Tre priorità per il Libano dopo la conferenza di Parigi
Le responsabilità dell’Italia nell’ambito della missione Unifil plus nel sud del Libano sono destinate nei prossimi giorni ad accrescersi con l’assunzione del comando di tutta la missione da parte di un alto ufficiale di nazionalità italiana, il generale Graziano. L’Italia, che oggi fornisce – nel quadro dell’attuazione della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu – il contingente numericamente più rilevante nella missione, non ha mancato di fare la sua parte anche nella Conferenza dei donatori che si è svolta la scorsa settimana a Parigi conferendo un finanziamento aggiuntivo di 120 milioni di euro, nell’intento dichiarato di contribuire a ricostruire l’economia libanese
L’intera comunità internazionale, alla presenza del neosegretario generale dell’Onu, ha dato a Parigi una prova di concreta solidarietà verso il Libano, come dimostra l’entità delle risorse finanziarie messe a disposizione (circa sei miliardi di euro). Di particolare rilievo si è rivelato il contributo statunitense, direttamente annunciato dal segretario di stato Rice.
L’impegno italiano è particolarmente apprezzato da tutte le componenti della società libanese. Tutti gli interlocutori si sono mostrati riconoscenti verso l’Italia ed hanno rievocato con gratitudine le precedenti esperienze di assistenza e di cooperazione. Positivi riconoscimenti ha ricevuto l’azione del contingente italiano per il ripristino della vivibilità dell’area interessata dal conflitto di luglio ed agosto 2006, con riferimento soprattutto allo sminamento ed allo smantellamento delle postazioni belliche.
Le connessioni fra la crisi libanese e quella mediorientale
La risoluzione 1701 sottolinea l’importanza di arrivare a una pace estesa, giusta e duratura in Medio Oriente. L’esistenza di una connessione tra la situazione del Libano e la crisi mediorientale è indubbia ed è storicamente evidente, nonché fortemente sentita dagli stessi libanesi. Oggi, peraltro, le tensioni esterne che si riflettono all’interno del Libano appaiono accresciute e non limitate al conflitto arabo-israeliano o alla questione palestinese. Passa direttamente per il Libano una delle più acute linee di tensione del mondo musulmano, quella tra sunniti e sciiti, che la guerra in Iraq ha ulteriormente aggravato. È poi evidente la strumentalità dell’interferenza iraniana in Libano, alla luce del contenzioso nucleare che quella repubblica islamica ha in corso con il resto della comunità internazionale.
Ne consegue che le linee di frattura che separano le forze politiche libanesi sembrano non dipendere tanto dalle tradizionali distinzioni tra le comunità confessionali, quanto piuttosto da influenze estranee ai diretti interessi del loro Paese.
Se però è indubbio il peso di tali influenze, è in un certo senso vero anche il contrario e cioè che una stabilizzazione del Libano contribuirebbe a una diversa impostazione sia della crisi medio-orientale che, più in generale, del rapporto tra Islam ed Occidente. Una simile ipotesi poggia sulla peculiare caratteristica inter-religiosa della società libanese che rappresenta un potenziale esempio di convivenza pacifica, ma anche sugli effetti a catena che potrebbero derivarne sull’atteggiamento della Siria, che resta ancora la grande incognita di quello scacchiere.
Se, infatti, sono abbastanza chiare le mire egemoniche dell’Iran – o meglio di quella che oggi è la sua leadership, che qualche crepa comincia a mostrare nonostante l’impenetrabilità del regime islamico – l’interesse della Siria ad una radicalizzazione della sua contrapposizione risulta meno comprensibile, se non alla luce di un arroccamento della sua vecchia classe dirigente ad uso e consumo soprattutto interno.
Le forze politiche libanesi, che appaiono purtroppo ancora divise e poco disposte a ritrovare le ragioni del dialogo, dovrebbero perciò essere invitate a riflettere sull’opportunità di chiamarsi una buona volta fuori dai condizionamenti esterni e di contribuire anzi ad alleggerire le tensioni politiche a livello regionale, concentrandosi sulla ricostruzione e sulla stabilizzazione del loro Paese.
Il Libano sconta, altresì, un tasso di elevata continuità ed inamovibilità della sua classe dirigente, derivante dalla tradizionale ripartizione confessionale delle cariche a tutti i livelli. È evidente uno scollamento della classe politica rispetto ad una società, soprattutto giovanile, che aspira a scrollarsi di dosso le antiche rivalità. Né va trascurato il peso della corruzione che offre una facile arma polemica all’opposizione, in particolare agli Hezbollah che reclutano i loro sostenitori nelle fasce meno abbienti della popolazione.
Tre priorità per lo sviluppo democratico
Tre sono i punti fermi su cui la comunità internazionale dovrebbe insistere per favorire lo sviluppo di un processo interno di riavvicinamento e di confronto democratico.
Innanzitutto, la tutela della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del Libano costituisce l’imprescindibile quadro di riferimento per la ricostruzione del Paese su basi democratiche. La missione Unifil sta lavorando concretamente in questa direzione, soprattutto sotto il profilo della cooperazione con le forze armate libanesi, nello spirito della risoluzione 1701. Al riguardo, però, non si può ignorare che il ritorno sotto la sovranità libanese delle fattorie di Sheeba costituirebbe un evento simbolicamente assai significativo e toglierebbe ad Hezbollah l’ultimo pretesto della resistenza armata a Israele e forse potrebbe indurre una diversificazione di posizioni nel campo sciita, in cui attualmente la componente di Amal non ha altro spazio che quello dell’allineamento sulle posizioni più intransigenti.
In secondo luogo, è importante che il Parlamento libanese torni a riunirsi al più presto, in quanto luogo deputato all’individuazione di un’intesa istituzionale al di sopra dello spirito di fazione, nell’interesse nazionale. La forma di governo parlamentare rappresenta l’asse portante della costituzione libanese e la più valida cornice per la soluzione di qualunque controversia politica. Il convinto sostegno al governo Siniora, confermato a Parigi, deve andare in questa direzione. Ogni tentativo di riconciliazione nazionale passa per la ripresa del dialogo politico.
L’opposizione, nelle ultime settimane, ha sicuramente dato una dimostrazione di forza nelle piazze, culminata nello sciopero generale dello scorso 23 gennaio. I successivi appelli alla calma, però, potrebbero indicare la consapevolezza di un’inversione di rotta. I drammatici scontri hanno dato alla popolazione l’impressione di ritornare nel baratro della guerra civile, la cui drammatica eredità segna tuttora il panorama urbano di Beirut. Una nuova spirale di violenza non è nell’interesse di nessuna delle parti.
Occorre, pertanto, insistere sul piano internazionale per uno sbocco politico della crisi, che affronti in Parlamento le ben note – e certo non semplici – questioni pendenti: il tribunale internazionale per individuare i responsabili del delitto Hariri, la riforma della legge elettorale che risale all’epoca dell’occupazione siriana, l’elezione del nuovo presidente della repubblica. Solo un negoziato complessivo può condurre ad un accordo politico; sarebbe inutile puntare a trattative separate.
In terzo luogo, la comunità internazionale deve garantire, secondo gli impegni presi a Parigi, un adeguato supporto economico-finanziario ad un Paese che importa il 90% dei beni che consuma e che ha visto prosciugarsi larga parte delle sue risorse a causa del conflitto in atto. Il piano di riforma predisposto dal governo costituisce una premessa necessaria ed è volto prioritariamente a riattivare lo sviluppo economico del Paese in una prospettiva quinquennale. Resterebbe però lettera morta se non mutassero le condizioni politiche nella direzione della stabilizzazione e non vi si accompagnassero gli opportuni ammortizzatori sociali che proprio gli aiuti internazionali potrebbero sostenere.
Il ruolo dell’Unione europea
Ferma restando la portata dell’iniziativa francese che ha condotto alla terza conferenza di Parigi, è però forse venuto il momento che sia tutta l’Unione europea a far sentire complessivamente il suo peso su Beirut, ma anche sulla Lega araba e sull’Organizzazione della Conferenza Islamica (Oic). La crisi libanese dovrebbe sollecitare un effettivo rilancio del Partenariato euromediterraneo, che ha celebrato il suo decennale nel 2005, ma non sembra aver ripreso smalto nonostante le pubbliche dichiarazioni in tal senso. Non si riesce, evidentemente, a superare lo scoglio del Medio Oriente.
La soluzione della crisi libanese avrebbe benefici effetti in tutta la regione mediorientale. Si spezzerebbe una delle armi di ricatto di cui dispone l’attuale dirigenza iraniana, si indurrebbe la Siria a fare finalmente i conti con se stessa, si rassicurerebbe Israele, si darebbe un esempio ai palestinesi che oggi si combattono anche loro all’interno.
L’auspicio è che, all’indomani della Conferenza che si è svolta a Parigi, la comunità internazionale possa inviare un inequivocabile triplice segnale di amicizia e di solidarietà al popolo libanese in tutte le sue componenti, di invito al dialogo ed al confronto alle forze politiche libanesi degli opposti schieramenti, di monito alla collaborazione ed alla non interferenza agli altri Paesi della regione.
