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I contenuti della strategia italiana

Un piano per la ripresa o per la Next Generation?

30 Dic 2020 - Francesco Bascone - Francesco Bascone

Il piano di utilizzo del Recovery Fund annunciato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte non spazza via un dubbio: il governo italiano ha colto appieno il senso del programma europeo ormai ribattezzato Next Generation EU?

Sinora il dibattito fra le forze politiche si è concentrato sul meccanismo per la selezione dei progetti e la supervisione della loro attuazione: quella che si insiste a chiamare governance. Il vero problema è però quello dei contenuti.

Due sfide principali
Molto opportunamente la parte del leone è riservata alle due grandi sfide del prossimo futuro, Green Deal e digitalizzazione, ma sono percentuali dettate dalla Commissione europea – rispettivamente il 37% e il 20%, ndr -. Le altre macro-aree corrispondono grosso modo ai campi in cui la modernizzazione del nostro Paese presenta i più gravi ritardi, e quindi in prima approssimazione il piano è in linea con la filosofia del Next Generation EU.

Ma notiamo anche un ampio ventaglio di interventi volti a soddisfare tutte le categorie e a rafforzare i consensi verso il governo in carica, piuttosto che a dirigere tutta la potenza di fuoco sulla finalità che ha convinto i Paesi del centro-nord dell’Europa a superare la loro riluttanza alla condivisione del debito dei partner più deboli. E, va precisato, non del debito prodotto dai deficit cronici, ma quello dovuto ad una situazione straordinaria.

Qual è questa finalità? Innanzitutto, superare la crisi economica causata dal Covid-19 non con una generica politica keynesiana – gonfiare la spesa pubblica per stimolare la domanda e quindi la crescita -, bensì mediante grandi progetti miranti sia a massimizzare la creazione di posti di lavoro, sia a rendere più competitiva l’economia e la macchina statale: premessa necessaria all’uscita dalla stagnazione e alla graduale riduzione del rapporto debito/Pil.

Cruciale per l’accettazione del principio del debito condiviso è però stata l’aggiunta di una finalità più ambiziosa: affrontare le due sfide epocali su accennate – clima e rivoluzione digitale – con massicci investimenti che non avrebbero trovato posto nei bilanci correnti.

Scegliere bene
La selezione dei progetti dovrebbe essere governata da questi due ordini di criteri, e non dall’esigenza di rimpolpare i fondi a disposizione di politiche sociali avviate o promesse in passato.

Al primo posto fra le riforme di cui ha urgente bisogno l’Italia per attrarre investimenti è senza dubbio la riforma della giustizia, per accelerarne drasticamente i tempi; e infatti il piano vi dedica un capitolo. La digitalizzazione ne è certo una componente, ma è complementare a cambiamenti normativi che si attendono da decenni. Quali certezze abbiamo che il Parlamento si muoverà in questa direzione con la necessaria celerità e incisività, e che la magistratura è pronta ad un cambio di passo nella conduzione dei processi?

Per gestire i miliardi assegnatici occorre rafforzare le strutture dei vari ministeri e degli enti locali. Già in tempi ordinari l’Italia ha (con la Spagna) la più bassa capacità di assorbimento dei fondi europei: il 40%. La soluzione non può consistere nell’abolizione dei controlli, ma in procedure più snelle e il potenziamento dell’apposito personale.

Perplessità nonché appetiti, suscita la grossa fetta (23 miliardi, nella bozza) dedicata alle grandi opere infrastrutturali, in gran parte per il Sud, fra cui le Tav Salerno-Taranto e Palermo-Catania, quasi fossero dimenticate le polemiche sulla Tav Torino-Lione. Le grandi opere, anche se si considera l’indotto, concentrano enormi risorse sulle grandi società di costruzione piuttosto che sulle Pmi, e generano – in proporzione – meno posti di lavoro che altre categorie di progetti, e più rischi di sprechi e malversazioni.

In base al criterio della creazione di posti di lavoro, oltre che per far fronte a eventuali nuove pandemie,  maggiori risorse dovrebbero essere attribuite al settore sanitario (ospedali, medicina territoriale), che fa figura di cenerentola. L’ammontare stanziato (9 miliardi) è un quarto di quello previsto qualora decidessimo di avvalerci del nuovo Mes.

L’ok di Bruxelles
Tornando alla “svolta verde”, bisognerà vedere in che misura le risorse andranno alle energie alternative, termo-valorizzatori, cattura di CO2, economia circolare, partecipazione a grandi progetti europei (idrogeno, batterie) e quanto a impieghi meno innovativi. I 40 miliardi destinati alla coibentazione di edifici pubblici e di quelli privati attraverso il super-bonus 110% sono una cifra iperbolica, e offrono ampio spazio a sprechi e frodi.

Sotto l’etichetta “digitalizzazione” la priorità andrebbe data, fra l’altro, alla modernizzazione dell’apparato statale e in particolare del già citato settore giudiziario e la lotta all’evasione, la telemedicina, l’istruzione in informatica, le reti elettriche “intelligenti” (smart grids), la partecipazione a progetti europei in materia di cyber-security, 5G, intelligenza artificiale e altri aspetti della “sovranità digitale”.

Sarà la Commissione ad approvare i progetti se validi. Per rispetto verso gli Stati membri è probabile che si asterrà dal bocciarne qualcuno giudicato di utilità o gestibilità incerta. Ma dobbiamo considerare un altro rischio: che notizie su progetti discutibili (come il super-bonus o il cash-back), corruzione o infiltrazioni mafiose in grandi opere, abbassamenti dell’età pensionabile, sprechi o condoni fiscali, suscitino una reazione negativa nelle capitali dei “frugali” (e non solo) al momento di decidere su eventuali proroghe dei rimborsi alla scadenza o sul rinnovo delle emissioni di debito comune.