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I volti di Visegrád

Katalin Karikó: la biochimica ungherese che dopo gli studi sull’mRNA punta al Nobel

8 Lug 2021 - Osservatorio Sociale Mitteleuropeo (Osme) - Osservatorio Sociale Mitteleuropeo (Osme)

Si chiama Katalin Karikó, è una biochimica ungherese nata nel 1955 a Szolnok, città posta a un centinaio di chilometri da Budapest. Il suo nome è legato ai vaccini anti Covid-19, perché la scienziata, che oggi è vicepresidente senior di BioNTech e docente a contratto all’Università della Pennsylvania, ha dedicato la sua vita di studiosa allo sviluppo di una terapia genica basata sull’mRNA.

Figlia di una contabile e di un macellaio, mostra un grande interesse per la scienza fin dalle scuole elementari, e all’età di otto anni si classifica prima a un concorso sullo studio della fauna selvatica. La giovane promette bene ma non si ferma a questi già incoraggianti risultati, dal momento che al liceo ottiene un riconoscimento come migliore studentessa di biologia. Consegue la laurea a Szeged nel 1978 e sempre a Szeged si specializza in biochimica al Centro di Ricerche Biologiche.

In questo istituto comincia a svolgere ricerche sull’mRNA grazie a una borsa di studio dell’Accademia Ungherese delle Scienze (Mta). Nel 1985, però, deve abbandonare il Centro per tagli del personale dipendente. A quel punto va negli Stati Uniti con la sua famiglia per portare avanti una carriera che aveva avviato con buone premesse.

Il trasferimento negli Usa
Siamo nel 1990: la Karikó, chiamata negli Usa anche “KK”, è docente all’Università della Pennsylvania e presenta una domanda di borsa di studio contenente la proposta di istituire una terapia genica basata sull’mRNA. Il tema passa, da quel momento, al centro dell’interesse della scienziata che porta avanti le sue ricerche in condizioni spesso disagevoli per l’insufficienza dei fondi, e soprattutto per il fatto che, all’epoca, la comunità scientifica non credeva in questo progetto di studio.

Nel 1995 sta per ottenere la cattedra ma subisce una retrocessione a dei gradi inferiori. In più viene colpita da un tumore mentre il marito è bloccato in Ungheria per problemi di visto. Lei stessa racconta di essere stata sul punto di lasciar perdere le sue ricerche data la situazione sfavorevole.

Un incontro, però, la persuade a non desistere: è quello con Drew Wissman, docente di immunologia all’Università della Pennsylvania. Con lui, Karikó porta avanti ricerche sull’attivazione immunitaria mediata dall’RNA e scopre, sempre insieme allo studioso statunitense, le modifiche nucleoside che sopprimono l’immunogenicità dell’RNA. Un risultato che consente l’uso terapeutico dell’mRNA.

Il lavoro sull’mRNA
Con Weissman deposita brevetti riguardanti l’applicazione di RNA non immunogenico e modificato dal nucleoside. Alla base di questo principio è la tecnologia che è stata autorizzata da BioNTech e Moderna per sviluppare i rispettivi vaccini contro il Covid-19. Tutto questo dopo anni di tentativi, di difficoltà e di chiare espressioni di scetticismo da parte della comunità scientifica.

Nel 2006 KK è cofondatrice di RNARx di cui diviene anche ceo, nel 2013 accetta un’offerta di lavoro fattale dall’azienda tedesca BioNTech che cinque anni dopo raggiunge un accordo con la Pfizer per l’elaborazione di vaccini a mRNA. Quello prodotto dai due soggetti contro il Covid-19 ha, secondo la comunità scientifica, un’efficacia superiore al 90%.

Karikó sostiene di non aver mai avuto dubbi al riguardo e aggiunge di essere sempre stata aiutata nella sua carriera dall’ottimismo. Come abbiamo visto ha avuto un grande ruolo nello sviluppo di questi prodotti, elaborati a fronte di una pandemia che ha messo in crisi i servizi sanitari di ogni paese del mondo. Lei afferma di essere felice di sapere di aver avuto un ruolo nella ricerca di una possibile soluzione, di un modo di combattere efficacemente il virus.

Nel corso della sua carriera ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra i quali gli ungheresi Széchenyi e Semmelweis e il Premio Principe delle Asturie per la ricerca scientifica e tecnica, quest’ultimo spagnolo. Tutti e tre le sono stati attribuiti nel 2021.

I rapporti con la politica
Veniamo ora alla politica e per questo torniamo indietro nel tempo: nel 1978 la Karikó ottenne il suo primo impiego come assistente di ricerca a Szeged, ma la polizia segreta la mise di fronte a una condizione: accettare di collaborare con l’apparato per la sicurezza interna o dire addio alla sua carriera di ricercatrice e vedere suo padre denunciato per essere stato partecipe delle manifestazioni di protesta avvenute nell’autunno del 1956. La studiosa racconta di aver avuto paura e di aver per questo firmato il documento di assunzione.

Nel periodo compreso fra il 1978 e il 1985 fu classificata come risorsa del controspionaggio: il suo compito era quello di indentificare chiunque, nell’istituto, avesse sottratto o tentato di sottrarre segreti industriali o scientifici. La Karikó racconta di non aver mai denunciato nessuno, anche perché, dice, “di segreti non ce n’erano”.

Torniamo ai nostri giorni: lo scorso mese di maggio la studiosa è stata nominata cittadina onoraria di Szeged; a quel punto sono iniziati i problemi. Un sito web di estrema destra, Kuruc, ha pubblicato la storia della sua assunzione con reclutamento da parte dei servizi di sicurezza. Con una dichiarazione attraverso i media la scienziata ha prontamente riconosciuto le modalità con le quali era stata assunta a Szeged e ribadito il fatto di essere stata costretta ad accettare il reclutamento da parte dei servizi di sicurezza ma di non aver mai denunciato nessuno.

Perché questo attacco da parte di un portale neonazista ed antisemita? Secondo l’interessata il motivo potrebbe essere politico o legato a un’iniziativa del movimento no-vax. Katalin Karikó precisa comunque di non essere interessata alla vicenda e che preferisce continuare ad occuparsi del suo lavoro di ricercatrice. C’è anche chi dice che, come tale, meriterebbe il Nobel.

Nel 30esimo anniversario dalla creazione del Gruppo di Visegrád (che abbiamo ricordato qui), AffarInternazionali cura un ciclo di approfondimenti sui volti che popolano l’universo dei quattro Paesi che fanno parte della formazione (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca), in collaborazione con l’Osservatorio sociale mitteleuropeo (Osme).

Foto di copertina EPA/Csilla Cseke