Una politica “selettiva” che lascia perplessi
Sebbene ancora esposto alla necessità della ratifica da parte del Congresso, l’accordo che George Bush ha siglato alcune settimane fa in occasione del suo viaggio in India è già sufficientemente indicativo di alcune delle principali linee-guida della politica estera degli Stati Uniti, oltre che di alcuni dei principali problemi che esse hanno sollevato e, presumibilmente, continueranno a sollevare.
Il primo aspetto, oltre che il più superficiale, è il progressivo riorientamento della politica di sicurezza americana verso l’Asia, dove si trovano la maggior parte delle minacce immediate (o presunte tali) alla sicurezza degli Stati Uniti, la gran parte delle risorse energetiche del pianeta e, soprattutto, alcuni dei principali candidati al rango di grande potenza, se non addirittura di sfidante degli Stati Uniti per il prossimo secolo, a cominciare naturalmente dalla Cina.
Anche senza sposare la tesi di chi si è affrettato a vedere nell’accordo con l’India un capitolo della politica di contenimento preventivo della Cina o, quanto meno, della partita che Stati Uniti, Cina e Russia stanno giocando per riuscire a cooptare la nuova potenza emergente asiatica, non c’è dubbio che una concessione di questa portata sia il segno dell’investimento crescente che gli Stati Uniti si preparano a fare nella regione.
A questo riorientamento si collega l’approccio speculare ed opposto che gli Stati Uniti stanno già riservando alle “nuove” questioni asiatiche rispetto alle “vecchie” questioni europee. Mentre, in queste ultime, la politica estera americana aveva tradizionalmente concepito la stabilità internazionale in termini di intangibilità dei confini, delle sfere di influenza e dei principali accordi internazionali, nello scacchiere asiatico (dal Golfo Persico all’Asia meridionale alla stessa Asia orientale) gli Stati Uniti sembrano optare decisamente per una visione più offensiva dell’ordine internazionale, disposta a imporre mutamenti nell’equilibrio di potenza tra gli attori, nella loro sistemazione territoriale e persino nel regime politico dei singoli Stati – come già realizzato con l’abbattimento del regime di Saddam Hussein – e disposta a maggior ragione a rivedere forma e sostanza dei grandi accordi internazionali, come è avvenuto in questo caso con il regime di non proliferazione nucleare.
Infine, proprio la deroga concessa all’India in materia di proliferazione nucleare – resa ancora più evidente dalla contemporanea pressione esercitata sull’Iran – ha confermato l’adozione da parte degli Stati Uniti di una politica esplicita di discriminazione a favore di certi paesi e a sfavore di altri, coerentemente con una visione dell’ordine internazionale sempre più apertamente rivolta contro il vecchio principio dell’eguaglianza formale degli Stati in nome di principi etico-politici quali la preferenza per i regimi democratici oppure, in rapporto a volte controverso con i primi, in nome di imperativi politico-strategici quali la necessità di perpetuare lo svantaggio militare dei paesi potenzialmente “pericolosi” o ostili.
Se non ché, è proprio dal carattere selettivo della lotta contro la proliferazione che vengono i principali problemi. Oltre a portare fino all’estremo il principio di discriminazione tra amici e nemici, questa scelta solleva tre dei più classici problemi nello studio e nella pratica della politica internazionale. Il primo è il rischio dell’inganno, che gli Stati Uniti hanno già scontato nello scorso decennio con il ruolo assunto dall’alleato pakistano nella proliferazione di tecnologie e know how nucleare verso paesi potenzialmente ostili, compreso lo stesso Iran.
Il secondo problema discende da quello che, nella teoria delle relazioni internazionali, è conosciuto come dilemma della sicurezza. Dal momento che, in un sistema competitivo, anche quando nessuno tra gli Stati ha intenzione di attaccare gli altri, nessuno può essere sicuro che le intenzioni altrui siano o restino pacifiche, non è possibile consentire a qualcuno di appropriarsi di tecnologie di un tipo senza dare a tutti gli altri un incentivo a fare la stessa cosa. Il principio di discriminazione si rovescia, concretamente, in un principio di diffusione – come ha confermato la scontata richiesta da parte del Pakistan di godere di un accordo gemello di quello strappato dall’India.
Infine, per restare in materia di percezioni, la concezione più aggressiva della stabilità internazionale colloca gli Stati Uniti nella posizione paradossale di potenza conservatrice su scala globale e revisionista su scala regionale. Se, infatti, l’obiettivo politico-strategico degli Stati Uniti rimane quello di conservare la propria posizione egemonica prevenendo l’emergere di potenziali sfidanti, l’allargamento della loro presenza militare e la disponibilità esplicitamente dichiarata ad alterare gli equilibri regionali favorendo certi attori e sfavorendone altri rischiano di essere avvertiti come una minaccia alla stabilità delle rispettive regioni e di suscitare la risposta difensiva degli altri attori.
