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Mozambico: ennesima crisi nel continente africano

28 Apr 2021 - Martina Dazzi - Martina Dazzi

I recenti attacchi terroristici a Palma, cittadina situata nella turbolenta provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, hanno portato alla luce una crisi che va avanti da anni, ma che, fino ad ora, aveva destato una limitata attenzione internazionale. L’assedio della città, cominciato il 24 marzo e durato giorni, ha visto almeno un centinaio di miliziani jihadisti pesantemente armati lanciare violente operazioni che hanno portato ad un numero imprecisato di vittime, tra cui numerosi lavoratori stranieri, e di sfollati.

Fortunatamente, gli italiani presenti sono stati tratti in salvo così come i lavoratori dipendenti della compagnia petrolifera francese Total, che nella penisola di Asfungi, a pochi chilometri da Palma, ha un progetto multimiliardario in un impianto di gas naturale. 

Espansione jihadista
Sin dal 2017, una violenta insurrezione jihadista ha gettato la provincia di Cabo Delgado, al confine con la Tanzania, nel caos. Il Mozambico, ed in particolare le aree a nord del Paese, sono tra le più povere del mondo, affette da profonde problematiche sociali ed economiche. La fine della guerra civile nel 1992 ha infatti portato poco sviluppo, lasciando una nuova generazione frustrata e marginalizzata dall’élite politica nel sud. La scoperta di enormi giacimenti di gas naturale offshore e l’arrivo di numerose multinazionali, come la francese Total, l’italiana Eni e l’americana ExxonMobil, avrebbero dovuto risollevare le sorti del Paese, portando nuove opportunità e posti di lavoro. Purtroppo, questo non si è mai verificato, escludendo la popolazione, in particolar modo i giovani, dalla ripartizione della ricchezza. Questo, in aggiunta a tensioni etniche e religiose, ha creato terreno fertile per l’estremismo. 

Il gruppo di combattenti attivo nell’area è Ansar al-Sunna Wa-Jamma (Aswj), recentemente inserito dagli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici stranieri. In Mozambico, sembra operare anche la branca dello Stato Islamico (IS) conosciuta come Provincia Centro Africana (Iscap), che ha rivendicato diversi attacchi sia nel Paese che nella Repubblica Democratica del Congo. La natura dei rapporti tra Aswj e Iscap nella provincia di Cabo Delgado però rimane ancora poco chiara, non essendoci stata alcuna comunicazione ufficiale né un giuramento di fedeltà di Aswj al Califfato. Probabile è comunque che le due formazioni abbiamo già avuto contatti di qualche tipo. 

Emergenza umanitaria
I combattenti di Aswj, che hanno abbracciato il fondamentalismo islamico mossi da rivendicazioni locali, stanno in realtà compiendo indicibili atrocità contro la popolazione civile. Secondo Acled, dal 2017 sono state uccise circa 2,614 persone, bambini inclusi. Testimonianze riportano anche notizia di numerosi rapimenti e decapitazioni. L’ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (Unocha) rende noto che la situazione umanitaria nelle province di Cabo Delgado, Niassa e Nampula sta degenerando, con migliaia di persone sfollate, gravemente malnutrite e prive di assistenza medica. 

La sicurezza del Paese in mano ai mercenari
Il governo e l’esercito non sembrano poter fare molto per arginare la situazione, anche a causa delle limitate capacità militari. Nonostante le proposte di aiuto, il presidente Nyusi non ha ancora formalmente richiesto l’intervento di forze esterne e sembra più interessato ad offrire protezione agli impianti delle compagnie petrolifere che alla popolazione. Nyusi infatti continua a rifiutare la presenza di ‘foreign boots on the ground’, ricorrendo invece a compagnie di sicurezza private, come il gruppo russo Wagner in un primo momento, e più recentemente il sudafricano Dyck Advisor Group (Dag). L’intervento dei mercenari non sembra però aver cambiato le sorti del conflitto, durante il quale sono anzi più volte stati accusati di violazione dei diritti umani. 

Di fronte a questa sconcertante situazione, l’8 aprile cinque leader africani hanno incontrato il presidente mozambicano per colloqui d’emergenza, nell’ambito della Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale (Sadc). Durante il summit, è stata ribadita la necessità di un approccio regionale coordinato e di un’apertura da parte del Mozambico ad assistenza esterna. Convincere il governo a smettere di perseguire una ‘politica di sovranità’ e cooperare con il blocco sarebbe la chiave per contrastare l’insurrezione, che rischia di portare al collasso il Paese, rendendo la costa est dell’Africa un perfetto hub terroristico con Al-Shabaab nel nord, supportato da Al-Qaeda, e IS e Aswj al sud. 

La priorità dovrebbe essere l’intervento volto alla protezione dei civili, mentre nel lungo termine un supporto internazionale ed una maggiore cooperazione regionale sarebbero senza dubbio necessari, anche tramite l’addestramento delle forze del Paese, la condivisione di intelligence e risorse e la creazione di una task force congiunta incentrata sulla neutralizzazione di Aswj. La risposta alla crisi però non può essere solamente militare: i limiti delle operazioni di counterterrorism sono già apparsi chiari in altre zone del continente africano, come nel Sahel, dove non hanno fatto che alimentare il problema. Sarebbe importante quindi affrontare alla base anche quelle questioni sociali ed economiche che affliggono il Paese da troppo tempo e ideare programmi di de-radicalizzazione e di riabilitazione soprattutto per le generazioni più giovani, finalizzati a recidere qualsiasi legame con il fondamentalismo.

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