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Presidenza francese dell'Ue

Parigi si prepara al tango europeo

3 Ott 2021 - Alberto Toscano - Alberto Toscano

Emmanuel Macron segue le trattative per la formazione del governo tedesco mentre pensa alla sua prossima scadenza comunitaria: la presidenza francese del Consiglio dell’Unione europea. Visto che l’aritmetica non è un’opinione, in un’Europa a 27 il turno di presidenza semestrale di ciascuno Stato membro capita una volta ogni (più o meno) 14 anni.

Macron non vuole dunque perdere l’occasione per dimostrare il suo peso in Europa e – soprattutto dopo la crisi dei sottomarini australiani – quello dell’Europa nel mondo. Alcune presidenze francesi del passato hanno lasciato il segno. Parigi aveva la leadership di turno quando, nella seconda metà del 1989, tutto cambiò con la caduta del Muro di Berlino e l’Europa comunitaria fu chiamata a raccogliere la sfida delle grandi trasformazioni geopolitiche. Trasformazioni che aprirono la strada all’allagamento a est dell’Unione, culminato nel 2004 col suo passaggio da 15 a 25 membri (realizzato in base agli accordi, confluiti nel Trattato di Nizza, che erano scaturiti nella seconda metà del 2000 da un altro semestre di presidenza francese).

Tenuto conto di tutto questo, si capisce perché da oltre un anno Parigi si stia spremendo le meningi per distillare un programma destinato a far entrare nella storia il “suo” semestre, che comincia il prossimo 1° gennaio e che sarà seguito da quelli di Repubblica Ceca e Svezia.

L’unione fa la forza
I punti chiave del futuro programma francese riguarderanno la coesione interna, il rilancio economico, l’energia (con tanto di lotta ai cambiamenti climatici) e la difesa comune (con tanto di convergenze nell’industria militare). L’idea (“costruire un’Europa più solidale e più sovrana”) attorno a cui si riflette in riva alla Senna parte dai due bisogni chiave di questo periodo: la solidarietà per superare insieme le conseguenze della pandemia e la sovranità nel senso di maggiore sicurezza comune (e non certo nel senso evocato dai “sovranisti” per auspicare nuove barriere tra noi).

Da questo punto di vista la futura presidenza francese dell’Ue è in linea con gli orientamenti della Commissione, espressi da Ursula von del Leyen nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 15 settembre al Parlamento europeo. Sovranità significa appunto impegno comune per la sicurezza, per la difesa e per la politica estera. C’è insomma un legame tra tutti gli elementi fondamentali della futura agenda europea di Macron.

Inquieta la testa che porta la corona
Ma anche un punto interrogativo sull’influenza che gli ecologisti tedeschi potranno esercitare sulle future scelte di Berlino. I Verdi si oppongono alla strategia energetica della Francia, basata sul nucleare. Nel corso di recenti incontri europei, il governo di Parigi ha difeso il ricorso all’atomo come strumento per limitare le emissioni di anidride carbonica, ma gli ecologisti d’oltre-Reno non hanno alcuna intenzione di far concessioni su questo punto. Un altro elemento che interessa molto a Parigi è il programma per il futuro super-caccia europeo, che potrebbe provocare perplessità in seno alla nuova maggioranza tedesca e che comunque già divide i Paesi dell’Unione europea.

Reagendo ai risultati elettorali tedeschi, il segretario di Stato francese degli Affari europei, Clément Beaune, ha ribadito l’auspicio di una stretta collaborazione Parigi-Berlino in vista del semestre della presidenza Ue. Resta da vedere che cosa Francia e Germania saranno disposte a fare su un altro terreno molto delicato, che sta a cuore ai Paesi del “fianco sud” dell’Unione: quello della comune gestione dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo.

Coincidenze pericolose
Il primo semestre del 2022, però, è anche quello delle elezioni francesi. La coincidenza tra sfide interne ed europee può essere un vantaggio per Macron, che avrà un supplemento di visibilità di fronte al popolo elettore. Ma può anche contenere qualche trabocchetto sia per il frenetico lavoro che attende lui e il suo governo sia per il fatto che un passo falso a Bruxelles può essere pagato caro a Parigi.

È dunque possibile che – pur preparando da molto tempo il suo semestre comunitario e pur attribuendo a questo una particolare importanza – la Francia decida alla fine di mettere un po’ d’acqua nel proprio vino riformatore, privilegiando il consenso sul cambiamento.

Foto di copertina EPA/JOHN THYS