IAI
Medio Oriente

La guerra civile che divide i palestinesi

25 Dic 2006 - Marcella Emiliani - Marcella Emiliani

Il sangue che è stato versato a Gaza nei dieci giorni trascorsi conferma una volta di più che Hamas non è in grado di governare senza al-Fatah e al-Fatah non riesce a stabilizzare l’Autonomia nazionale palestinese (Anp) senza un accordo con Hamas. E questa non è che l’ennesima svolta crudele del conflitto intra-palestinese che tutti gli attori in campo si rifiutano di chiamare guerra civile, ma che ad una guerra civile somiglia fin troppo. Cosa temono maggiormente e che carte hanno in mano allora i due contendenti?

Le contraddizioni di Hamas
Hamas è alle prese con la prima vera crisi della propria storia. Certamente il Movimento di resistenza islamico era rimasto spiazzato quando l’Olp di Arafat nel 1993 siglò gli Accordi di Oslo con Israele. Proprio il rifiuto di quegli Accordi gli permise di capitalizzare ogni errore, grande o piccolo, compiuto da Arafat nel vano tentativo di realizzarli, fino al loro fallimento totale e allo scoppio della Seconda Intifada. In questa seconda Intifada Hamas ha potuto usare la violenza per imporsi su al-Fatah e suoi errori di gestione dell’Anp fino alla vittoria nelle elezioni del 25 gennaio scorso.

Una tattica – quella del ricatto della violenza – che indubbiamente ha pagato ma che oggi costituisce il limite principale di Hamas, incapace di uscire dal suo guscio di movimento di liberazione nazionale per trasformarsi in forza politica “statale”. Si può obiettare, come fanno i suoi militanti, che la lotta di liberazione non è finita, che “l’entità sionista” deve essere distrutta perché quella lotta si compia, che Abu Mazen è un traditore e un venduto agli americani: slogan buoni per la piazza, ma totalmente inutili alla prova di governo.

Se c’è una cosa di cui Hamas si è reso conto negli 11 mesi in cui ha provato a governare è che rifiutare l’esistenza di Israele significa non avere futuro, significa non poter pagare gli stipendi dei dipendenti e dei poliziotti perché non arrivano più gli aiuti internazionali, significa doversi buttare tra le braccia di paesi pariah come la Siria e l’Iran proprio nel momento in cui il Movimento avrebbe più bisogno del sostegno internazionale.

Prigionieri del massimalismo
Ai palestinesi esasperati dalla povertà galoppante e da sei anni di violenze continue serve ben altro che l’utopia della distruzione di Israele e Hamas non è stato capace di risolvere uno solo dei problemi di sussistenza e sicurezza palestinesi. Questo lo spinge a ricorrere all’unico strumento che sa maneggiare: la violenza, per poi rimanere estremamente piccato quando il n. 2 di al-Qaeda, al-Zawahiri, se ne esce – come ha fatto il 20 dicembre scorso – con un appello a proclamare un altro jihad contro Israele, suggerendo di non lasciarsi tentare da profferte di elezioni anticipate né da altre ritualità tipiche dei costumi secolari/occidentali.

Hamas ha mandato a dire ad al-Zawahiri di non aver affatto abbandonato “la resistenza” contro Israele e che si riserva il diritto di scegliere quali siano gli strumenti migliori per la propria lotta. Ma con questo se da un lato Hamas, come ha sempre fatto, prende le distanze da al-Qaeda che sarebbe ben felice di cannibalizzare anche la causa palestinese, dall’altro denuncia proprio l’impasse in cui si trova e cioè il fatto che ormai la sola violenza non basta e, perché possa pagare una volta di più, dovrebbe trasformarsi in un vero e proprio jihad che nell’illusione di travolgere Israele finirebbe però per distruggere la stessa Anp.

Non è un caso che il vero leader di Hamas, Khaled Meshal, rintanato a Damasco abbia rilanciato il 18 scorso l’opzione del governo di unità nazionale, mentre il suo ospite, Bashar al-Assad si diceva disposto a intavolare negoziati con Israele. Entrambi stanno tentanto una qualche mossa politica per uscire dall’isolamento frutto del loro massimalismo. Alle profferte di Bashar, Israele ha risposto picche. Quanto ad Hamas è alla ricerca affannosa di una via d’uscita politica per scongiurare il pericolo di elezioni anticipate ventilate da Abu Mazen.

E Abu Mazen le elezioni anticipate le vuole perché sa che al-Fatah questa volta ha buone probabilità, se non proprio la certezza, di vincerle sull’onda della delusione sulla performance di Hamas al governo. Certo per lui il ricorso alle urne è un rischio: sta forzando le sue prerogative presidenziali (Hamas urla al colpo di Stato), strapazza le stesse regole “democratiche” dell’Anp, ma intanto ha spezzato il suo personale isolamento. Sono andati a fargli visita Tony Blair e Massimo D’Alema che hanno testimoniato di fronte all’opinione pubblica internazionale e palestinese che riconoscono in lui l’interlocutore con cui parlare, accreditando così la sua linea politica.

E viste le condizioni dell’Anp, il messaggio è che il credito politico può sempre tornare a trasformarsi in flussi di aiuti, se – come Abu Mazen – anche Hamas si decidesse a riconoscere Israele. Appunto: l’unica via politica che il Movimento si trova davanti è solo questa. Può tergiversare, ma non ha alternative se vuol davvero evitare l’inferno a Gaza e il contagio della guerra civile anche alla Cisgiordania, là dove ad aspettarlo troverebbe però Israele.