IAI
CINQUANTENARIO DELLE RELAZIONI DIPLOMATICHE

Le strade di Italia e Cina tra inizi, stop e prospettive future

6 Nov 2020 - Francesca Ghiretti, Lorenzo Mariani - Francesca Ghiretti, Lorenzo Mariani

Ricorre oggi il cinquantesimo anniversario dell’instaurazione dei rapporti diplomatici tra Italia e Cina, una commemorazione che a marzo dello scorso anno veniva indicata come un appuntamento fondamentale per la politica di avvicinamento politico a Pechino iniziata con la firma del memorandum d’intesa sulla Via della Seta.

Di quell’entusiasmo e delle grandi aspettative paventate dai promotori dell’iniziativa sembra oggi essere rimasto solo il ricordo. Il rimpasto di governo nell’agosto del 2019 e le forti critiche ricevute riguardo al MoU hanno portato il governo Conte II ad operare un brusco cambio di rotta nei confronti dell’iniziativa cinese già nell’autunno dell’anno scorso. La pandemia vi ha poi dato il colpo di grazia: cancellando quasi tutti gli eventi previsti per quest’anno e il rinvio delle celebrazioni dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-Cina al 2022.

Nonostante le difficoltà, il cinquantennale offre un’opportunità per riesaminare l’evoluzione dei rapporti bilaterali e tentare di comprendere come mai – nonostante le molte iniziative da parte italiana – il nostro Paese non sia mai riuscito a trarre benefici dalla relazione con la Cina né a sviluppare una strategia organica nei confronti Pechino.

Ripercorrendo la storia dei rapporti tra Roma e Pechino è evidente come – seppur a singhiozzo – l’Italia si sia avventurata più volte nel tentativo di intraprendere iniziative politiche azzardate per poter imprimere una svolta nei propri rapporti con la Cina.

Albori del rapporto
In questo senso – a prescindere dalle valutazioni politiche ed economiche – la scelta di esporsi politicamente con il Memorandum del 2019 non dovrebbe essere vista come un caso eccezionale, bensì il continuum di una tendenza di lunga data. La strategia di investire capitale politico nei confronti della Cina nel tentativo di fare da traino all’economia è stato un espediente piuttosto ricorrente della nostra politica sin dagli anni ’50.

In un’epoca di certo non congeniale all’apertura verso un Paese comunista, esponenti politici come Pietro Nenni e Amintore Fanfani tentarono di avviare un avvicinamento diplomatico con Pechino. L’iniziativa, osteggiata da Washington e rallentata anche da rapporti non ottimali tra il partito comunista cinese e quello italiano, aveva come obiettivo proprio quello di garantire al Paese il vantaggio della prima mossa nel momento in cui il mercato cinese si sarebbe aperto.

Quando questo lungo progetto politico riuscì a concretizzarsi nel 1970, Svizzera, Finlandia, Norvegia e Francia avevano già strappato questo primato. L’anno successivo l’Italia sostenne l’ingresso della Repubblica Popolare Cinese nell’Onu. L’Italia poteva ancora vantare di aver investito un notevole capitale politico nei confronti di Pechino, ciò nonostante l’iniziativa non riuscì ad imprimere in una effettiva svolta nei rapporti commerciali.

Nuovi tentativi e nuovi stop
L’Italia provò di nuovo a rilanciare politicamente i suoi interessi economici in Cina nel 1991 quando fu tra i primi Paesi a rompere l’isolamento internazionale a cui era stata sottoposta la Cina dopo i fatti di Tienanmen. La controversa decisione produsse qualche risultato, subito dopo vanificato dagli effetti dello scandalo Mani pulite, che finì per affossare definitivamente commesse italiane di rilievo come quella per lo sviluppo del quartiere di Pudong a Shanghai.

Nel 1998 fu il governo Prodi a riprovare la via diplomatica negoziando un nuovo accordo per la cooperazione scientifico-tecnologica nella speranza che potesse essere utilizzato come vettore per il rilancio delle aziende italiane in Cina. Anche questo tentativo ebbe vita breve. Con la caduta del governo venne meno anche l’appoggio all’iniziativa diplomatica verso Pechino. L’accordo si arenò in Parlamento, finendo per essere ratificato solamente nel 2005.

Negli anni successivi l’iniziativa politica si fece meno forte. Nel 2004 si firmò un partenariato strategico che si tenterà più volte di ravvivare e rilanciare nel decennio che ne seguì, con risultati limitati. Tuttavia, l’appetito per le opportunità che la Cina poteva fornire non si spense e a metà degli anni 2010 si intensificarono le relazioni tra Cina e Italia, soprattutto dal punto di vista commerciale e finanziario, un trend tutt’altro che singolare, in quanto condiviso dalla maggior parte dell’Europa.

Questo intensificarsi, tuttavia, portò ad una serie di nuovi alt. E’ in quegli anni che in Europa si dibatte se la Cina possa o meno ottenere lo status di economia di mercato. L’Italia si oppose fortemente poiché da tempo il tessuto produttivo italiano, soprattutto la manodopera tessile, aveva assaggiato la difficile competizione cinese diventando meno accogliente. Qualche tempo dopo, nel 2017, proprio l’Italia, insieme a Francia e Germania, firmò la lettera indirizzata alla Commissione Europea per proteggere le imprese europee da pratiche che avrebbero potuto impoverire il tessuto competitivo europeo, con chiaro rifermento alle acquisizioni e trasferimento di conoscenze soprattutto da parte di impresi cinesi.

I rapporti con l’Italia
In un Paese dove la politica ha da sempre giocato un ruolo predominante è normale che fosse elemento chiave anche del modellarsi delle relazioni con la Cina. Tuttavia, immancabilmente l’Italia dopo aver fatto impressionanti balzi in avanti si è arenata nella loro messa in atto.

Dinamiche interne spesso erano, e sono tuttora, accompagnate da forti pressioni esterne. Nel caso della firma del MoU del marzo del 2019 siamo testimoni di un gesto politico che ambiva a vedere l’Italia in una posizione preferenziale nei confronti delle relazioni con la Cina. Tuttavia, la goffaggine, e sotto alcuni aspetti la fretta, con cui è stato realizzato e soprattutto comunicato il protocollo d’intesa hanno portato alla sua immancabile débâcle.

Sono passati 50 anni e molto è cambiato, soprattutto in Cina, ma l’Italia sembra rimanere vittima di vecchie dinamiche che le impediscono di capitalizzare sugli sforzi fatti. Inoltre, come altri Stati europei, anche l’Italia si trova incastrata in una posizione che la vede desiderosa di accedere alle opportunità che la Cina offre, ma allo stesso tempo la trova scoperta di fronte a una competizione che potrebbe indebolire la propria competitività.