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Elezioni di mid-term

La vittoria dei Democratici è sicura. O forse no

2 Nov 2006 - Michael Calingaert - Michael Calingaert

Le elezioni di mid-term negli Usa, che si tengono a metà strada tra due successive elezioni presidenziali, costituiscono in primo luogo un referendum sul Presidente e sul partito al potere. Questo vale in modo particolare per il 2006, dato che i Repubblicani controllano sia la Presidenza, sia i due rami del Congresso, nel quale tutti i 435 membri della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei 100 senatori fronteggiano le elezioni della prossima settimana. Inoltre, 35 dei 50 governatori degli Stati e quasi tutti i membri dei parlamenti statali affronteranno le elezioni; per loro le questioni sono in parte di carattere nazionale e in parte regionale o locale.

Sconfitta repubblicana?
Tutti gli indicatori segnalano che i Repubblicani vanno verso la sconfitta, che perderanno molti seggi e, con ogni probabilità, anche la maggioranza in una o ambedue le camere del Congresso. Per capirne i motivi occorre esaminare i tre punti principali su cui si svolge la campagna elettorale.

L’Iraq è la pietra al collo del Presidente Bush e, per estensione, pesa anche su tutto il partito repubblicano. Le prospettive di successo diventano sempre più dubbie: le perdite americane aumentano di giorno in giorno, il Paese precipita sempre di più nel caos e gli Usa non possono fare altro che stare a guardare. Il fatto che i Democratici non abbiano alcuna politica alternativa è comunque meno importante del loro feroce atteggiamento di critica alla politica dei Repubblicani in Iraq.

Anche se molti indicatori segnalano un’economia in buona salute – con una forte crescita del Pil, bassa inflazione e disoccupazione e un recente forte calo dei prezzi della benzina – c’è un forte disagio a livello individuale. La percezione di molti è di non partecipare alla prosperità generale e questo, combinato con una forte preoccupazione sulle prospettive dell’occupazione e dei crescenti costi sanitari, agisce come una potente forza a sfavore del partito al governo.

Infine, ci sono segnali crescenti che la lunga permanenza dei Repubblicani al potere, in un sostanziale monopolio nelle istituzioni di governo, abbia portato a una fastidiosa arroganza che si è riflessa, ad esempio, nei numerosi scandali di episodi di corruzione che hanno visto coinvolti membri repubblicani del Congresso (anche dei Democratici, ma in minor misura). Ciò ha intaccato l’immagine repubblicana di protettori dei “valori famigliari”, tanto più che la leadership al Congresso ha dato l’impressione di volere ignorare le proposte oscene avanzate da qualche parlamentare a minorenni che lavorano come stagisti presso il Congresso.

Vittoria democratica?
Tutto questo porta inevitabilmente a una grande vittoria dei Democratici? Non necessariamente. Altri sono i fattori al lavoro, connessi alla particolare e unica forma che hanno le elezioni che si svolgono negli Usa.

La prima questione è quella dei soldi. Le elezioni sono finanziate soprattutto da contributi privati, che sono considerati di norma un’espressione legittima della libertà di scelta. Malgrado gli sforzi legislativi per limitarli, il loro ammontare è cresciuto inesorabilmente a ogni elezione, fino a vertici impressionanti: si stima, infatti, che nella corsa al Congresso saranno spesi 2,6 milardi di dollari, con un aumento del 18% rispetto al 2002 e con i Repubblicani assai più spendaccioni dei Democratici. Ma il denaro non è l’unica determinante del successo elettorale. Sono molti i candidati che hanno risorse molto più ampie dei loro avversari ma che non riescono comunque a vincere. Tuttavia, la soglia di accesso necessaria per vincere un’elezione è alta e in ascesa.

Mentre una parte dei fondi elettorali è raccolta direttamente dai candidati, i partiti dispongono a livello nazionale di significativi fondi che possono essere messi a disposizione del candidati. I partiti devono decidere come allocare queste risorse tra le varie richieste in competizione tra loro, per fare in modo di massimizzare le possibilità di vittoria elettorale. Raccoglieranno il successo nella misura in cui sapranno scegliere nel modo migliore.

Un secondo fattore è costituito dal candidato in carica. Data la sua posizione e le prerogative del suo incarico, il Presidente può dominare la scena politica, focalizzando l’attenzione su questioni e azioni che favoriscano il suo partito e i candidati individuali. Anche se quest’anno tale fattore ha influenza minore a causa della crescente impopolarità del Presidente Bush, ha nondimeno la sua importanza.

Più significativa è la posizione inattaccabile della maggioranza dei membri del Congresso. Si calcola che solo 50 seggi della Camera dei Rappresentanti siano effettivamente aperti alla competizione, mentre tutti gli altri sono seggi sicuri. Questo è il risultato di due fattori. Il peggiore è quello del gerrymandering, un termine molto americano che indica una pratica di brogli elettorali basata sul ridisegno dei collegi elettorali fuori da una logica geografica, ma tali da assicurare una comoda maggioranza al candidato in carica. È diventata una forma d’arte ed è usata ampiamente da entrambi i partiti.

Inoltre, nel corso del loro mandato i membri dei due rami del Congresso operano consapevolmente per assicurarsi un dividendo politico al momento delle elezioni, quando possono fare riferimento ai benefici che hanno portato al loro collegio elettorale. E questi vanno dalle leggi che investono positivamente gli interessi dei loro elettori, fino ad allocazioni di fondi per le infrastrutture e per l’assistenza nel rapporto con il governo federale. La loro capacità di manovra è amplificata dal sistema del collegio uninominale e dal potere che il Congresso detiene sulle allocazioni e, con ogni probabilità, spiega perché i singoli membri del Congresso siano invariabilmente tenuti in maggior conto dall’elettorato che non il Congresso come istituzione. Spiega anche perché chi è in carica possa raccogliere e spendere circa quattro volte di più dello sfidante.

Tecniche elettorali sofisticate
Il terzo fattore è rappresentato dalle super-sofisticate tecniche di campagna elettorale concepite per spezzare l’elettorato in gruppi più piccoli sulla base dei loro interessi e delle loro preferenze politiche, in modo da indirizzare le campagne nel modo migliore per attrarli. Direttamente collegati a ciò, sono gli sforzi per assicurare che i sostenitori potenziali che sono stati identificati vadano effettivamente a votare. Il successo repubblicano in questo campo ha rappresentato un elemento di primaria importanza per la loro vittoria del 2004. i Democratici stanno ora cercando di riprodurre la macchina elettorale dei Repubblicani.

Infine, conta il modo in cui si riescono a raggiungere e a persuadere coloro che vanno a votare. I due fattori chiave sono l’uso crescente di Internet e gli annunci elettorali negativi. A partire dalla campagna del 2000, ambedue i partiti hanno individuato forme diverse di comunicazione via Internet, molto efficaci nel raggiungere un elettorato sempre più in rete. Questo ha consentito loro di indirizzare messaggi specifici a segmenti identificabili di elettorato e di raccogliere un volume significativo di piccoli contributi.

Molti dei messaggi che si usano nelle campagne individuali consistono in pubblicità che si concentrano sulle debolezze vere o immaginarie delle politiche o del carattere dell’avversario. Ambedue i partiti sono diventati esperti nel dipingere i loro avversari nel modo peggiore, il che non è difficile quando una lunga carriera parlamentare fornisce molti spunti del genere.

Perciò, anche se tutto porta a pensare a una vittoria dei Democratici di proporzioni moderate, ma forse anche epiche, il risultato sarà determinato non solo dal giudizio degli elettori sulle questioni politiche, ma anche dall’efficacia dei due partiti nella campagna elettorale.