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Giappone

Per Abe, l’impegnativa eredità di Koizumi

4 Ott 2006 - Salvatore Carrubba - Salvatore Carrubba

La vignetta, pubblicata sull’“International Herald Tribune”, di Shinzo Abe che si affaccia all’ufficio del Primo ministro e lo trova ingombro di “memorabilia” di Elvis Presley, rende bene lo shock culturale, prima ancora che politico, che per il Giappone ha rappresentato Junichiro Koizumi. L’ex primo ministro sarà infatti ricordato a lungo come l’unico capace di reggere per cinque anni, combattivo nel piegare le potenti fazioni del proprio partito, efficace nel fare uscire il Giappone dal “decennio perduto” riassicurare slancio all’economia e restituire fiducia all’intero sistema.

Koizumi esce perciò di scena all’apice della popolarità, alla quale hanno contribuito lo stile personale, gli innocui cedimenti ad alcune icone della cultura occidentale (Presley, certo, ma anche Giuseppe Verdi) e le visite, assai meno “politically correct”, al tempio Yasukuni: queste lasciano in eredità un diffuso malessere con la Cina e coi Paesi circostanti, ma anche un convinto sostegno dell’opinione pubblica domestica. E riassumono l’impegno di Koizumi per una politica internazionale del suo Paese più attiva e presente; un impegno dimostrato con l’invio di truppe giapponesi in Afghanistan e Iraq.

Reazioni ambivalenti
Si è trattato di un’autentica svolta a 180 gradi rispetto alla sacralità di quell’articolo 9 della Costituzione che vieta la presenza militare all’estero e la cui modifica è ormai al centro dell’agenda politica. Una svolta che l’opinione pubblica ha accolto con sentimenti contrastanti, tra l’ostilità di fondo all’impegno iracheno (sia pure limitato a compiti strettamente umanitari) e l’esigenza di stare a fianco degli Usa, che oggi assicurano l’unico, sicuro baluardo contro le minacce, anche nucleari, della Corea del nord.

Sta qui una delle eredità più difficili di Koizumi, che lascia un Paese più sicuro di sé, non solo dal punto di vista economico, ma anche più isolato, con rapporti difficili con Pechino, Seoul e molte altre capitali del Sud-est: rapporti indeboliti in questi anni dalla posizione assunta dal Giappone sulle proprie responsabilità nella seconda guerra mondiale, di cui le visite di Koizumi al tempio e le polemiche sui libri di testo che noi definiremmo “revisionisti” sono state un segnale eloquente, accompagnato dal consenso di fondo dell’opinione pubblica giapponese, anche di quella più giovane.

Gli imprenditori giapponesi, di nuovo al culmine della fiducia, guardano al mercato cinese con grande interesse, ricambiati da Pechino che ha bisogno della tecnologia nipponica, ma le difficili relazioni diplomatiche fra i due Paesi complicano il quadro. Perciò il primo compito di Abe è proprio quello di ricostituire la trama del rapporto con Pechino che potrebbe avviarsi da un primo, auspicato incontro diretto che, finora, la politica di Koizumi non ha reso possibile.

“Neet” e “freeter”
La situazione economico-sociale è il secondo banco di prova per Abe che deve non solo consolidare l’indubbia ripresa degli ultimi anni, ma affrontare due sfide epocali: il drammatico invecchiamento del Paese, che nel 2050 sarà composto per oltre il 40% da ultra-sessanticinquenni; e il diverso atteggiamento dei giovani (quelli che rimangono) nei confronti del lavoro, radicalmente diverso da quello fedele e disciplinato dei loro genitori. Sociologi e politologi di tutto il mondo studiano perciò in questi mesi la nuova categoria impersonata dal giovane giapponese, quella dei “neet”, no employment, no education, no training, nella quale si riassume l’obiettivo di vita di giovani che rifiutano la logica del posto a vita, cercano lavori saltuari, non si appagano delle condizioni di vita, spesso spartane, nelle quali sono cresciuti; sono i giovani “freeter” – un’altra definzione che li riguarda – ansiosi di coniugare l’arbeit con la condizione free.

L’impegnativa eredità di Koizumi porrà Abe in difficoltà già l’anno prossimo quando si voterà per la Camera alta, per la quale non è esclusa una sconfitta del partito liberaldemocratico. Si aprirebbero così gravi incognite per la tenuta stessa del Governo al quale non basta sperare nelle divisioni dell’opposizione, incapace di formare una piattaforma comune tra partiti, quali il comunista, il socialista e il democratico, in forte concorrenza elettorale reciproca.