Il rapporto Italia-Usa deve passare per l’Europa
Storicamente, il rapporto dell’Italia con gli Stati Uniti è stato visto e vissuto come chiave essenziale della legittimazione delle nostre classi dirigenti. Con la fine della guerra fredda, questo assioma non è più vero, né in Italia né nel resto d’Europa. Si potrebbe anzi argomentare – guardando agli effetti “domestici “ della crisi transatlantica del 2003 – che la scelta di un rapporto privilegiato con l’amministrazione Bush sull’Iraq ha più penalizzato che avvantaggiato le leadership europee filo-atlantiche. Dopo tutto, a tre anni dalla famosa spaccatura fra “vecchia” e “nuova” Europa, Aznar e Berlusconi hanno perso il governo mentre Blair è in chiara difficoltà.
Ma una lettura del genere sarebbe forzata: anche il co-protagonista della “vecchia” Europa è nel frattempo uscito di scena (Schroeder, che pure aveva vinto le elezioni del 2002 su una piattaforma pacifista) mentre la sua anima ispiratrice – il duo Chirac/de Villepin – vive tempi difficilissimi.
Il metodo MerkelGuardando in modo più distaccato al ciclo elettorale europeo degli ultimi tre anni, le conclusioni possibili devono essere altre. La prima è che il rapporto con Washington diventa rilevante, ai fini interni, solo in casi di ricorso controverso alla forza: da questo punto di vista, il potere lacerante dell’Iraq è più o meno esaurito mentre è sull’Iran che potrebbe aprirsi una nuova crisi transatlantica. Seconda conclusione possibile: se un rapporto solido con gli Stati Uniti non è più indispensabile per vincere le elezioni, resta necessario per governare con successo. Interessi economici e rapporti di sicurezza ne fanno un ingrediente indispensabile di una politica estera che funzioni. È quella che potremmo già definire la “formula” di Angela Merkel. E che dovrebbe diventare, con una serie di aggiustamenti nazionali, anche la formula del nuovo governo italiano.
Esiste un metodo Merkel nei rapporti con gli Stati Uniti? Se guardiamo a questi primi mesi, verrebbe da rispondere di sì. È un metodo fondato su una premessa e quattro punti. La premessa è che nessuna posizione sarà credibile senza avere sgombrato il campo – cosa che il cancelliere tedesco ha fatto subito – da una specie di grande equivoco: non è vero che europeismo e atlantismo siano diventati incompatibili. Ogni volta che un grande paese europeo assume una posizione del genere, è l’Unione europea nel suo insieme a diventare debole o inesistente, come appunto è accaduto nel 2003. Lo stesso vale, d’altra parte, per gli Stati Uniti: ogni volta che l’America ha ritenuto di potere spaccare o marginalizzare l’Europa, Washington ha perso appoggi diplomatici fondamentali.
Se la premessa è che la tradizione resta valida – fa parte della migliore tradizione delle politiche estere di Italia e Germania cercare di combinare europeismo e atlantismo – ciò non esclude necessari aggiornamenti. Vediamone i quattro punti, adattati al caso italiano.
Primo punto. Gli europei hanno potere contrattuale, nelle relazioni con Washington, solo quando i Grandi procedono uniti, tirandosi dietro l’Ue. Qui, il problema dell’Italia è chiaramente quello posto dalla trattativa con l’Iran: un formato negoziale che ci esclude. Dal punto di vista italiano, è probabilmente illusorio pensare di potere rientrare nel gruppo dei Tre (UE-3). Meglio puntare su un ruolo accresciuto del G-8, nel meccanismo di incentivi e disincentivi economici rivolti a Teheran; e sulla sopravvivenza della NATO come foro e strumento di sicurezza.
Secondo punto. Un buon rapporto con gli Stati Uniti non significa un rapporto passivo o subalterno quanto a posizioni negoziali. Di nuovo nel caso dell’Iran, la Germania ha cercato di mediare fra Stati Uniti e Russia, con una proposta negoziale che l’Italia avrebbe interesse a rafforzare e che include la prospettiva di rapporti diretti fra Washington e Teheran. Sul fronte delle relazioni con Mosca, il metodo Merkel conduce a riequilibrare l’eccesso di vicinanza tenuto da Schroeder; ma anche a smussare le punte polemiche di Washington, nel tentativo di salvaguardare gli interessi di sicurezza europei, anzitutto in campo energetico. Sul delicato nodo di Hamas, la posizione di compromesso appena immaginata a New York – un meccanismo internazionale che permetta aiuti diretti – consente di non drammatizzare la distanza con gli Stati Uniti. Nell’insieme, è una qualcosa di simile a una divisione del lavoro.
Terzo punto. La crisi transatlantica del 2003 va lasciata alle spalle: guardando al fronte mediorientale, sia Parigi che Berlino sono interessati a salvare il salvabile in Iraq, mentre agiscono di conserva con Washington sul fronte libanese e iraniano. Per l’Italia, questo significa gestire il ritiro nel modo migliore possibile (all’olandese, più che alla spagnola) e insieme tentare di “europeizzare” il resto della politica medio-orientale. Deve essere escluso che il ritiro dall’Iraq sia solo il primo passo di un disimpegno italiano dalle missioni internazionali: sarebbe un auto-isolazionismo suicida, condito da una buona dose di velleitarismo sul “ruolo civile” dell’Italia nel mondo. Se rinunciasse al prestigio conquistato nelle missioni internazionali, e con sacrifici di vite umane, l’Italia perderebbe credito: nel sistema ONU, in Europa e nella NATO. Condizione di un approccio europeo agli scenari mediorientali, è anche un’apertura intelligente a Israele. La politica unilaterale di Tel Aviv va capita nelle sue motivazioni di sicurezza, piuttosto che demonizzata. Per almeno una fase, si tratterà di “conflict management”, piuttosto che “conflict resolution”: l’impegno europeo deve contribuire a fare in modo che la prima tappa favorisca, invece di precludere, la seconda.
Quarto punto. Tutto questo non impedisce di esprimere le divergenze esistenti e future: le parole di Angela Merkel su Guantanamo, in occasione della prima visita a Bush, restano una indicazione in questo senso. Ma è un punto che vale solo in quanto valgano gli altri. È solo all’interno di un rapporto di fiducia che le critiche diventano costruttive, non distruttive.
Una strategia globale.Sono punti schematici ma da cui trarre una conclusione, perlomeno di atteggiamento: cessiamo di preoccuparci del problema degli Stati Uniti in chiave di politica interna (o, peggio, interna alla sinistra); cominciamo a preoccuparci del rapporto transatlantico quale parte della strategia internazionale di un paese, il nostro, che come la Germania ha un interesse essenziale a impedire che l’Europa si divida proprio sul tema della relazione con gli Stati Uniti.
Venendo da sponde opposte, rispetto alla rottura del 2003, Italia e Germania hanno interesse a convergere su una traiettoria simile: rapporto di fiducia con Washington; convinzione che coesione europea e rapporti transatlantici siano complementari; tentativi di proporre soluzioni negoziali. Il governo Berlusconi ha giocato tutto sul primo punto; ma sacrificando i secondi due. Il governo Prodi può promuovere i due ultimi punti, ma non deve perdere il primo. Un aiuto verrà dal clima generale dei rapporti Europa-Usa, migliore che nel 2003; ma esistono rischi – la gestione del braccio di ferro con l’Iran, anzitutto – che potrebbero fare precipitare una nuova crisi transatlantica. Il ghiaccio è sottile; all’Italia non conviene affatto che si rompa.
Marta Dassù è direttore della rivista Aspenia.
