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Proiezione esterna dell’Ue

Per imparare la lezione del sofa-gate non serve modificare i Trattati

26 Apr 2021 - Luigi Gianniti - Luigi Gianniti

Il cosiddetto sofa-gate ha mostrato un’Unione europea nei gesti dei suoi rappresentanti, incoerente e fragile nella sua proiezione esterna; proprio sulla frontiera storicamente più difficile e complessa: quella orientale.

Quella “frontiera” tre giorni dopo il premier italiano Mario Draghi ha voluto per certi versi marcare con parole nette, nel segno dei valori europei (di fronte al leader turco, ha affermato, occorre essere franchi “nell’esprimere la propria diversità di vedute, di opinioni, di comportamenti, di visioni, di società”) che marcano la differenza tra Paesi con cui si deve “cooperare” più che collaborare.

Queste due vicende, al di là dei turbamenti diplomatici che hanno creato (a Bruxelles come a Roma e Ankara), propongono nodi essenziali che l’Unione si trova di fronte ma, a ben vederle, anche possibili soluzioni.

Che l’Unione abbia un “esecutivo duale” è un dato di fatto. Il Consiglio europeo con il Trattato di Lisbona non solo fornisce orientamenti e impulsi, ma sempre più è divenuto la sede dove vengono prese tutte le principali decisioni politiche dell’Unione. Sempre il Trattato di Lisbona ha confermato però il ruolo della Commissione cui spetta la gestione delle tradizionali politiche dell’Unione.

Ora, il ruolo dell’Unione sulla scena internazionale passa prima di tutto nella proiezione di queste politiche integrate con cui si è costruito il mercato unico.

Al di là degli errori di protocollo e della pubblica umiliazione che ha prodotto l’immagine del tranquillo accomodarsi del presidente del Consiglio europeo Charles Michel a fronte dell’imbarazzo della numero uno della Commissione Ursula von der Leyen, l’Unione europea ha accettato, nel palazzo presidenziale turco, davanti un ospite incurante, di far sedere, defilata sul divano l’unica donna presente, ma soprattutto la titolare dei temi che più pesano nel complesso negoziato con Ankara (il sostegno finanziario e la politica dei visti).

Ad Ankara, come negli altri negoziati, ed anche nelle conferenze multilaterali, l’Unione potrebbe ben presentarsi con un unico rappresentante.

Non c’è bisogno di cambiare i Trattati, né gli equilibri tra Consiglio europeo e Commissione.

Il presidente del Consiglio europeo potrebbe ad esempio ben interpretare il suo ruolo in modo diverso e pur sempre autorevole, come un capo di Stato in un sistema parlamentare, senza dunque essere protagonista di negoziati, lasciando invece spazio alla Commissione e all’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza comune. Una simile evoluzione potrebbe aiutare l’emersione di una più efficace proiezione esterna dell’Unione; che senza cambiare i Trattati, utilizzando le cosiddette disposizioni passerella potrebbe rafforzarsi superando il vincolo dell’unanimità (anche se ciò richiederebbe comunque un consenso unanime degli Stati, che in alcuni Stati membri deve passare per una preventiva procedura parlamentare, onerosa quanto quella necessaria a ratificare modifiche ai Trattati).

In una prospettiva più ambiziosa, nulla poi impedisce che i capi di Stato e di governo affidino addirittura alla presidente della Commissione il compito di presiedere il Consiglio europeo.

Il Consiglio europeo, con la scelta di von der Leyen alla guida della Commissione, ha voluto marcare il suo ruolo di guida e di impulso, sbarrando la via alle aspirazioni del Parlamento europeo che avrebbe voluto – con il metodo della Spitzenkandidaten – parlamentarizzare ulteriormente il ruolo della Commissione.

Piuttosto che insistere su questa proposta, potrebbe essere più saggio e frutto di un europeismo maturo e consapevole, accettare l’equilibrio che si è realizzato tra Parlamento e Consiglio europeo nella scelta della guida della Commissione. Certo, includendo nel potere di proposta formulata dal Consiglio europeo la scelta di attribuire al candidato presidente della Commissione anche il ruolo di presidente dello stesso Consiglio, si valorizzerebbe il ruolo di quest’ultima istituzione nel processo che porta all’elezione del presidente della Commissione. Ma in fondo non più di quanto già avvenuto con la formazione della Commissione von der Leyen; e il risultato complessivo sarebbe comunque quello di un rafforzamento del quadro istituzionale dell’Unione senza toccare i Trattati.

Su questi realistici sviluppi potrebbe aprirsi un confronto nella Conferenza sul futuro dell’Europa che dovrebbe concludere i suoi lavori proprio in corrispondenza della scadenza del mandato dell’attuale presidente del Consiglio europeo discutendo in particolare sul ruolo dell’Ue nel mondo e sui diritti e i valori europei.

Valori che Mario Draghi ha voluto riaffermare, legandoli proprio al modo con cui si deve cooperare con vicini che hanno diverse visioni della società. Lo ha fatto non citando quale vicino orientale, ma chi lo guida, con parole inaspettate e così nette da suggerire la evocazione di un tema cruciale: quello della fissazione dei confini dell’Europa. Confini che a oriente la geografia certo non aiuta a definire. Mentre i Trattati parlano di un’Unione aperta a tutti gli Stati europei che rispettano i valori e che si impegnano a promuoverli insieme.

Se l’allargamento è stato uno straordinario fattore di stabilità e di progresso, l’indeterminatezza dei confini mina la capacità dell’Unione di costruire una propria identità. Forse è giunto il momento di affrontare anche questo nodo. E la Conferenza sul futuro dell’Europa potrebbe essere l’occasione giusta, per far maturare decisioni e scelte, certo complesse, ma forse indispensabili per dare sostanza emotiva all’identità dell’Unione.

Foto di copertina EPA/Francisco Seco / POOL POOL