IAI
Finanziaria e politica estera

Quattro soldi in più per la cooperazione allo sviluppo

16 Ott 2006 - Giuseppe Pennisi - Giuseppe Pennisi

A una lettura veloce di un disegno di legge sul bilancio annuale e pluriennale dello Stato (in gergo la Finanziaria) di circa 800 pagine, invece delle 10 preconizzate quando, alla fine degli anni Ottanta, l’allora ministro del Tesoro Giuliano Amato riformò la normativa in materia, il bilancio del Ministero degli Affari Esteri appare come quello meno sfiorato dallo scure sui conti pubblici. Solo un po’ di bisturi per razionalizzare i locali delle sedi all’estero, concentrando in un unico immobile Rappresentanze diplomatiche (specialmente dove sono molteplici, presso uno Stato, presso una o più agenzie Onu, presso altri enti internazionali) e consolari, nonché Istituti di cultura. Inoltre, il taglio del 10% delle Direzioni Generali e del 5% delle uffici “di seconda fascia” (applicato peraltro a tutti i Ministeri) e un conseguente riallineamento dei capitoli di bilancio. E una riduzione del personale impegnato in funzioni di supporto che la diplomazia vorrebbe concentrare nei ruoli amministrativi senza intaccare la “carriera” speciale vera e propria. Guardando più a fondo, infine, si intravede, all’orizzonte, una contrazione piuttosto significativa della Indennità di sede all’estero (Ise) e degli stanziamenti per le missioni.

Questi tagli sarebbero però più che compensati – affermano gli invidiosi degli altri dicasteri – dal quasi raddoppio dello stanziamento per la cooperazione allo sviluppo (per contribuire ai Millennium Development Goals) e dalla conversione del debito dei Paesi esteri per crediti d’aiuto in progetti di lotta alla povertà e per la difesa ambientale. Ciò – aggiungono la malelingue – senza che sia mai stata effettuata una effettiva valutazione economica e politica delle somme utilizzate in passato, specialmente di quelle affidate alle agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

C’era comunque , per così dire. Dalla seconda metà degli anni Ottanta al 2002, il bilancio della Farnesina si è più che dimezzato in rapporto al Pil, scendendo a toccare il 2,8%. Rispetto a questo punto inferiore c’è stata una svolta molto modesta e non necessariamente in linea con le crescenti responsabilità dell’Italia: per il moltiplicarsi delle Rappresentanze in seguito all’evolversi della situazione internazionale successiva, ad esempio, alla fine della Urss; per il maggiore impegno europeo; e per la più intensa partecipazione agli sforzi internazionali nella lotta al terrorismo e per il mantenimento della pace.

Paradossalmente, attualmente l’Italia è al settimo posto mondiale per le spese militari, con 28 miliardi di dollari l’anno, ed è presente con sue truppe in ben 19 paesi, per un totale di 8.514 militari inquadrati in 28 missioni di guerra, il terzo paese al mondo per impegno militare all’estero dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. E le sue Ambasciate non riescono a pagare la bolletta del telefono e della luce. Ci sono forse spazi di miglioramento dell’efficienza, ma su una struttura così indebolita anche una puntura di spillo equivale aL morso di un mastino.