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I 16 anni della cancelliera

Angela Merkel: un’Andreotti a Berlino, pragmatica ma senza strategia

24 Set 2021 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Alla vigilia di quella che potrebbe risultare una dura sconfitta elettorale per il suo partito, Angela Merkel resta il leader politico più popolare in Germania. È una delle tante sorprendenti ambiguità di una personalità così apparentemente lineare ed invece molto complessa, se non contraddittoria. Spesso è stato sollevato il dubbio che la Merkel non sia poi stata quella grande europeista di cui a volte si parla. È vero, se si guarda alle esitazioni e alle rigidità mostrate in occasione della crisi greca, ad esempio. Ma è anche vero che ha salvato il salvabile dopo il fallimento del Trattato Costituzionale, prima con la Dichiarazione di Berlino e poi con il Trattato di Lisbona. Ha gestito forse male il caso greco, ma ha anche appoggiato le scelte della Banca centrale europea di Mario Draghi ed infine il Recovery Plan.

A volte agnello dunque, altre volte leone? Certamente la sua prudenza e la sua propensione ad aderire empiricamente alla scelta possibile più che a quella auspicabile possono suggerire questa immagine. Tuttavia bisognerebbe forse valutare anche le specificità della collocazione della Germania oggi: riunificata, centro geografico oltre che politico della nuova Europa del dopo Guerra Fredda, di gran lunga il Paese europeo più popoloso, industrializzato e ricco. Un Paese che guarda con grande preoccupazione alle involuzioni politiche negli Stati europei alle sue frontiere orientali, che gestisce un delicato rapporto di importazioni energetiche e sanzioni economiche nei confronti di una Russia sempre più totalitaria e nazionalista, e che si accinge a fare altrettanto nei confronti dell’altra grande potenza emergente, la Cina. Un Paese infine, nei cui confronti. i principali alleati e garanti di sicurezza, gli Stati Uniti, non sembrano propensi a concedere molta fiducia o libertà d’azione, anche se il presidente Joe Biden ha in ultima analisi lasciato in sospeso la sua condanna del nuovo gasdotto con la Russia, Nord Stream 2.

La Germania di Angela Merkel soffre della contraddizione ricorrente, sia pure in modi diversi, anche in altri Paesi europei, primo la Francia. È troppo grande tra gli europei, ma è troppo piccola nel più vasto mondo. Le sue sole forze non bastano per realizzare le sue ambizioni, ma sono determinanti per concretizzare un consenso europeo, che tuttavia non sempre coincide con le preferenze tedesche.

Angela Merkel ha saputo giostrarsi con eleganza, e spesso anche con successo, in questa difficile posizione, come quando si è trovata ad incarnare l’opposizione europea all’avventurismo mediorientale di George W. Bush, o successivamente alle offensive bordate di Donald Trump, ma anche quando ha dovuto assumere la leadership europea nei confronti di Mosca, cercando di gestire sia la crisi dell’Ucraina sia quella della Bielorussia, e di mantenere unito il fronte delle sanzioni europee.

In compenso le è mancato il segno che viene lasciato nella storia da una decisione strategica difficile, fortemente voluta ed infine attuata, come invece ebbero altri cancellieri quali Konrad Adenauer, Willy Brandt, Helmut Schmidt ed Helmut Kohl. Non che non abbia preso decisioni significative, ma esse sembravano sempre il frutto di una decisione empirica, presa al termine di un lungo processo di valutazione dei pro e dei contro, e non il portato di una chiara strategia, voluta e perseguita con coerenza.

È un giudizio forse eccessivo, poiché bisognerebbe anche valutare quanto il pragmatismo della Merkel abbia contribuito a sconfiggere i rigurgiti sovranisti ed a mantenere fissa la barra della integrazione e della solidarietà europea. Ma il suo approccio moderato e prudente non ha contribuito alla sua visibilità.

La Germania di Angela Merkel è un’importante protagonista della globalizzazione economica ed è fortemente impegnata nelle politiche di transizione ambientale, ma rimane relativamente silenziosa sulle grandi scelte politico-strategiche. Così, il pragmatismo della Merkel, che vorrebbe mantenere aperti i ponti di un dialogo non solo economico, ma anche politico, con la Russia e la Cina, può apparire ad alcuni come velleitario terzaforzismo e ad altri come pura e semplice defezione.

Si tratta di un passaggio delicato, perché non riguarda solo la Germania, ma gran parte dell’Europa, e potrebbe definire il futuro dei rapporti transatlantici. Il fatto è che un tale atteggiamento, per quanto giustificabile ed in qualche misura anche auspicabile, richiederebbe quanto meno l’avvio di altre due politiche prima di essere tentato.

La prima, un chiaro accordo con l’alleato americano circa gli obiettivi e i limiti di una simile iniziativa e la seconda un deciso investimento nel settore della difesa, a dimostrazione che gli europei non puntano a sfuggire alle loro responsabilità o ad acquistare sicurezza grazie alla benevolenza dei loro avversari, ma cercano seriamente di coniugare il classico binomio della politica atlantica, di difesa e distensione.

Purtroppo solo negli ultimissimi tempi, ed ancora in modo confuso ed impreciso, abbiamo sentito discorsi di questo tenore, senza alcuna seria partecipazione personale della Cancelliera. Che finisce così per molti versi ad assomigliare più a Giulio Andreotti che ai suoi predecessori.

Foto di copertina EPA/FILIP SINGER / POOL