Un insuccesso promettente
Il 2006 è stato per l’Afghanistan il peggiore anno dal 2001, ovvero dal momento del rovesciamento del regime dei Talebani. Questo in sintesi l’amaro commento del ministro della Difesa del Governo Karzai al recente vertice Nato di Siviglia: e in Spagna il ministro ha chiesto alla comunità euro-atlantica di rinforzare l’impegno dell’alleanza in Afghanistan. È però possibile che dopo anni di impegno internazionale le sorti di questo Paese chiave nel confronto internazionale post-11 settembre siano ancora così in bilico?
Un paese impenetrabile
Un autorevole osservatore del “grande gioco” anglo-russo nell’area, nel XIX secolo, notava che se non potevano penetrare in Afghanistan gli inglesi nessuno sarebbe riuscito nell’impresa. Il fallimento militare sovietico nel 1979-1989 è sembrato confermare la predizione. Oggi le truppe della Nato, nel quadro della missione Isaf (giunta oramai alla conclusione della fase di “espansione” nel sud e nell’est del paese), fronteggiano una situazione militare rischiosa in cui al pari dei sovietici si alternano fasi positive e momenti di maggiore difficoltà.
Nel meeting Nato di Siviglia, che ha riunito l’8 febbraio i ministri della difesa dei 26 Paesi membri, non era solo il segretario alla difesa americano Robert Gates, ma anche il nuovo comandante in capo delle forze Usa in Europa generale Bantz Craddock a chiedere un maggiore impegno bellico, sia di mezzi che di uomini (due battaglioni, per oltre 2 mila soldati). In particolare, la lettera del comandante inviata precedentemente richiedeva aerei da combattimento, forze speciali ed elicotteri per interventi in montagna.
Gli osservatori giudicano in gran parte insufficiente lo sforzo militare dell’Alleanza Atlantica nei confronti dell’insorgenza talebana: soltanto americani, canadesi, britannici, danesi, estoni e olandesi e, occasionalmente, romeni sono impegnati direttamente in azioni di combattimento, mostrando una pericolosa asimmetria all’interno dei compiti dell’Alleanza. L’aspetto più critico dal punto di vista militare sembra risiedere nell’instabilità del confine afgano-pakistano e nella difficoltà del governo Musharraf nel controllare i “santuari” pakistani delle forze talebane.
Nonostante dunque le estreme difficoltà di carattere militare, in Afghanistan il livello di drammaticità non raggiunge i livelli dell’Iraq. Basti pensare, dal punto di vista strettamente militare, come le truppe della coalizione presenti in Iraq siano cinque volte superiori a quelle Isaf presenti in Afghanistan e che il numero delle vittime militari in Iraq sia quasi sette volte superiore a quello in Afghanistan, dove il conflitto è cominciato ben 18 mesi prima di quello iracheno. Tra l’altro, a differenza dei gruppi della resistenza antisovietica, i talebani – anche per i risultati della lotta al terrorismo internazionale – possono contare su un sostegno internazionale sempre più ridotto.
Obiettivo ricostruzione ed il ruolo dell’Italia
La ricostruzione civile, poi, è strettamente connessa alle sorti dell’intervento militare Isaf sia per lo stato di guerra di alcune aree del paese, sia per la peculiare forma scelta dagli americani di unificare l’intervento militare e quello civile in delle strutture regionali guidate dai diversi Paesi della coalizione: i Prt (Provincial Reconstruction Team).
Il ruolo italiano è esercitato sia come nazione al comando delle truppe Isaf della regione occidentale del Paese sia come Lead Nation del Prt di Herat, una delle province più stabili dell’intero Afghanistan. Sebbene non completamente pacificata la relativa maggiore stabilità della provincia di Herat ha permesso al contingente italiano di concentrarsi maggiormente sui progetti di ricostruzione e sui rapporti politici e culturali con la popolazione locale di quanto abbiano potuto fare altri contingenti in altri Prt.
L’impegno italiano non si limita soltanto all’attività dei circa 2000 militari dislocati tra Kabul e Herat, ma ha prodotto risultati importanti in diversi campi: fra tutti quello della cooperazione giudiziaria, che ha visto l’Italia guidare la ricostruzione del sistema giuridico afgano. Tra il 2003 e il 2004 Roma ha sostenuto per intero la spesa per ricostruire tribunali, formare personale, riscrivere i codici penale e civile del Paese.
La spesa italiana è nella fascia alta dei paesi che contribuiscono alla ricostruzione afgana (56 milioni di dollari nel 2004) superando Spagna, Olanda e Francia, ma tutti questi contributi scompaiono di fronte alle cifre dell’impegno americano che, sempre per rimanere nel 2004, è stato quasi di 1 miliardo e 400 milioni di dollari. L’intero impegno europeo, dell’Unione e degli Stati membri, in cinque anni non è riuscito ad eguagliare lo sforzo americano (prevalentemente rivolto all’impegno militare).
L’economia dell’oppio
Un aspetto strettamente legato al profilo economico-produttivo del Paese asiatico è il forte aumento della produzione di oppio da papavero, che ha raggiunto il livello dell’87% della produzione mondiale di oppio, da cui deriva l’eroina. Un approccio come quello avuto in questi anni ignora sostanzialmente il problema, lasciando ai tentativi di riconversione agricola l’alibi di non affrontare la cultura dell’oppio tradizionale del paese, cosa che porta facilmente ad un’incapacità di penetrazione nella società da parte dell’Alleanza. La recente proposta avanzata del ministro francese Michèle Alliot-Marie, che prevede il pre-acquisto dei raccolti dei papaveri, di fronte a questa situazione sembra più che altro un palliativo.
Nell’economia di guerra afgana la coltivazione dell’oppio riveste un’importanza crescente: ben il 12,6% della popolazione è direttamente coinvolto nella produzione di oppio, che arriva a toccare le 6000 tonnellate annue. Se la produzione di oppio continua ad avere una tale importanza nell’economia nazionale, il rischio che l’Afghanistan si trasformi rapidamente in un altro “narcostato” diventa sempre più concreto. Anche da questo punto di vista occorre dunque un impegno maggiore e soprattutto diverso, che non si concentri soltanto sugli aspetti repressivi della lotta alla produzione di oppio.
Occorre, infine, un cambio di rotta dal punto di vista geopolitico. La stabilizzazione dell’Afghanistan passa inevitabilmente per la stabilizzazione dell’intera area circostante, fortemente influenzata dalla Russia. Il vero nodo mai sciolto a livello internazionale, infatti, è il ruolo di Mosca. Sia nel XIX secolo e sia, tragicamente, in occasione dell’invasione del 1979, Mosca è stata una dei soggetti che più di altri ha determinato la situazione interna e internazionale dell’Afghanistan. A quasi 20 anni di distanza dal ritiro delle truppe sovietiche, è dunque necessario che la Russia assuma un ruolo più attivo nella stabilizzazione dell’Afghanistan.
Questo fattore potrebbe essere fondamentale, perché l’anno cruciale per le sorti del paese, indicato nel 2007, possa prendere una piega favorevole alla missione Isaf. L’intervento del Presidente Putin tenuto a Monaco durante la conferenza annuale per la sicurezza del 10 febbraio, in cui denuncia la visione di un “mondo unipolare” e delle “azioni unilaterali” nel mondo, è il segno del malessere che la Russia post comunista dimostra di soffrire nei confronti di Washington.
