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Economia internazionale

Per Prodi il doppio obiettivo di risanamento e crescita

10 Mag 2006 - Pier Carlo Padoan - Pier Carlo Padoan

La politica economica del nuovo governo si troverà a navigare tra la Scilla del risanamento della finanza pubblica e il Cariddi della mancata crescita. Senza crescita nessun duraturo risanamento è possibile. Senza risanamento non si troveranno risorse per la crescita. Basta guardare all’esperienze di decine di paesi in giro per il mondo, in Europa e altrove, per convincersene. La chiave del successo sta in quella che si chiama “sostenibilita’ del debito”. Il debito rispetto al prodotto deve scendere e ciò non è possibile in assenza di crescita.

La scommessa in Italia si vince con quattro principi guida: a) misure di breve periodo sono inefficaci e controproducenti se lo spazio che creano non viene utilizzato per avviare misure strutturali, che danno però benefici nel lungo periodo; b) occorrerà coniugare misure finanziarie con misure volte a rinvigorire l’economia reale e il sistema industriale; c) bisognerà recuperare un rapporto positivo e costruttivo con l’Europa d) dovremo convincere i mercati della fattibilità di una politica economica che darà i suoi frutti solo nel medio periodo.

Tagliare il cuneo fiscale e contributivo
C’è un diffuso accordo sul fatto che i problemi della crescita e della competitività dell’Italia hanno radici strutturali. Ma occorre definire una strategia che leghi il breve al lungo periodo, visto anche che negli ultimi cinque anni la competitività italiana si è deteriorata, non solo nei confronti della Cina, ma anche e, non poco, nei confronti dei partners europei.

Prodi ha annunciato un taglio consistente del cuneo fiscale e contributivo. Si tratta di un provvedimento che può avere gli effetti positivi di una svalutazione reale. Ma, rispetto a una svalutazione pura, si tratta di una misura che può essere modulata nelle sue componenti e avrebbe il vantaggio di potere essere indirizzata verso settori che ne beneficerebbero di più. Come utilizzare gli spazi del taglio dovrebbe essere discusso con i sindacati e le imprese per evitare che tali benefici vadano dispersi subito. Le contropartite per il sindacato si avranno soprattutto nel medio periodo, valutabili in termini di occupazione e di aumenti salariali in futuro. Se lo “spirito del 1992 “ (quello della politica dei redditi fortemente voluta da Ciampi) c’è ancora dovrebbe essere messo in campo subito.

Favorire la crescita dimensionale delle imprese italiane
Per non disperdere i benefici di una svalutazione, come accadeva negli anni prima dell’euro, occorre recuperare un rapporto con la crescita che li consolidi. Bisogna determinare una crescita dimensionale delle imprese, senza le quali non si investe in ricerca, non ci si internazionalizza e non si esporta: insomma, non si compete sui mercati globali. Occorre anche far crescere il numero di imprese in grado di “andare nel mondo”. Ci si dimentica troppo spesso che la grande maggioranza delle nostre piccole e medie imprese (Pmi) vende solo sul proprio mercato locale.

Ci vuole una politica che semplifichi la distribuzione degli incentivi alle imprese, avvii le liberalizzazioni dei mercati dei prodotti e dei servizi, che servono a fare ricerca e innovazione nell’economia dell’informazione. Ciò deve avvenire avendo chiaro in mente quali sono le sfide di più lungo periodo per il nostro sistema produttivo. Ma anche prefigurando dove sarà e dove vorremmo che fosse l’industria italiana tra dieci o quindici anni sapendo che, nel frattempo, il sistema globale sarà cambiato profondamente.

Il sentiero strettissimo per riconquistare l’Europa
Resta poi il problema del rapporto con l’Europa e i mercati. E’ possibile che tra qualche settimana le agenzie di rating decidano per un “downgrading” dell’Italia. Così come è possibile che, una volta controllato lo stato della finanza pubblica, la Commissione Europea insista per una procedura di deficit eccessivo.

Tocca al nuovo governo la responsabilità di riconquistare la fiducia di mercati e istituzioni internazionali. Sarà giunto allora il momento di definire un piano di rientro che permetta di invertire la tendenza alla crescita del debito rispetto al Pil. Tutto ciò non è facile con un surplus primario che è passato dal 5 per cento del 2000 allo zero di oggi. Inoltre, vista la tendenza al rialzo dei tassi di interesse sui mercati internazionali, ci sono poche speranze di conquistare un dividendo di fiducia (come quello che ottenne l’Italia dai mercati nel 1996 e nel 1997, quando si decise di prendere il treno della moneta unica).

Il percorso strettissimo richiede di ottenere dall’Europa un orizzonte temporale più lungo, in cambio di misure credibili dal lato del taglio della spesa corrente; una ripresa delle privatizzazioni, che necessita anche di un confronto con gli enti locali; una riconsiderazione (ma semplice e senza ripensamenti) dell‘imposizione sulle “rendite”, che ci allinei a quanto avviene in Europa; un confronto chiaro e continuo (magari con più frequenza del normale per evitare di perdere la concentrazione) con le istituzioni internazionali di sorveglianza. Forse allora, potremmo anche chiedere all’Europa di considerare che alcune spese, per istruzione, ricerca e infrastrutture, sono necessarie alla crescita e quindi alla stabilizzazione del debito, in ossequio a quanto prevede il Patto di stabilità riformato.

Questa linea di politica economica dovrebbe essere inserita chiaramente nel prossimo Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (DPEF) che, come la revisione della Strategia di Lisbona richiede, dovrebbe rappresentare il contributo nazionale alla strategia medesima, coniugando aggiustamento finanziario e politiche strutturali.