Tra israeliani e palestinesi, la gara a chi sbaglia di più
L’unica speranza di uscire dalla sanguinosissima impasse in cui si è arenato il conflitto israelo-palestinese nasce da un paradosso: che la somma di due sconfitte porti alla ragionevolezza, con l’abbandono della logica delle armi per un ritorno alla politica. Le due sconfitte di cui stiamo parlando sono quella di George W. Bush, nelle elezioni di medio termine degli Stati Uniti, e quella tutta “morale” del premier di Israele Ehud Olmert, all’indomani della strage compiuta dall’artiglieria israeliana a Beit Hanoun, in Gaza. Olmert sarà a Washington il 13 novembre prossimo e, assieme a Bush, dovrà prendere atto che l’approccio puramente militare alla risoluzione del contenzioso coi palestinesi ha portato Israele in un vicolo cieco.
Democrazia ferita
Sulla pelle dei civili palestinesi, qualsiasi vittoria militare si tramuta in una ferita per la democrazia e per la coscienza israeliana: un prezzo e un danno incalcolabili, senza tener conto del fatto che – con questo tipo di approccio – a trarne vantaggio sono solo le ali più estremiste, tanto in Israele quanto in Palestina. Dal canto suo, Bush jr. se vuole tentare di riguadagnare un minimo di credito in Medio Oriente – dove la sua sconfitta elettorale è stata imputata tutta al disastro iracheno – dovrà sforzarsi di elaborare innanzitutto una nuova linea politica che riqualifichi gli Usa come reali mediatori e garanti di un processo di pace nel conflitto israelo-palestinese. Anche a costo di fare la voce grossa con Olmert, nella speranza che qualche passo avanti compiuto in questa direzione contribuisca anche ad una exit strategy decente degli Usa dall’Iraq.
Nell’immediato, la rappresaglia dell’8 novembre scorso di Israele contro Beit Hanun ha creato un altro paradosso, molto pericoloso, in campo palestinese. Da una parte, sono saltati per l’ennesima volta i colloqui tra Al Fatah e Hamas, che dovevano portare alla creazione di un governo di unità nazionale e dunque alla speranza che – per questa via indiretta – Hamas arrivasse a riconoscere il diritto all’esistenza di Israele. Dall’altra Hamas e Al Fatah si sono invece trovate d’accordo nel sospendere la hudna (cioè la tregua con Israele) e minacciare di ricorrere ancora una volta all’arma del terrorismo, pur di non subire più la rappresaglia spropositata dell’esercito israeliano.
Certo, incolpare Israele di aver fatto naufragare i colloqui di avvicinamento tra Hamas e Al Fatah, come entrambe i partiti hanno fatto, è un utile escamotage per fingere di non vedere i motivi, tutti interni alla politica palestinese, che hanno impedito fino ad oggi la creazione di un Governo di unità nazionale. Se è vero infatti che i morti, la povertà e la rabbia dilagante, frutto delle rappresaglie israeliane non creano il clima più propizio alla distensione in campo palestinese, è altrettanto vero che – contrariamente a quanto si afferma sulla stampa occidentale – non sono mai finite né la Seconda Intifada né la Intra-fada, ovvero quella guerra civile strisciante che oppone le fazioni palestinesi stesse in una guerra fratricida, sulla strategia da tenere proprio nei confronti di Israele.
Dualismo palestinese
Ragionando per icone mediatiche, da una parte c’è Abu Mazen, presidente/anitra zoppa dell’Anp (Autonomia nazionale palestinese), che tenta di imporre la sua linea moderata ad un parlamento dominato da Hamas e, dunque, dal suo rifiuto di riconoscere Israele; dall’altra c’è Hanyeh, premier che quotidianamente deve misurare la propria impotenza di fronte all’inesperienza di governo di Hamas, alla sua povertà di mezzi e – forse soprattutto – ad una linea politica intransigente che non viene decisa a Gaza, ma a Damasco e a Teheran, dal lider maximo di Hamas, Khaled Meshal.
Ma questo dualismo non riassume il panorama palestinese che vede ormai proliferare una miriade di formazioni armate di cui non si conosce l’affiliazione. Chi ha rapito, ad esempio, il giovane caporale israeliano Ghalit nel giugno scorso, rapimento che ha messo in moto la catena di reazioni israeliane? Chi lancia quotidianamente da Gaza quei razzi rudimentali che giustificano l’entrata in azione dell’artiglieria israeliana?
Non è dato sapere. Nel frattempo a livello internazionale si consente che tutto questo paralizzi la politica, come se in Europa, negli Usa, in Russia o all’Onu non si conoscesse un copione ormai tristemente noto da decenni.
