Un terreno per le istituzioni multilaterali
Per la gestione delle fonti primarie di energia è sempre più necessario un coordinamento soprannazionale. Il bilancio energetico americano è in deficit crescente, nonostante gli Usa siano i primi produttori mondiali (il 34% dell’energia consumata nel 2005 è importata, il 56% del petrolio e il 15% del gas); la dipendenza europea supera il 56% dei consumi (il 60% del petrolio e il 24% del gas). La produzione di gas e petrolio, se si esclude il Canada e poco altro, è concentrata in aree politicamente assai sensibili: Medio Oriente, America Latina, Russia, (Kazahstan e Azerbajan hanno grandi riserve di petrolio) e in alcuni paesi africani (Nigeria, Ciad, Libia, Angola).
Malgrado ciò, Stati Uniti ed Unione Europea sembrano ancora lontani da un’impostazione multilaterale dei problemi energetici. Gli Usa procedono sulla via unilaterale, imperniata sull’uso della forza militare per il controllo delle zone rilevanti, seguendo la tradizione che, dalla guerra fredda, ha mantenuto l’approvvigionamento energetico al centro della politica estera di sicurezza nazionale; una posizione militare che sta rivelando oggi i suoi limiti.
L’Unione Europea, al contrario, in una condizione istituzionale oggettivamente assai più debole, segue la strategia di costruire un mercato interno unico dell’energia attraverso la liberalizzazione dei mercati nazionali dei paesi membri e di utilizzare il proprio ruolo di grande consumatore come strumento contrattuale nei confronti dei grandi produttori, ai quali può garantire uno sbocco di mercato. Così facendo, tuttavia, si pone nella difficile condizione di competere con altri grandi consumatori, Cina e India in particolare, per la spartizione di risorse scarse: non è questa, del resto, l’arma agitata da Putin, prima dell’estate, di contrapporre la domanda europea a quella dei grandi colossi asiatici?
Molte voci positive hanno accolto l’Energy Act 2005 di Bush e il Green Paper 2006 della Commissione Europea come una svolta strategica nella politica energetica delle due grandi aree, ma né l’uno né l’altro, in realtà, contribuiscono in alcun modo a costruire quel “terreno intermedio in cui si radica il multilateralimo” – per citare una felice espressione coniata da Micael Walzer nel suo recente libro Guerra (Laterza 2006) a proposito della guerra in Iraq – che sarebbe oggi necessario per la questione energetica
I due Atti, è vero, introducono con nuova forza, la necessità di intervenire anche sulla domanda di energia, affidando allo sviluppo tecnologico la razionalizzazione dei consumi e il miglioramento dell’efficienza energetica (in particolare, gli Usa stanziando fondi consistenti per la ricerca). Ma la concezione del multilateralimo richiederebbe una vera svolta rispetto all’ottica angusta che basa l’approvvigionamento energetico su contrattazioni bilaterali tra paesi, le quali non possono che indebolire qualsiasi strategia istituzionale di lungo periodo. In questa ottica appaiono chiari i limiti dell’Energy Policy for Europe (Epe) contenuta nel Green Paper appena approvato.
I limiti della politica energetica europea
In assenza di una politica estera energetica di cooperazione tra aree, i tre cardini dell’Energy Policy for Europe (Epe) – sicurezza, ambiente e mercato interno unico – rischiano di creare condizioni insostenibili per i paesi membri e paradossalmente di stimolare politiche di free riding e di protezione nazionale. L’esempio più semplice e rappresentativo di queste contraddizioni è dato dall’Italia, nel mercato del gas, da un lato impegnata a garantire da sola la propria sicurezza energetica dopo le crisi del 2005/2006 e dall’altro a completare la liberalizzazione del mercato secondo gli indirizzi dell’Epe.
Per assicurare la sicurezza energetica del Paese, Prodi con Putin, Eni con Gazprom hanno avviato da mesi stringenti contrattazioni bilaterali. Di fatto, Italia e Russia stanno trattando per raggiungere accordi che irrobustiscano un rigido oligopolio e la spartizione del mercato (e delle rendite) da monte a valle.
La Russia, infatti, lontana dagli obiettivi di liberalizzazione dell’UE, tende ad integrare la propria filiera con il mercato downstream, stringendo accordi diretti con gli importatori. L’Italia tende ad allungare i contratti di acquisto di gas in scadenza nel 2007 (take or pay) a un orizzonte temporale più lontano. La Russia chiede in cambio l’accesso privilegiato nella distribuzione in Italia e, quindi, nel Mediterraneo e forse si spinge a sollecitare l’ingresso di Gazprom nella governance della rete (Snam Rete Gas).
Non sorprende dunque che la Russia, avviate molteplici trattative di questa natura, abbia lasciato cadere tra le questioni all’ordine del giorno del G8 di San Pietroburgo proprio il punto della propria firma alla Carta dell’Energia, peraltro già ratificata. La Carta contiene, infatti, accordi che potrebbero incidere sul monopolio russo, tra i quali la garanzia di accesso alla rete o la regolazione delle controversie con i paesi di transito; per Putin non poteva che passare in secondo piano, di fronte alla possibilità di stringere intese bilaterali con singole imprese che, al contrario, rafforzano il ruolo di Gazprom.
Garantire la sicurezza energetica
D’altra parte, è interessante ricordare la tesi dell’amministratore delegato dell’Eni, secondo il quale Eni non può essere indebolita se si vuole che possa contrattare da pari con i giganti russi; contemporaneamente, infatti, in ottemperanza agli indirizzi dell’Epe sulla liberalizzazione, l’Autorità per l’Energia (Relazione Annuale, 6 luglio 2006) e il Governo (DdL Bersani 2006) dispongono misure in direzione opposta e contraria a quella sollecitata dal manager dell’Eni. La flessibilità che potrebbe essere offerta al mercato italiano del gas dai nuovi rigassificatori, autorizzati e non ancora attivati, garantirebbe la possibilità di diversificare l’approvvigionamento con acquisti via mare, rafforzerebbe il progetto di costituire un hub in Italia, spostando verso Sud-Est l’asse dell’energia, ma certamente danneggerà l’Eni. La penalizza economicamente, poiché non è più sicuro che la domanda interna assorba l’intero ammontare di gas procurato con i contratti take or pay; e, per le stesse ragioni, la indebolisce politicamente nel suo potere contrattuale con il produttore russo. Ma il problema non è certo solo italiano; le stesse difficoltà si incontrano in Francia, in Germania, in Spagna e nella maggior parte dei Paesi membri.
Nell’attuazione della politica energetica europea convivono dunque due linee che si indeboliscono l’un l’altra: per garantire la sicurezza energetica del paese, la grande impresa cercherà di ingessare l’oligopolio del gas con la Russia, in direzione divergente dalle esigenze poste dalla liberalizzazione. Ma il punto debole è proprio che la funzione strategica della sicurezza energetica del Paese sia delegata alle imprese, per di più sottoposte alla riorganizzazione della liberalizzazione in corso.
La sicurezza energetica non potrà essere lasciata ancora a lungo sulle spalle dei Governi nazionali, in supplenza di una politica estera energetica europea, né da questi delegata alle imprese che producono energia elettrica e gas, poiché questo crea contraddizioni insuperabili e fa della costruzione del mercato europeo dell’energia una tela di Penelope.
Per concludere, la sfida per la gestione delle risorse energetiche sembra giocarsi oggi intorno alla capacità di Stati Uniti e Unione Europea di uscire dall’ottica miope delle intese bilaterali con i paesi produttori; sarebbe necessaria una visione condivisa e lungimirante, per guidare il percorso verso soluzioni istituzionali multilaterali, che includano i grandi blocchi dei paesi industrializzati, ma anche i nuovi colossi asiatici come India e Cina, senza escludere i paesi del continente africano destinati ad assumere un ruolo crescente nell’offerta delle fonti primarie.
