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Presidenziali e legislative

Uganda: Museveni ancora in sella, per l’opposizione è un voto truccato

20 Gen 2021 - Lo Spiegone - Lo Spiegone

La tornata elettorale ugandese del 14 gennaio ha ricordato quella in Tanzania di qualche mese fa: le modifiche costituzionali per legittimare le candidature dei presidenti – Yoweri Museveni nel primo caso e John Magufuli nel secondo -, la violenza delle forze di sicurezza sui manifestanti e sui candidati dell’opposizione, la chiusura di Internet, la bassa affluenza, la prevedibile vittoria dei presidenti uscenti e dei loro partiti, che sembrano voler tenere il potere a vita, e le denunce di brogli da parte dell’opposizione.

I risultati non hanno destato sorprese: Museveni ha battuto il più temuto tra i dieci sfidanti ottenendo poco meno del 60% dei voti contro il 34,83% dell’ex popstar Bobi Wine.

“Voto truccato”
Su 18 milioni di votanti registrati solo 10 milioni hanno effettivamente espresso la propria preferenza, facendo registrare un’affluenza del 57%, la più bassa dal 1996, quando ancora vigeva il no-party system.

Nonostante la vittoria alle presidenziali, sembra che il National Resistance Movement(NRm)di Museveni abbia perso qualche decina di seggi al Parlamento, ma i risultati definitivi delle legislative non sono ancora noti. Tra coloro che hanno  perso il posto pare esserci anche Edward Ssekandi, ex-vicepresidente.

I dati sono stati comunicati il 16 gennaio dal capo della Commissione elettorale, e hanno immediatamente fatto scattare la risposta di Bobi Wine, che ha definito subito truccate le consultazioni, sottolineando che utilizzerà tutte le possibili vie legali e pacifiche per dimostrarlo e pubblicherà le prove delle sue affermazioni non appena internet verrà ripristinato.

Inoltre, sempre nella giornata di venerdì, le forze di sicurezza hanno circondato la sua abitazione, fatto da lui stesso denunciato con dei tweet, evidenziando che il mandante di tali azioni è lo stesso Museveni, che come presidente è anche capo delle Forze armate. Secondo fonti ufficiali, la loro presenza avrebbe l’intento di mettere in sicurezza l’area e proteggere Wine e sua moglie, dopo il tentativo di irruzione di due individui. Secondo Wine e il suo avvocato, però, il reale obiettivo sarebbe non far entrare né uscire nessuno.

Media e comunità internazionale
Museveni ha potuto contare sul successo di alcune delle sue politiche che hanno contribuito a rafforzare il sistema sanitario e le infrastrutture e hanno dato slancio all’economia del Paese, in forte crescita. Il trend però è riscontrabile in molti Paesi africani, nonostante la povertà delle popolazioni. Il presidente è in grado di guadagnarsi l’appoggio degli ugandesi più conservatori, grazie a posizioni tristemente celebri come quella sulla comunità Lgbt+.

Wine si è fatto invece spazio tra la popolazione che, come lui, definisce quella di Museveni una dittatura, che non garantisce il rispetto dei diritti umani, né la fornitura dei servizi essenziali a buona parte della popolazione. Il sistema costruito da Museveni è per l’opposizione basato sulla corruzione e non lascia spazio ai giovani, fortemente colpiti dagli alti livelli di disoccupazione.

Se Museveni riesce a ancora a portarsi a casa i voti dei più anziani e della popolazione rurale – da cui proviene -, che è notoriamente più conservatrice, Bobi Wine è il rappresentante dei giovani ugandesi e gode di un forte seguito a Kampala, la sua città natale, in particolare nelle aree più povere, tanto da essersi definito ghetto president”.

Mercoledì 13 gennaio, alla vigilia delle elezioni, Museveni aveva fatto chiudere Internet, dopo aver imposto un blocco all’accesso ai social media – in particolare Facebook, poi anche Twitter, WhatsApp, Signal e Viber -. La decisione aveva limitato drasticamente le comunicazioni tra i giovani, i maggiori utilizzatori dei mezzi, dopo che la campagna elettorale dell’opposizione si era svolta soprattutto online a causa delle restrizioni dovute alle misure per la prevenzione della diffusione dei contagi di Covid-19.

Il presidente ha accusato Facebook di interferire con gli affari politici interni, riferendosi al fatto che il social aveva chiuso gli account di alcuni sostenitori del National Resistance Movement per averne violato le norme. Museveni ha utilizzato con astuzia la dialettica nazionalista e di accusa all’imperialismo politico e sociale per giustificare la chiusura dei mezzi di comunicazione digitali.

Wine, da par suo, ha chiesto l’intervento internazionale, facendo appello diretto al nuovo presidente statunitense Joe Biden. Più volte durante la campagna ha ricordato che, nonostante le parole di vicinanza ai cittadini ugandesi da parte di alcuni capi di Stato internazionali, nessuna azione è stata intrapresa per spingere Museveni a rispettare i diritti umani. L’Uganda è un alleato degli Usa nella lotta al fondamentalismo islamico in Africa orientale e uno sconvolgimento della situazione politica nel Paese rischia di mettere a repentaglio la stabilità dell’intera area, conclusione che nessuno al di fuori dei confini ugandesi auspica.

La mancanza di osservatori
Per la comunità internazionale risulta difficile dare giudizi sullo svolgimento delle elezioni, vista la limitata presenza di missioni di osservazione. L’ambasciatrice statunitense ha dichiarato il monitoraggio impossibile per gli Usa, in quanto la Commissione elettorale ugandese ha negato il 75% delle richieste di accreditamento dei componenti della missione. La stessa cosa è successa con i delegati dell’Ue, tanto che l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell si è trovato a non poter attivare la missione di osservazione.

Sul campo era presente una missione dell’Unione africana, troppo piccola e poco diffusa per affermare che le elezioni si siano svolte correttamente, e una dell’East African Community (Eac), che ha riportato svariate problematiche e ha affermato che la giornata elettorale si è comunque conclusa in modo pacifico.

A cura di Eleonora Copparoni, caporedattrice Africa de Lo Spiegone.

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