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L'avvento di Lasso

Un banchiere al vertice dell’Ecuador e le implicazioni per la regione

28 Apr 2021 - Tamoi Fujii - Tamoi Fujii

Buona la terza: dopo due sconfitte nel 2013 e nel 2017, lo scorso 11 aprile il banchiere Guillermo Lasso ha battuto con il 52,4% dei voti il candidato di sinistra Andrés Arauz. Arauz, erede politico del socialista Rafael Correa, era di gran lunga il favorito, ma una riuscita campagna elettorale – insieme ad una spaccatura a sinistra dovuta alle posizioni estreme ed autoritarie del correismo – hanno decretato la vittoria del moderato liberal-conservatorismo di Lasso.

Sebbene l’ex presidente Correa tra il 2007 ed il 2017 fosse riuscito a risollevare i ceti più marginalizzati attraverso la costruzione di scuole ed ospedali, il suo castello di carta cadde assieme al prezzo del petrolio con il quale alimentava il motore delle sue riforme, lasciando in eredità un Paese in crisi e con forti tensioni ideologiche. La retorica correista del conflitto fra neoliberisti e “socialisti del XXI secolo”, capitalisti e rivoluzionari, imperialisti ed antimperialisti, sembra aver spinto i più a schierarsi sotto la bandiera moderata di Lasso.

C’è un altro fattore che sembra esser tuttavia stato decisivo per la scelta: l’economia. Il “mito” del ritorno ad un’economia più stabile ha spinto gli ecuadoriani a dare sostegno al vecchio establishment imprenditoriale del Paese rappresentato da Lasso. E cosa offre l’establishment? Credibilità della promessa di ripresa economica, una rottura dalla gestione della pandemia (che ha causato malcontenti e riduzione di consensi in tutta la regione) ed un solido piano di vaccinazione.

Fra Stati Uniti e Cina
Con la vittoria della destra, la Casa Bianca di Joe Biden tira un grande sospiro di sollievo: dopo la vittoria del Mas, il Movimiento al Socialismo di Evo Morales, ed del presidente Luis Arce in Bolivia, il temuto ritorno della fazione politica di un altro ex-presidente antiamericano quale Rafael Correa è stato sventato.

Oggi, gli ecuadoriani, nel fare la spesa usano le banconote verdi con la faccia di George Washington. L’Ecuador è un Paese tradizionalmente nell’orbita di influenza americana: dalla crisi del 2000, usa il dollaro come sua valuta ufficiale. Ciononostante, l’economia nazionale è stata trascinata sotto l’influenza della Cina tramite i suoi grandi investimenti nell’ultimo decennio. Le società cinesi hanno infatti investito in miniere di oro e rame e pozzi petroliferi nell’Amazzonia ecuadoriana e nella infrastruttura necessaria a trasportare queste materie prime alla Cina: strade e porti. Inoltre, i cinesi hanno finanziato il maxi-progetto da 19 miliardi di dollari della centrale idroelettrica Coca-Codo Sinclair ed il sistema di sorveglianza nazionale Ecu 911. Recentemente, l’influenza cinese si è estesa anche in campo farmaceutico con la vendita di almeno 700 mila vaccini Sinovac.

In controtendenza, negli ultimi quattro anni si è tentato di ridurre la dipendenza dell’Ecuador dai crediti cinesi. Sforzi culminati con la sottoscrizione di due recenti accordi. Il primo dei quali è stato siglato lo scorso settembre con il Fondo monetario internazionale per un finanziamento di 6,5 miliardi di dollari ed il secondo a gennaio con il governo americano per ripagare parte dei debiti con la Cina. C’è però una condizione: l’Ecuador dovrà escludere la Cina dalla rete nazionale di telecomunicazione.

Questo è il quadro complesso che erediterà Lasso quando assumerà l’ufficio il prossimo 17 maggio: tanti debiti e due creditori da accontentare. Da una parte gli Stati Uniti, che vorrebbero conservare il ruolo di egemonia nel continente. Dall’altra la Cina che potrebbe avere in serbo ritorsioni contro il piccolo paese latino-americano se Lasso non si destreggerà con diplomazia.

Lo scacchiere latino-americano
Sebastian Piñera, Jair Bolsonaro, Iván Duque: questi i nomi che spiccano fra quelli che si sono congratulati con il neoeletto presidente ecuadoriano. Tre presidenti di destra. Tre presidenti con mandati in scadenza nei prossimi 18 mesi. L’elezione di Lasso ha sventato, almeno per il momento, il ritorno di un allineamento anti-capitalista e anti-americano nella regione come osservato nei primi anni 2000 con la “marea rosa”. La vittoria del banchiere potrebbe addirittura portare nuova linfa ai progetti di integrazione regionali a vocazione più neoliberale come l’Alleanza del Pacifico.

Malgrado ciò, la vittoria delle destre neo-liberali potrebbe paradossalmente sancire una maggiore integrazione commerciale con la Cina. Quest’ultima vanta già un surplus commerciale enorme nei confronti del Sudamerica nel settore manifatturiero e di input per l’industria locale e che potrebbe estendersi in altri campi come quello farmaceutico (grazie alla “diplomazia dei vaccini”).

Un revival neo-liberale però è tutto da confermare tramite due attesissime elezioni presidenziali caratterizzate, come in Ecuador, da temi materiali di ripresa economica e da temi ideologici di sistema: quella del Perù a giugno in cui Keiko Fujimori, figlia del famigerato ex-presidente autoritario, si scontrerà con il sindacalista Pedro Castillo e quella cilena a fine anno, che chiamerà al voto un elettorato spaccato da rivendicazioni di classe, razziali e di valori.

Nella foto di copertina EPA/Jose Jacome il presidente eletto dell’Ecuador Guillermo Lasso