, incontri e strategie
Due caratteristiche principali del mercato delle piccole armi sono la sua nascita nel mercato legale e il suo aspetto di mercato globalizzato. Per queste ragioni non si possono ignorare i flussi commerciali (legali) esistenti e allo stesso tempo non si può circoscrivere l’attenzione alla regione mediorientale, in quanto i flussi hanno spesso le loro origini altrove.
Le fonti di maggiore produzione si trovano nei paesi asiatici, Cina e India soprattutto, Pakistan, Indonesia, Iran, Filippine e Vietnam, che hanno eroso l’oligopolio delle grandi multinazionali della difesa occidentali. La produzione rientra nel mercato legale, ma successivamente sfocia nel circuito illecito, non raramente con la connivenza dei governi (il cosiddetto mercato grigio).
Le migliori occasioni di incontro per i “businessman” del settore sono le mostre internazionali di armi, gestite da compagnie private, dove i criteri di trasparenza non sempre vengono rispettati e i controlli appaiono talvolta lacunosi. Due sono le categorie di partecipanti a queste manifestazioni: una ufficiale, in rappresentanza dei paesi meno “controversi”, e una seconda ufficiosa, costituta da invitati speciali che di solito rappresentano i paesi coinvolti in violazioni di diritti umani o intermediari dediti a traffici illeciti.
Una seconda tecnica usata per favorire il traffico di armi è la produzione su licenza: subappaltando le commesse a industrie straniere è possibile far arrivare armamenti in zone dove le leggi nazionali ne vieterebbero l’esportazione. Il quadro della produzione di armi si complica se si considera che le varie milizie operanti in Medio Oriente dispongono di una capacità di fabbricazione autonoma: sono in grado di produrre pistole e fucili simili agli AK47 russi (kalashnikov) per pochi dollari.
Enormi giacenze all’Est
Molti traffici coinvolgono le nazioni dove sono tuttora concentrate le maggiori giacenze di armi leggere accumulate ai tempi della Guerra Fredda. Le repubbliche balcaniche e caucasiche possiedono un ampio surplus di armamenti, fonte di elevati profitti. La ex-Jugoslavia, per citare qualche esempio, ha intrattenuto rapporti commerciali con l’Iraq di Saddam Hussein sin dai tempi di Milosevic e li aveva ancora nel novembre 2002, quando il quotidiano Blic di Belgrado dichiarò che la Serbia esportava munizioni e esplosivi verso l’Iraq (anche se la Serbia si proponeva come un baluardo contro l’avanzare dell’onda musulmana).
La Transnistria, conta sui profitti del commercio delle armi come unica fonte di entrate, e la direzione dei suoi traffici è indissolubilmente legata alle strutture governative. Un altro esempio: la Bielorussia guadagnava il 15% di commissioni svolgendo il ruolo di intermediario per le commesse russe e indagini hanno messo in luce i suoi traffici illegali verso Siria e Iraq. In genere, la maggior parte del trasporto delle armi avviene per via aerea o via mare, attraverso l’uso di società registrate in paesi strategici o spedizioni in destinazioni di comodo. L’aeroporto di Sharjah in Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono i maggiori crocevia del commercio est-ovest.
I punti cruciali dei traffici sommersi nel quadro mediorientale sembrano comunque essere l’Iran e la Siria. Anche il Libano è stato per decenni al centro di grandi traffici ed è stato dimostrato che i missili usati da Hizbollah nelle recenti vicende libanesi-israeliane provenivano sì dal vicino confine siriano, ma erano di produzione iraniana, modellata sulla tecnologia cinese e russa.
Controlli più severi alimentano la ricerca di alternative: a ridosso del confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto il traffico di armi e munizioni prospera attraverso lunghi tunnel sotterranei. E i profitti compensano ampiamente i costi di costruzione: il prezzo di un caricatore per AK-47 acquistato in Egitto a 9 centesimi di dollaro può salire a 3 dollari dopo il passaggio in Palestina attraverso i tunnel di Rafah.
Forniture al nemico
Il caso iracheno ha messo in evidenza le pericolose trame che possono insinuarsi nelle nuove logistiche di guerra. I trasferimenti sempre più spesso vengono appaltati a contractor, talvolta a discapito della trasparenza. Così, per trasportare le armi al nuovo esercito iracheno è stata ingaggiata la compagnia Aerocom, la stessa che le Nazioni Unite avevano accusato di violare l’embargo in Liberia nel 2002. Di alcune di queste consegne inoltre, si sono perse le tracce e ci sono sospetti che il destinatario finale possa essere stato addirittura Al Qaida.
Inoltre, sta assumendo importanza il traffico di tecnologia dual-use (tecnologia civile che può essere facilmente convertita ad uso militare). Tali componenti non necessitano di licenze di esportazione e sono perciò più difficili da controllare. Inoltre, la visibilità politica delle esportazioni di strumentazioni elettroniche è molto meno evidente e controversa rispetto a contratti per armamenti militari e quindi i governi possono mantenere la parvenza di innocui intenti.
Talvolta gli scambi assumono aspetti amaramente grotteschi: negli scontri con Israele, i palestinesi usano armi che lo stesso Israele ha contribuito a fornir loro (attraverso intermediari legati alla Mafia russa immigrati in Israele) quando, fino allo scoppio della Seconda Intifada, tollerava i contrabbandieri di armi nella West Bank, nella convinzione che questo avrebbe indebolito l’Autorità Palestinese.
Un altro esempio viene dall’Iran che sostiene gli armeni separatisti con armi precedentemente ricevute da Israele all’epoca dello Shah, mentre Israele vende le sue attrezzature ai miliziani in Azerbaijan. Questo testimonia il cambiamento avvenuto dopo la Guerra Fredda: le rotte delle armi non rispondono più a logiche ideologiche, ma seguono solo il richiamo del profitto.
Disimpegno internazionale
Dal momento che le armi leggere non sono particolarmente significative per la “balance of power” internazionale, permane una spiccata indifferenza da parte dei governi su questi temi. La Conferenza delle Nazioni Unite sulle Piccole Armi (New York, luglio 2006), ha lanciato un messaggio significativo, ma non ha raggiunto i risultati sperati. Aspre resistenze emergono per gli impegni vincolanti e i dinieghi degli Stati più influenti (Stati Uniti, per esempio) offrono alibi per i meno potenti. Nessuna restrizione è stata concepita per gli attori non-statali, che invece sono quelli più spesso coinvolti nel traffico illegale.
Controlli lacunosi sulle destinazioni finali lasciano ai broker ampi margini d’azione nelle loro trattative; le legislazioni nazionali, inoltre, spesso non molto efficaci, permettono loro di agire nell’impunità. Gli effetti del disimpegno internazionale hanno costi salati in termini di vite umane e per lo “sviluppo negato” che attanaglia le zone coinvolte: la pericolosità e il senso di pubblica insicurezza erodono gli investimenti, le scuole vengono chiuse nelle zone pericolose, le strade distrutte per prevenire i traffici e la frustrazione giovanile trascina i giovani verso l’arruolamento nei gruppi militanti. Ciò che viene dopo è ben conosciuto e suggerisce la necessità di un impegno più energico.
