IAI
Afghanistan

La ricostruzione segna il passo

8 Nov 2006 - Giovanni Gasparini - Giovanni Gasparini

La missione militare di stabilizzazione della Nato in Afghanistan è in crisi? La recente ripresa di scontri diretti e sanguinosi fra le forze dell’Alleanza e la guerriglia locale preoccupa il Governo centrale afgano, eletto democraticamente nel 2005, e genera sfiducia nella capitale e nell’opinione pubblica europea. A ciò si aggiunge la ripresa in grande stile delle coltivazioni di oppio e del traffico di droga, motori di una economia rurale minata da siccità, carenze infrastrutturali, analfabetismo, divisioni tribali, corruzione e incertezza del diritto. Tutte realtà che fanno del paese asiatico uno dei più poveri sulla faccia della terra, fiaccato da decenni di guerra, prima contro la cruenta invasione sovietica del 1979, in seguito dalle lotte fra capi locali, talebani, mujaheddin e terroristi islamici di provenienza saudita.

C’è quindi motivo di preoccuparsi, certo. Ma questa visione a tinte fosche, speculare a quella forse troppo ottimistica prevalente in precedenza, non fa giustizia di una situazione complessa, tutt’altro che senza speranza.

Difficoltà transitorie
Secondo i comandi della International Security Assistance Force (Isaf) a Kabul, la forza multinazionale di circa 31.000 uomini che opera a supporto del governo afgano, sulla base di un mandato delle Nazioni Unite, si tratta essenzialmente di un periodo di difficoltà determinato dalla recente espansione della missione nel territorio nelle province nel sud e nell’est Afghanistan, sinora interessate solo dalla missione a guida americana “Enduring Freedom”, la cui finalità era il contrasto agli insediamenti terroristici, più che il controllo del territorio.

Il controllo da parte della forza Nato è garantito dall’istituzione dei cosidetti Provincial Reconstruction Team (Prt), attualmente presenti in 24 delle 34 province in cui è diviso amministrativamente l’Afghanistan: si tratta di realtà territoriali in cui la componente militare fornisce il quadro di sicurezza per una forte presenza di operatori civili che operano per l’assistenza e la ricostruzione del paese.

Si tratta di una compito non facile, anche a causa delle difficoltà di comunicazione fra le diverse aree del paese: l’unico vero modo per viaggiare è per via aerea e la Nato incontra non poche difficoltà a convincere i propri membri a garantire la disponibilità di aerei da trasporto ed elicotteri in misura sufficiente.

Ciò che è difficile per i militari, diviene praticamente impossibile per i civili locali: i commerci risultano quindi sostanzialmente impossibili, rendendo ancora più difficile la ripresa economica del paese. Ne risente anche il progetto di sostituzione delle piantagioni di oppio con sementi ad alto valore destinate all’esportazione, fattore cruciale per il contrasto alla produzione di droga che, pur non rientrando nei compiti diretti della missione militare, rappresenta un buon motivo per tentare di stabilizzare l’Afghanistan, secondo solo al contrasto dei potenziali insediamenti terroristici.

La principale preoccupazione degli operatori, connessa con la recrudescenza degli scontri armati, è infatti legata alla ripresa delle coltivazioni di oppio, fattore su cui si basa il circolo vizioso che lega l’economia illegale alla crescita del potere dei guerriglieri talebani e dei “signori della guerra” locali.

L’esercito, la polizia e il sistema giuridico locale, attualmente in fase di (troppo) lenta evoluzione, non sono sufficienti per contrastare il fenomeno; gli sforzi di alcuni paesi europei (Italia e Germania in testa) in questo settore non paiono sufficienti e mancano di un vero coordinamento che forse solo un’iniziativa multinazionale può garantire.

Coordinamento insufficiente
Se sul lato della sicurezza, nonostante i problemi evidenziati, si possono anche riportare alcuni importanti successi, quali l’istituzione di una modernissima scuola per le Forze Armate afgane, spicca invece l’insufficiente coordinamento delle attività civili di ricostruzione.

La decisone di porre in capo al Governo centrale afgano la responsabilità ultima del processo di ricostruzione, sebbene sia comprensibile dal punto di vista del coinvolgimento delle autorità locali, comporta una serie di gravi costrizioni, legati alla sua limitata capacità.

Evidentemente, serve un’istituzione internazionale partner che affianchi con maggior decisione il governo locale e garantisca un migliore e più puntuale impiego dei fondi (circa 2 miliardi di dollari l’anno) stanziati per l’Afghanistan. Se l’Onu non è disponibile o in grado di svolgere un ruolo simile a quello giocato nei Balcani, non rimane che giocare la carta Unione Europea.

L’impegno dell’Alleanza Atlantica è forte e condiviso, sebbene vi siano perplessità circa il meccanismo di distribuzione degli oneri fra i 31 contingenti partecipanti, ovvero 26 paesi membri e 11 partner non membri, alcuni con presenze simboliche.

L’imposizione di restrizioni sull’impiego in alcune aree delle proprie forze nazionali da parte di alcuni paesi, Italia e Germania in particolare, determina però forti malcontenti; d’altra parte, tali restrizioni garantiscono anche un maggiore controllo nazionale sulle forze in teatro, ponendole al riparo da impieghi che potrebbero generare conseguenze potenzialmente catastrofiche sul piano dell’immagine e del consenso politico.

Inoltre, l’adozione di una postura delle forze più aggressiva potrebbe rivelarsi anche controproducente, soprattutto in zone relativamente più tranquille: si deve resistere alla tentazione di imporre un unico modello d’azione a tutte le realtà locali, poiché è proprio la flessibilità a garantire il successo in un contesto frammentato e tribale quale quello afgano.

La Nato ha, forse con eccessivo entusiasmo e talora con qualche errore retorico, legato il successo in Afghanistan alla sua effettiva sopravvivenza come credibile attore di sicurezza sulla scena internazionale: il prezzo della sconfitta sarebbe troppo alto.

La componente militare sembra complessivamente funzionare, ma va ricalibrata alla luce dei mutamenti intervenuti e vanno riconosciuti i suoi limiti d’impiego. In ogni caso, tutti riconoscono, ad iniziare dagli stessi militari, che non è comunque sufficiente affidarsi ad essa: la vittoria sul campo verrà dalla capacità complessiva dell’insieme coordinato degli sforzi di tutti gli operatori, civili e militari, locali ed internazionali, di offrire alla grande maggioranza silenziosa afgana l’opportunità di costruirsi un presente e un futuro migliori.

Questo articolo nasce da riflessioni emerse in seguito ad una visita dell’Autore in teatro a fine ottobre, resa possibile grazie al supporto della NATO Public Diplomacy Division