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Promozione della democrazia

È ancora valido il ‘modello Osce’ ?

7 Giu 2006 - Maurizio Massari - Maurizio Massari

La promozione della democrazia richiede tempo, pazienza e strumenti istituzionali appropriati. Per avere democrazie “efficaci” (per usare l’espressione della nuova National Security Strategy americana) abbiamo bisogno di un multilateralismo che sia anch’esso “efficace”. Come rendere tale l’attuale multilateralismo in funzione della diffusione della democrazia?

Conviene partire da un’analisi dell’utilità delle istituzioni e degli strumenti esistenti e delle lessons learned per quanto riguarda il loro funzionamento, per vedere se essi sono ancora efficaci, se possono essere realisticamente adattati alle nuove esigenze, oppure se occorra creare qualcosa ex-novo.

Istituzione sotto esame
Una delle istituzioni ‘sotto esame’ è l’Osce. Una recente pubblicazione dei Challot Papers (‘The Osce in Crisis’) affronta i problemi che attraversa l’Organizzazione nata dall’Atto di Helsinki circa trent’anni fa.

I problemi dell’Osce sono reali e sono di natura esterna – legati all’evoluzione in questi anni dell’architettura istituzionale europea – e interna, riguardanti cioè il funzionamento dell’organizzazione. Sotto il primo aspetto, è evidente che l’allargamento a Est dell’Unione europea e della Nato (inclusa la PfP) ha in parte messo fuori mercato l’Osce che, fino al momento della caduta del muro di Berlino, deteneva il monopolio del dialogo politico Est-Ovest, al di là ovviamente del rapporto strategico Usa-Urss.

Sul piano interno, l’Osce paga invece il prezzo della leggerezza delle sue istituzioni centrali, di un sempre minor consenso tra i suoi membri (soprattutto ad Est di Kiev), della mancanza di un meccanismo di incentivi e sanzioni che possa condizionare i comportamenti dei governi degli stati partecipanti.

I punti di forza
Malgrado ciò il modello Osce non è privo di punti di forza. Quello principale è la presenza di missioni robuste (oggi circa una ventina) sul campo, nei paesi in transizione, dai Balcani all’Asia Centrale, che con esperti internazionali e locali promuovono e monitorizzano quotidianamente e direttamente (cosa che non fa nessuna delle altre organizzazioni europee e nemmeno l’Unione Europea) programmi di institution building nei settori più delicati della democratizzazione di un paese: riforma del sistema giudiziario, training della polizia, meccanismi per la difesa dei diritti umani e delle minoranze e altro ancora. Queste missioni operano più (nei Balcani) o meno (in Asia centrale) in sintonia con i governi locali.

Strumenti per la democrazia
Se è irrealistico pensare – visti i problemi che già l’affliggono – a un Osce ‘globale’ che possa estendere il suo raggio di azione al di là dell’attuale area euro-asiatica e ad esempio nel grande Medio Oriente, non sarebbe invece sbagliato cercare di estrapolare gli aspetti positivi del ‘modello Osce’ per quanto riguarda le future riflessioni sugli strumenti per promuovere la democrazia.

Sono tre gli aspetti positivi di questo modello da tenere a mente: a) l’inclusività della membership (l’Osce ha 55 paesi); b) la concezione multi-dimensionale (e quindi non strettamente elettorale) della democrazia e della sicurezza; c) le missioni sul campo di aiuto diretto e monitoraggio delle riforme democratiche. Sono elementi su cui forse un forum più giovane e già di per sé globale, come la ‘Comunità delle democrazie’ potrebbe riflettere per assumere, soprattutto attraverso la creazione di missioni sul campo, una dimensione operativa, oltre che normativa, più profilata.