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Nuovo governo e Next Generation EU

Draghi: un garante per l’Italia nella difficile partita europea

10 Feb 2021 - Antonio Pollio Salimbeni - Antonio Pollio Salimbeni

Era scontato il coro di sostegno all’arrivo di Mario Draghi a palazzo Chigi riecheggiato nei “piani alti” dell’Unione europea a Bruxelles e nelle principali cancellerie, Berlino e Parigi in primo luogo. Che il governo del Paese più debole tra i grandi dell’Unione europea, sul quale si addensano da troppo tempo le maggiori incertezze e preoccupazioni quanto a capacità di crescita economica come per la solidità degli assetti politico-istituzionali, sia guidato da una delle persone a forte caratura internazionale – un “fuoriclasse” – quale l’ex presidente della Banca centrale europea, non può che costituire di per sé un fattore di stabilità che in Europa gioverà a tutti.

D’altra parte, il 2021 è l’anno che vedrà la fine dell’”era Merkel” (le elezioni legislative federali in Germania sono previste a settembre) e nella primavera 2022 ci saranno le presidenziali francesi: il profilo della futura leadership nei due Stati chiave è indeterminato e fino ad allora, non si apriranno nuovi “cantieri” europei. Se Draghi durasse a palazzo Chigi fino alla scadenza naturale della legislatura (primavera 2023) ne beneficerebbe sicuramente il profilo politico dell’Unione europea. La sua visione degli sviluppi dell’integrazione europea è stranota: nel 2012 e poi nel 2015 firmò con gli altri presidenti delle istituzioni europee (Commissione, Eurogruppo, Consiglio e Parlamento) due relazioni per il rafforzamento dell’unione monetaria, rimaste sostanzialmente sulla carta nei suoi elementi strategici.

Dal Quantitative Easing al Recovery Plan
Per tutti gli anni del Quantitative Easing forzato, alla guida della Bce, Draghi ha fatto continuamente – e vanamente – appello ai governi affinché facessero la loro parte, compensando con una forte azione di politica economica comune l’anomalia costitutiva dell’Eurozona (moneta unica con politiche fiscali nazionali separate, solo ingabbiate dai parametri di Maastricht per evitare sconquassi finanziari), nel tentativo di superare quella che viene chiamata la “solitudine” del banchiere centrale, “orfano” di una politica fiscale comune.

C’è voluta la pandemia per cambiare gioco. Pur in forma limitata, Next Generation EU, con la più grande emissione di debito comune da parte degli Stati dell’Unione che sia mai stata immaginata (750 miliardi di euro potenzialmente da rimborsare attraverso imposte europee), compensa la zoppìa originaria dell’Eurozona rafforzando l’espansione fiscale in corso in tutti i Paesi: per la prima volta l’azione dei governi, dell’Ue e della Banca centrale sono allineate.

Soprattutto fornisce un’indicazione per il futuro e ora comincia il test per verificare se il compromesso di luglio è solo una forzatura congiunturale dovuta all’eccezionalità della crisi pandemica, cui alcuni Stati riluttanti a condividere i rischi si sono piegati per tornare rapidamente nei ranghi, oppure può essere l’embrione di uno strumento fiscale comune permanente di stabilizzazione delle economie. Perché ciò avvenga, l’operazione anticrisi deve funzionare innanzitutto in Italia di cui si teme l’ulteriore indebolimento della capacità di crescita quanto l’instabilità e l’imprevedibilità della politica.

Italia barometro del futuro dell’Ue
Draghi viene considerato il garante di una difficile partita: l’Italia beneficia di grandi aiuti europei, ma in cambio deve assicurare una stagione di investimenti e riforme per lasciare alle spalle un ventennio durante il quale ha rasentato la stagnazione. Gli aiuti sono cospicui, più di tutti gli altri Paesi in valore assoluto. Ha pesato l’abilità del governo Conte 2, ma hanno pesato molto di più lo spostamento della Germania verso una soluzione europea alla crisi per non dissezionare il mercato unico e non spezzare le catene produttive continentali (strettissima l’interdipendenza delle economie tedesca e italiana), oltre al fatto che l’Italia si trovasse in condizioni peggiori di altri Paesi già prima dello scoppio della pandemia.

Cambiare la narrativa sulle ragioni dell’accordo di luglio centrando l’attenzione non tanto sull’eccezionalità della manovra politico-diplomatica nazionale quanto sulla profondità della crisi strutturale del Paese appare decisivo per dare senso compiuto alle scelte per usare bene i fatidici 209 miliardi di euro.

L’Italia resta un Paese troppo grande per fallire (senza mettere a repentaglio l’esistenza dell’area euro), e allo stesso modo un Paese troppo grande per avere una crescita ai minimi europei da vent’anni: è questa la preoccupazione centrale per l’Ue. La novità assoluta è che gli impegni anticrisi travalicheranno il tempo a disposizione di molti governi, dato che investimenti e riforme vanno completati entro agosto 2026: il vincolo europeo definito in comune prescinde dai cicli politico-elettorali nazionali. Le scelte di oggi inevitabilmente disegnano un quadro futuro: se non vengono attuate nei tempi e nei modi previsti, stop agli esborsi e per un paese ad alto debito come l’Italia ciò allarmerebbe i mercati. Per noi il vincolo europeo è doppio.

Doppia partita. Europa e Italia dopo il Covid-19: occasioni e limiti della risposta alla grande crisi - Antonio Pollio Salimbeni - copertina
Next Generation EU – un accordo con molte luci e diverse ombre – è al centro dell’ultimo libro di Antonio Pollio Salimbeni.

Il dilemma dell’Europa
Se Next Generation EU costituirà per l’Italia una leva per modernizzarsi questo sarà un vantaggio per l’economia nazionale, per la stabilità dell’euro e anche per il rilancio politico dell’Unione europea. E la caratura politica di Mario Draghi potrà avere benefici effetti sulla posizione dell’Italia nell’Ue da tutti i punti di vista. Viceversa, se l’operazione non riuscirà, non solo il ruolo dell’Italia nell’Unione risulterà più fragile, marginalizzato, ma per l’Ue, e, in particolare, per l’Eurozona si porrà in tutta la sua evidenza un problema di credibilità se non di stabilità.

Inevitabilmente si approfondirebbe la faglia Nord-Sud, risulterebbe impossibile realizzare quel compromesso tra piena assunzione di responsabilità dei governi per ridurre i rischi finanziari ed economici nazionali e condivisione di quegli stessi rischi a livello europeo che costituisce lo scoglio non superato a dieci anni dalla crisi finanziaria e del debito sovrano.

E se a pandemia alle spalle la Bce, unica entità effettivamente federale, si ritrovasse da sola a condurre una politica monetaria senza una capacità di bilancio parallela funzionante per tutta l’unione monetaria, riemergerebbe la zoppìa originaria dell’area euro: come candidarsi a una prossima crisi. In fondo, il vero dilemma non è se procedere o meno nella direzione di una maggiore integrazione, ma fino a quando l’Eurozona potrà permettersi di non farlo. La partita dell’Europa è tutta qui.

Nella foto di copertina EPA/Bernd Kammerer/Pool il saluto di Mario Draghi alla Bce, al termine del suo mandato, nell’ottobre 2019