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L'ACCORDO A GUIDA ASEAN

Rcep: poca ambizione, tanto pragmatismo

17 Nov 2020 - Francesca Ghiretti - Francesca Ghiretti

Un’intesa di portata storica per il quadrante dell’Asia-Pacifico. È stata firmata la Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), un accordo regionale tra i dieci Paesi dell’Asean (Indonesia, Tailandia, Singapore, Malesia, Filippine, Vietnam, Brunei, Cambogia, Myanmar e Laos) e altri cinque Paesi di Asia e Oceania: Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud.

Assente per un anticipato ritiro dai negoziati, l’India, preoccupata che i prodotti cinesi potessero inondare il proprio mercato, rendendo la competizione impossibile.

Immancabile in ogni analisi è l’accento sulle dimensioni e sulle potenzialità della nuova zona di “libero scambio” più grande al mondo: riguarderà un terzo della popolazione mondiale e circa il 30% del Pil globale, portando un contributo all’economia mondiale di circa 186 miliardi di dollari.

Un libero scambio che non è
Perché le virgolette su “libero scambio”? Perché nella forma attuale Rcep è ben lontana da essere una zona di libero scambio e ancora più lontana dall’essere un mercato unico che assomigli a quello dell’Unione europea.

Primo ostacolo è la mancanza di un ampio annullamento delle tariffe. È stato riportato come alcune tariffe verranno eliminate immediatamente dopo la sua ratifica, mentre altre scompariranno nell’arco di un decennio almeno, con un obiettivo finale di cancellare il 90% delle tariffe esistenti. Tuttavia, manca una lista definita dei beni e dei Paesi in cui le tariffe saranno eliminate fin da subito.

Inoltre, attualmente vi è una quasi totale assenza di standard comuni o il desiderio di provvedere a costruirne. Tutto questo senza considerare che, sebbene l’accordo sia stato firmato, deve essere ratificato da almeno sei membri dell’Asean e altri tre membri per diventare attivo.

L’entusiasmo per il raggiungimento della firma oscura il reale, sebbene marginale, rischio che alcuni dei Parlamenti nazionali votino contro la ratifica, sia per riserve contro il libero scambio sia per l’esistenza di sentimenti anti-cinesi.

La trazione Asean
Insomma, inutile anche solo tentare di fare un confronto con il mercato unico europeo, nel bene e nel male. Tuttavia, paragonare la Rcep all’Ue o elencarne i difetti e i limiti non indebolisce la portata e l’effettivo potenziale della sua nascita, per quanto precaria. Infatti, non sono tanto rilevanti i potenziali numeri che Rcep potrebbe contribuire all’economia globale, o quanto integrata sarà la nuova area economica, bensì il fatto che in un periodo di difficoltà per l’economia mondiale e di cambiamenti negli equilibri globali nasca un accordo a guida Asean nella regione che in molti hanno già da tempo definito come il nuovo focus della geopolitica e della geo-economia globale.

Il segnale che arriva è chiaro: quindici tra economie asiatiche e dell’Oceania, reduci da un piano fallito a guida statunitense quale fu il Tpp, sono riuscite a mettere in piedi un progetto non particolarmente ambizioso, ma pragmatico a sufficienza per avere successo. Prima di tutto, Rcep ha il potenziale di trasformare una regione che solitamente produce prodotti per altri mercati in un mercato che consuma questi prodotti, attirando dunque maggiore attenzione su una già importante area per l’economia mondiale.

Questo anche grazie al raggiungimento di coesione sulle regole che in precedenza ponevano serie difficoltà alla circolazione di prodotti finiti e parti tra i diversi paesi dell’area. I numerosi accordi bilaterali presenti facevano sì che parti prodotte in alcuni Paesi e poi assemblate in altri potessero essere soggette a tariffe, a seconda del Paese di origine, prima in quanto parti e poi eventualmente anche come export di prodotto finito.

L’accordo permette che i prodotti provenienti da ogni Paese membro siano trattati ugualmente in tutti gli Stati partner dell’accordo. Inoltre, è la prima volta che le tre grandi economie di Cina, Corea del Sud e Giappone si trovano insieme in un accordo di libero scambio, e gli ultimi due sembra ne saranno i maggiori beneficiari economici.

L’elefante nella stanza
Tuttavia, sono proprio i benefici economici e geopolitici che potrebbe ottenere la Cina che preoccupano. Sebbene la Rcep sia natao a guida Asean e sia stato perseguito in quanto tale, è impossibile non menzionare l’ingombrante presenza della Cina e non chiedersi quale sarà l’impatto della sua presenza nella Rcep.

Anziché incrementare il multilateralismo nella zona, il timore è infatti che la Rcep non faccia altro che fornire ulteriori poteri al gigante nord-asiatico, aumentando la dipendenza degli altri attori dell’area dall’economia cinese. In una storia già sentita, la paura è che la dipendenza economica possa poi garantire alla Cina maggiore influenza politica sull’area, soprattutto alla luce di una crescente marginalizzazione degli Stati Uniti.

Paure e gioie
Tali preoccupazioni sono lecite. Eppure, spesso ci dimentichiamo che gli Stati firmatari sono più avvezzi ad avere a che fare con la Cina come vicino con crescenti ambizioni di quanto non lo siamo noi occidentali. Di conseguenza, sono anche meglio equipaggiati. Basti pensare a Paesi come l’Australia che pur avendo di recente adottato una linea molto più severa nei confronti di Pechino, diventano firmatari dell’accordo.

Certo, come detto in precedenza, l’accordo è stato firmato ma non ancora ratificato e la sua messa in pratica potrebbe rivelare ostacoli e sorprese provenienti da interessi e obiettivi tra loro diversi (e in questo l’Ue ha molto da insegnare).

Indubbiamente, un raggiungimento multilaterale di tale portata va doppiamente celebrato in tempi di crisi del multilateralismo, questo tenendo a mente non solo le potenzialità e gli effettivi passi in avanti fatti, ma anche i rischi e le potenziali complicazioni. Esattamente come l’accordo Rcep è stato cauto nelle sue ambizioni, così dovrebbero essere le nostre valutazioni a tal proposito.