Rumsfeld addio, ma i Democratici non abbandonano l’Iraq
Nei sondaggi effettuati all’uscita dei seggi nelle elezioni parlamentari americane del 7 dicembre, il 57% degli intervistati ha detto di “disapprovare” la guerra in Iraq e il 68% che essa ha influenzato le loro scelte. Il presidente Bush ha immediatamente recepito il messaggio, sostituendo nel giro di poche ore il segretario alla Difesa Rumsfeld, bestia nera di tutti gli avversari della guerra, con l’ex capo della CIA Robert Gates, un personaggio molto più duttile, membro della commissione bipartisan che, sotto la presidenza di James Baker, sta esaminando la possibilità di un cambio di strategia per l’Iraq e che, secondo il presidente, avrebbe già “nuove idee”.
Nessuna svolta epocale
Molti, in Europa, pensano che tutto ciò preluda a un imminente ritiro americano da Baghdad, a una svolta epocale della politica mediorientale di Washington, ma si tratta di una pura illusione. In primo luogo, il Presidente rimane, nonostante la perdita della maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, il solo responsabile della politica estera, e l’unica arma in mano al Congresso per indurlo a cambiare idea sarebbe un irresponsabile taglio dei fondi per la guerra. Ma, soprattutto, i Democratici, che pure hanno fatto dell’opposizione alla conduzione del conflitto una delle loro più efficaci armi propagandistiche, non hanno alcuna intenzione di abbandonare la partita e accettare la sconfitta.
Neppure Nancy Pelosi, la futura speaker del Congresso e una dei pochi deputati che a suo tempo votarono contro l’attacco a Saddam Hussein, (Hillary Clinton, per esempio, si pronunciò a favore) ha intenzione di imboccare questa strada. Nessun esponente della nuova maggioranza, del resto, ha finora elaborato una credibile exit strategy, e le posizioni all’interno del partito spaziano dai (pochissimi) partigiani di un ritiro immediato ai falchi che rinfacciano addirittura a Rumsfeld di non avere inviato in Iraq truppe sufficienti per sconfiggere la guerriglia.
Si tratta di una posizione condivisa da una parte dei vertici militari, che proprio alla vigilia delle elezioni hanno fatto uscire sui quattro giornali ufficiosi delle Forze armate un articolo molto critico dell’operato del Segretario.
Quali cambiamenti dobbiamo allora aspettarci nella strategia della Casa Bianca per uscire dalla palude irachena? Sebbene l’ambasciatore americano a Baghdad si sia affrettato a rassicurare il governo di Al Maliki che non è in preparazione alcun mutamento sostanziale, neppure la parola d’ordine ripetuta tante volte da Bush, “mantenimento della rotta”, deve più considerarsi valida.
Una prima mossa della Casa Bianca per venire incontro agli umori del Paese potrebbe essere un mutamento nell’utilizzo delle forze americane sul campo, che ne riduca, almeno temporaneamente e in attesa di scelte definitive, le perdite umane: i 104 morti di ottobre, quasi quattro al giorno, e le cruente immagini relative pubblicate da alcuni giorni di opposizione, sono stati senza dubbio una delle cause della sconfitta repubblicana. L’espediente (che peraltro non gioverebbe certo a chiudere la partita con un successo), sarebbe di lasciare sempre più il controllo delle città del “triangolo sunnita” alle forze armate irachene, anche se queste non sono ancora considerate in grado di cavarsela da sole.
Nuova strategia
Per lanciare una nuova strategia di più ampio respiro, è invece probabile che la Casa Bianca aspetti da un lato l’insediamento ufficiale di Gates al Pentagono, soggetto alla approvazione del nuovo Senato e perciò rinviato addirittura a febbraio, dall’altro il rapporto della Commissione Baker, composta quasi paritariamente da esponenti dei due partiti. Questo è atteso a sua volta tra due tre mesi, e per adesso non ci sono indiscrezioni valide sulle proposte che farà. La speranza di tutti, a questo punto, è che non si limiti a presentare una serie di opzione, tra cui toccherebbe poi al presidente scegliere, ma presenti un piano vero e proprio, compatibile sia con la volontà di Bush di concludere l’avventura irachena con una vittoria (almeno apparente) e la volontà della nazione di tagliare corto.
Ormai, con gli alleati in fase di ritirata, l’America si trova a fare le sue scelte praticamente da sola. Per fortuna, nonostante gli umori popolari, la classe politica vecchia e nuova è abbastanza concorde che una cosa va evitata ad ogni costo – cioè anche al prezzo di ulteriori sacrifici: una vittoria degli insorti, che trasformerebbe l’Iraq in uno stato terrorista come era l’Afghanistan fino al 2001.
