Berlusconi: il rovesciamento delle priorità tradizionali
Per poco più di cinquant’anni, dalla firma del Patto Atlantico nel 1949 alla vittoria di Berlusconi nelle elezioni del 2001, l’Italia ha fatto, con le varianti imposte dalle circostanze, una politica estera ispirata da tre esigenze: un saldo rapporto con gli Stati Uniti, una entusiastica adesione all’obiettivo dell’unità europea, una relazione privilegiata con i paesi arabi del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Vi sono state circostanze in cui non fu facile conciliare l’amicizia americana con la fedeltà europea. Alcune scelte in settori cruciali della difesa e dell’economia (l’aeronautica ad esempio) furono americane più che europee.
L’Italia preferì generalmente i rapporti con Lockheed e Boeing a quelli con Dassault o Eads (la grande azienda di Tolosa che costruisce Airbus). Ma quando fu necessario fare scelte sgradite a Washington (la politica spaziale, Galileo, i molti contenziosi commerciali dell’ultimo decennio), l’Italia fu impeccabilmente europea.
Altrettanto difficile, in alcuni momenti, fu la necessità di conciliare l’amicizia araba e la simpatia per la causa palestinese con il riconoscimento di Israele e delle sue esigenze. Uno dei passaggi più difficili fu quello di Sigonella, dopo il dirottamento della nave Achille Lauro di fronte alle coste egiziane e le dichiarazioni con cui Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, sostenne, con una sorta di licenza poetica, che Arafat poteva considerarsi un Mazzini moderno. Ma l’Italia, con qualche acrobazia, riuscì a schivare gli scogli e a tenere la rotta. L’uomo che meglio riuscì in questi esercizi diplomatici fu probabilmente Giulio Andreotti, soprattutto negli anni in cui fu presidente della Commissione Affari Esteri della Camera e ministro degli Esteri
La ricerca di nuove alleanze
Con l’avvento di Berlusconi il quadro è cambiato. Nelle relazioni europee e atlantiche il leader di Forza Italia ha dimostrato scarso entusiasmo per l’Ue e ha collocato il rapporto con gli Stati Uniti al vertice delle sue priorità. Il mutamento fu dovuto in parte a ragioni personali.
Quando divenne presidente del Consiglio Berlusconi fu accolto con grande freddezza da molti governi europei, allora principalmente di centrosinistra, e da quasi tutta la maggiore stampa d’informazione del continente. Agli occhi di una parte considerevole dell’Europa “liberal” era un”tycoon”, proprietario di grandi imprese dell’informazione, imputato per finanziamenti illeciti, falso in bilancio, dirottamento di fondi, corruzione di magistrati e di pubblici ufficiali. Era il creatore di un “partito-azienda”, una sorprendente operazione di marketing in cui aveva coinvolto i suoi partner, i suoi collaboratori, i suoi avvocati, i suoi esperti di pubblicità e sondaggi.
Se il boicottaggio dell’Austria, dopo l’ingresso del partito liberal-nazionale di Jörg Haider nel governo Schüssel, non si fosse dimostrato una clamorosa gaffe politica, l’Italia di Berlusconi avrebbe corso il rischio di fare la stessa fine. Era inevitabile, in queste circostanze, che il leader di Forza Italia cercasse appoggi fra gli uomini di governo meno sensibili alle campagne “etiche” del centrosinistra. Nell’Unione europea li trovò in due Primi ministri, José Maria Aznar e Tony Blair, che erano pronti ad accettarlo come compagno di viaggio se la sua politica, soprattutto sulle questioni trattate a Bruxelles, avesse coinciso con i loro interessi nazionali.
Al di fuori dell’Unione trovò appoggi in Vladimir Putin e soprattutto in George W. Bush, che fu per lui una specie di benevolente cugino anziano. Berlusconi e Bush avevano qualche affinità ideologica, un passato nelle aziende, una certa insensibilità agli aspetti morali del conflitto d’interessi. Sembravano fatti per andare d’accordo.
Confesso di non avere mai capito se questi rapporti personali rispondessero a scelte strategiche del presidente del Consiglio italiano o non fossero piuttosto ispirati dalla convinzione che un rapporto d’intimità con alcuni grandi leader mondiali avrebbe conferito a lui e al suo paese un maggiore status internazionale. Il caso delle relazioni con Putin è particolarmente interessante. Berlusconi si vantò di essere stato il regista del vertice di Pratica di Mare nel luglio del 2002, quando venne firmato un patto di associazione tra la Russia e la Nato. Ma l’intesa, probabilmente, era già stata raggiunta in Texas durante l’incontro di Putin con Bush.
Nei mesi seguenti, in occasione dei suoi incontri con il leader russo, Berlusconi lasciò intravedere un futuro in cui la Russia avrebbe fatto parte dell’Unione europea. Credette di poter recitare la parte del mediatore nei rapporti fra la Russia e l’Occidente? Se queste erano le sue intenzioni Berlusconi non si rese conto che la Russia non aveva alcuna intenzione di aderire all’Ue. Desiderava diventare un partner privilegiato dell’Unione e concludere accordi con Bruxelles su alcune grandi questioni, ma non era disposta a sacrificare la propria sovranità e il proprio status di grande potenza euro-asiatica..
In realtà quelle dichiarazioni erano soltanto un indice del modo in cui Berlusconi concepiva l’integrazione europea: una grande zona economica che avrebbe potuto espandersi sino a Vladivostok rinunciando alla sua originale vocazione unitaria. Alla fine il paese europeo che ebbe con Putin un rapporto privilegiato e riuscì a trarne qualche interessante beneficio economico, non fu l’Italia di Berlusconi, ma la Germania di Gerhard Schröder.
Il rapporto con gli Usa
Anche l’amicizia con Bush rispondeva soprattutto a esigenze d’immagine. Berlusconi credette probabilmente che la cordialità dei rapporti personali con il presidente americano avrebbe fatto dell’Italia un partner privilegiato degli Stati Uniti, accanto alla Gran Bretagna, nel continente europeo. Ma quando Bush decise di attaccare l’Iraq, Berlusconi si trovò per molti aspetti nella situazione di Tony Blair.
Se un paese aspira a essere l’amico fedele dell’America, non può sottrarsi all’obbligo di esserle vicino nel momento in cui essa ha maggiormente bisogno dei suoi alleati. Decise probabilmente di adottare la stessa linea degli inglesi, ma l’operazione gli riuscì soltanto in parte. La guerra suscitò un’ondata pacifista nel paese, la condanna del papa, le obiezioni costituzionali del presidente della Repubblica, la convocazione straordinaria del Consiglio superiore di Difesa. Dopo essersi accorto che il paese non lo avrebbe seguito Berlusconi dovette limitarsi a una partecipazione umanitaria, quando le operazioni militari sembravano terminate, e perdette, a profitto della Spagna e della Polonia, una parte dei benefici che sperava di raccogliere dal conflitto.
Recuperò credito a Washington quando il nuovo Primo ministro spagnolo, José Luis Rodriguez Zapatero, ritirò le truppe e la Polonia cominciò a dare segni di stanchezza. Ma in Iraq, nel frattempo, era scoppiato un nuovo conflitto, molto più insidioso di quello che gli americani avevano risolto in un paio di settimane durante la primavera nel 2003. Il contingente italiano a Nassiriya era una “forza di pace”, ma era stato inquadrato nel corpo di spedizione di un paese (la Gran Bretagna) che era indubbiamente potenza occupante. Avrebbe dovuto favorire la presenza economica italiana nella ricostruzione del paese, ma nessuna ricostruzione è possibile là dove le forze d’occupazione non controllano il territorio e ogni cantiere può essere minacciato, sabotato, attaccato.
Le truppe italiane cercarono di assicurare il funzionamento di alcune istituzioni pubbliche e si dedicarono alla formazione del personale di sicurezza iracheno. Ma se le forze di sicurezza sono, per i nemici dell’occupazione, “collaborazioniste”, è difficile immaginare che il loro addestramento sia considerato amichevole. Quando si accorse che la presenza militare italiana in Iraq era diventata, nel bilancio della politica estera italiana, un passivo, Berlusconi dichiarò che la guerra non gli era mai piaciuta e cominciò ad avviare il ritiro del contingente. Il suo solo vantaggio, nei mesi che precedettero le elezioni, fu quello di avere di fronte a sè una opposizione in cui la parte riformista (la direzione dei Ds e la Margherita) non voleva pregiudicare il rapporto che il governo Prodi, in caso di vittoria, avrebbe avuto con gli Stati Uniti.
Poca Unione Europea
L’insistenza con cui Berlusconi coltivò i rapporti personali con Bush, Aznar, Blair e Putin fu la implicita conferma della minore importanza che il governo attribuiva all’unità europea. Accettò il suggerimento di Giovanni Agnelli e scelse per il ministero degli Esteri un impeccabile europeista, Renato Ruggiero, ma fu subito evidente che non lo avrebbe sostenuto e non ne avrebbe difeso le scelte. Sulle principali questioni dell’integrazione europea il governo fu tiepido e scettico, se non addirittura ostile.
Quando fu necessario recepire nell’ordinamento italiano le norme sul mandato d’arresto europeo, gli antieuropeisti della coalizione governativa (la Lega, una parte di Alleanza Nazionale) montarono una opposizione strisciante che si sarebbe prolungata per alcuni anni. Quando venne in discussione la partecipazione italiana alla costruzione di un grande aereo militare di trasporto, componente necessaria di una qualsiasi forza europea di pronto intervento, il partito filo-americano del governo volle che l’Italia uscisse dal consorzio. Quando un giornalista chiese al ministro delle Attività produttive quali fossero i criteri con cui l’Italia sceglieva il suo equipaggiamento militare, il membro del governo Berlusconi rispose che le scelte venivano fatte sulla base di considerazioni economiche; come se i prezzi delle imprese americane, quando gli Stati Uniti cercano di conquistare un mercato e di impedire che venga conquistato da altri, non fossero politici.
Dopo le dimissioni di Ruggiero, all’inizio del 2002, Berlusconi evitò l’imbarazzo di una sostituzione difficile tenendo per più di un anno il ministero degli Esteri. Promise una grande riforma e disse che la Farnesina sarebbe diventata un efficace strumento, a fianco delle imprese, per la conquista di nuovi mercati. Ma l’operazione richiedeva uno sforzo finanziario che lo stato dei conti pubblici italiani non permetteva di affrontare. Il successore, Franco Frattini, fu un ministro dignitoso, diligente, europeista, ma privo di una forza politica personale e costretto a recitare, decorosamente, la parte del comandante in seconda.
Paradossalmente il vecchio europeismo italiano fu meglio rappresentato da Gianfranco Fini, membro della Convenzione per la costituzione europea e più tardi ministro degli Esteri. Ma il semestre della presidenza italiana nel 2003 fu un’occasione perduta. Era evidente che l’impegno europeo era estraneo alla cultura e alla sensibilità di una buona parte della coalizione.
L’Europa contava per Berlusconi soltanto quando gli forniva il palcoscenico, i riflettori e le telecamere, come accadde a Roma, in Campidoglio, per la firma del trattato costituzionale. Non appena si accorse che l’euroscetticismo, era diventato popolare, il presidente del Consiglio cominciò a fare dichiarazioni maliziose sull’euro e a scaricare sul governo Prodi del 1996-1998 le responsabilità degli effetti negativi che la moneta unica, secondo i critici dell’Unione, aveva avuto sull’economia italiana.
Sarebbe stato possibile, per l’Italia, avere una diversa politica europea? Non sarebbe giusto dimenticare che la Francia di Jacques Chirac e la Germania di Gerhard Schröder fecero negli stessi anni una politica altezzosa e nazionale. L’asse franco-tedesco smise di essere la “locomotiva dell’Europa”, come era stato definito nei decenni precedenti, e divenne lo strumento con cui i due maggiori paesi europei si accordavano per realizzare i loro rispettivi interessi. Persino nella questione irachena Chirac e Schröder non fecero alcun tentativo per dare una dimensione europea alle loro scelte.
Se l’Italia avesse denunciato questa politica sarebbe forse diventata il capofila di un drappello di europeisti. Ma non avrebbe potuto contare né sulla Spagna di Aznar, né sulla Gran Bretagna di Tony Blair, né sui molti paesi che consideravano Berlusconi, qualsiasi cosa facesse o dicesse, una intollerabile anomalia.
Mediterraneo e Medio Oriente
Nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente il governo Berlusconi non ha rinunciato ai suoi rapporti con i paesi arabi e ha cercato in alcuni casi di migliorarli. Gli accordi sull’emigrazione con gli Stati dell’Africa settentrionale, l’incontro di Berlusconi con Gheddafi e le relazioni del ministro degli Interni con il governo libico appartengono alla tradizione della politica estera italiana. Esiste una cornice europea (gli accordi di Barcellona) nella quale l’Italia ha interesse a fare la sua parte, ed esiste un volano arabo al ministero degli Esteri che continua a girare spontaneamente, senza attendere gli impulsi del governo e il sostegno del governo Berlusconi al governo di Gerusalemme è stato in questi anni pressoché totale. I motivi sono probabilmente due e meritano qualche riflessione.
In primo luogo la scelta israeliana del governo italiano è per molti aspetti una ricaduta della sua scelta americana. Dopo avere condiviso la tesi di Bush secondo cui la lotta al terrorismo passava attraverso la distruzione del regime di Saddam e la sicurezza del Medio Oriente dipendeva dalla trasformazione democratica dei suoi regimi politici, il governo Berlusconi è divenuto, implicitamente, alleato del governo israeliano. L’errore fu quello di non comprendere che il regime Baath di Baghdad era, con tutti i suoi molti vizi, un considerevole baluardo contro il dilagare del fondamentalismo islamico, e che la politica del governo di Gerusalemme è obiettivamente un ostacolo per la democratizzazione delle ragione.
Israele ha un vivace democrazia, ma è democratico al modo in cui lo furono le grandi democrazie occidentali sino alla fine della decolonizzazione. Erano democratiche a casa loro, dove, pur ricorrendo a qualche manipolazione e discriminazione, non avrebbero mai osato violare pubblicamente ed esplicitamente i sacrosanti principi della libertà e dell’eguaglianza. Ma erano spregiudicatamente autoritarie nelle loro colonie ogni qualvolta ritenevano che la libertà dei sudditi e le loro richieste di indipendenza avrebbero minacciato la sicurezza della metropoli. Il governo Berlusconi fece del suo meglio per conciliare i nuovi rapporti con Israele e la sua tradizionale amicizia con i paesi arabi. Ma l’adesione alla politica israeliana, dopo il fallimento degli accordi di Oslo, restrinse considerevolmente gli spazi della sua politica medio-orientale.
Il secondo motivo della politica filo-israeliana del governo Berlusconi fu lo stesso che aveva indotto il presidente del Consiglio italiano, male amato dall’Europa socialdemocratica e progressista, a ricercare l’amicizia di Bush. Insieme al suo principale alleato (Gianfranco Fini, leader di un partito post-fascista) Berlusconi ritenne che l’amicizia di Israele e delle comunità ebraiche, al di qua e al di là dell’Atlantico, avrebbe contribuito a rendere inoffensivi gli strali dell’opinione liberal in Europa e in America. Il viaggio di Fini a Tel Aviv e il premio che una grande associazione ebraica americana conferì al presidente del Consiglio italiano ebbero l’effetto di mettere a tacere molte critiche e riserve. Ma quel viaggio e quel premio furono per molti aspetti il prezzo che la politica estera italiana pagò per alla vulnerabilità del governo Berlusconi.
Conclusioni
Berlusconi, per concludere, è il primo presidente del Consiglio, dopo le grandi scelte degli anni Quaranta e Cinquanta, che abbia considerevolmente modificato l’ordine d’importanza in cui l’Italia aveva tradizionalmente collocato le sue priorità. Ne aveva il diritto. Quando conquistano il potere con una rispettabile maggioranza, un leader e una coalizione possono certamente rivedere e correggere la politica estera dei predecessori. Ma ogni politica estera si giudica in ultima analisi dai suoi risultati. Non sembra che quella del governo Berlusconi abbia corrisposto alle attese e alle speranze del leader della Casa delle libertà.
Articolo scritto per “The International Spectator”, vol. XLI, n. 2 (2006)
