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L’America di Biden e Harris

23 Nov 2020 - La redazione - La redazione

Giovedì 19 novembre si è tenuto il webinar organizzato dallo IAI e dalla rivista AffarInternazionali sulle elezioni americane, dal titolo “L’America di Biden e Harris“.
Sono intervenuti sul tema: Riccardo Alcaro (coordinatore delle ricerche e responsabile del programma “Attori globali” dello IAI), Mario Del Pero (professore di Storia internazionale e storia della politica estera statunitense all’Institut d’études politiques/SciencesPo a Parigi), Serena Di Ronza (corrispondente per l’Ansa da New York), Lorenzo Pregliasco (co-fondatore e partner dell’agenzia di ricerche sociali e comunicazione politica Quorum e direttore del magazine YouTrend).

L’incontro è stato moderato da Francesco De Leo (reponsabile della Comunicazione dello IAI e direttore di AffarInternazionali) e ha visto la partecipazione con domande e curiosità delle redazioni de Lo Spiegone, Scomodo ed Elezioni USA2020. L’evento si è svolto in collaborazione con YouTrend.

 

 

GLI INTERVENTI DEI NOSTRI OSPITI

Riccardo Alcaro: “Racconterò le tre storie di Usa 2020, elezioni del presidente e del Congresso degli Stati Uniti. La prima storia è quella che è emersa subito, durante la notte dell’elezione, cioè la forza residuale, o resilienza, del trumpismo e dello stesso presidente Donald Trump. I sondaggi, prima dell’elezione, davano una forbice di vantaggio a Joe Biden superiore a quella che poi è risultata. Non tanto nel voto popolare, quanto nella sfida degli Stati chiave dove Biden ha prevalso non di molto, anzi, per certi aspetti di un margine inferiore a quello che aveva permesso a Trump di prevalere su Hillary Clinton nel 2016. Quindi, non c’è stato quello che in molti si auguravano, cioè un ripudio del trumpismo. Invece, Trump è risultato essere il candidato repubblicano presidenziale di maggior successo della storia; è in assoluto il secondo candidato per numero di voti in tutta la storia delle presidenziali americane, preceduto solo da Joe Biden. Soprattutto, ha espanso la base elettorale che lo aveva premiato nel 2016 di circa 10 milioni di voti. È una performance straordinaria. Quindi il trumpismo non è un fenomeno passeggero della politica americana; è, invece, senz’altro il presente, e probabilmente anche il prossimo futuro, anche se ci sono una serie di variabili che ora non possiamo del tutto prevedere della destra americana, cioè del partito repubblicano, perché ormai questo è quasi per intero un partito conservatore, molto conservatore. La retorica ultranazionalista, con queste forti venature xenofobe, tendenzialmente autoritarie, mirata alla demonizzazione dell’avversario, alla disinformazione, alla delegittimazione di ogni pratica o istituzione democratica che possa risultare nociva alla popolarità del presidente e alla presa di Trump sull’elettorato. In questo senso l’elettorato gli è andato dietro: non sono bastati l’impeachment per abuso dei poteri presidenziali dovuto alla pressione esercitata sull’Ucraina affinché gettasse fango sul figlio di Biden, o la gestione della pandemia che, per usare un eufemismo, è stata una mancata gestione, oppure l’opacità delle finanze di Trump sui cui trascorsi fiscali esistono molti più punti interrogativi che certezze e gli innumerevoli conflitti di interesse che hanno caratterizzato la sua presidenza. Quindi, il trumpismo, non soltanto come discorso, ma anche come ora (protezionismo, chiusura all’immigrazione, tasse bassissime, smantellamento delle protezioni sociali, deregolamentazione finanziaria, ambientale, aggressivo unilateralismo in politica estera, e diplomazia molto concentrata sulla coercizione e non sulla persuasione, non solo sui rivali ma anche con gli alleati) per adesso è qualcosa che non fa parte di una fase episodica della storia del partito repubblicano, ma invece è il presente e il prossimo futuro, uno dei poli attorno al quale la politica americana continuerà a girare anche prossimamente.
L’altra grande storia dell’elezione 2020 è quella dell’inadeguatezza del sistema per eleggere il presidente degli Stati Uniti. Avrete ormai imparato che non c’è un’unica elezione del presidente degli Stati Uniti ma 51 elezioni, una per Stato più il distretto della Columbia, ognuna delle quali produce un numero di grandi elettori, variabile a seconda della popolazione, ma che comunque ha uno sbilanciamento strutturale a favore degli Stati demograficamente più piccoli, che in questa fase storica tendono a votare compattamente per i repubblicani, il che produce questa stranezza per cui due volte, dal 2000 in poi, abbiamo avuto un presidente eletto nonostante fosse stato sconfitto sul piano del voto popolare: Bush di 500mila voti nel 2000, Trump di quasi 3 milioni nel 2016. Trump è andato vicinissimo a essere riconfermato nonostante accusi uno svantaggio rispetto a Biden che in questo momento è già superiore ai 5 milioni di voti, e probabilmente è destinato a crescere ancora man mano che si finiscono finalmente di contare i voti in uno Stato per esempio molto popoloso e a forte trazione democratica come New York. Questo sistema elettorale ha chiaramente un problema di legittimità, perché, se pensate che in tutta la storia degli Stati Uniti, più di 230 anni, si è registrato solo 5 volte questa stranissima circostanza di un presidente di minoranza, tre delle quali nel XIX secolo, mai nel XX, e due (quasi tre) nel XXI secolo, iniziato da appena vent’anni. Quindi c’è un problema di legittimità che deve farci riflettere quando valutiamo la performance di Trump, che è stata formidabile senz’altro, ma ha portato Trump a essere vicino alla conferma solo per questa particolarità del sistema elettorale americano, fondato sul collegio elettorale.
La terza grande storia è la forza del candidato Joe Biden. Una forza inattesa dai più, ma non certo dai democratici visto che è stato selezionato dalle primarie esattamente perché è stato considerato il candidato che poteva attrarre non solo il voto della sinistra e del centro democratico, ma anche qualcosa dall’elettorato indipendente e forse qualcosina pure da quello repubblicano. Se la performance di Trump è stata formidabile, allora quella di Biden è stata straordinaria, visto che è riuscito a prevalere anche sull’iniquità del collegio elettorale; è riuscito a riconquistare i tre Stati dei Grandi Laghi (Michigan, Wisconsin e Pennsylvania), che avevano dato la vittoria a Trump a sorpresa nel 2016, ed erano tre roccaforti blu ora tornate in campo democratico; e soprattutto ha strappato ai repubblicani due Stati come l’Arizona e la Georgia, che invece sono due bastioni conservatori. La Georgia è diventata una storia particolarmente interessante, visto che lì si giocherà la maggioranza in Senato (ci sono due ballottaggi a gennaio; se i democratici li vincono entrambi possono ottenere la maggioranza nella Camera Alta). Biden è stato molto forte come candidato, ma sarà altrettanto efficace come presidente? Qui gli ostacoli sono enormi, le sfide veramente gigantesche”.

Mario Del Pero: “Credo che Biden abbia di fronte a sé un compito immane, anche in conseguenza dell’esito di questo voto e non solo. Questo voto ci rivela alcune cose: rivela un’America iper-polarizzata, ci rivela una capacità inattesa dei repubblicani di ampliare un bacino elettorale che noi tutti pensavamo fosse fisiologicamente più costretto e ridotto, e ci rivela un precisa traduzione politico istituzionale di questo risultato elettorale. La traduzione politico istituzionale è quella di un governo che quasi certamente potrebbe essere diviso. Nel senso che il Senato potrebbe rimanere nelle mani dei repubblicani; laddove invece ci sarebbe una maggioranza democratica sarebbe estremamente fragile e si dovrebbe affidare al voto della vicepresidente, una maggioranza quindi non sufficiente per immaginare grandi e ambiziose agende che passino per via legislativa. Ci rivelano anche una dialettica tra potere federale e potere statale destinata a farsi ancora più intensa. Se sono andati bene i repubblicani nelle elezione del Congresso, sono andati ancora meglio per le tante assemblee legislative, i tanti congressi statali, per cui si è votato-  circa l’85% delle camere basse e i 2/3 di quelle alte -, e che i democratici speravano di sottrarre ai repubblicani (i liberal hanno investito tantissimo per la campagna elettorale). Queste assemblee sono tuttavia rimaste per la gran parte repubblicane, in un contesto polarizzato di estrema stabilità: ci sono stati pochissimi passaggi di maggioranza di un’assemblea legislativa all’altra – 49 Stati su 50 hanno sistemi bicamerali. Il New Hampshire è l’unico stato che ha cambiato maggioranza e lo hanno perso i democratici. Quindi, ecco la dialettica intensa tra potere statale e potere federale.
Sistema polarizzato – lo mostrano bene le esperienze di Obama e Trump – è un sistema dove è estremamente difficile, quasi impossibile, dare codificazione legislativa all’iniziativa politica e alle politiche pubbliche che l’amministrazione vuole promuovere. E allora le amministrazioni cosa fanno? Usano e abusano di strumenti altri, che sono strumenti esecutivo-amministrativi: ordini esecutivi, decreti presidenziali, ovvero invasive indicazioni attuative alle agenzie federali competenti su come interpretare e applicare una determinata legge, spesso stravolgendone il significato. Lo ha fatto Obama e lo ha fatto Trump, qual è il problema? Il problema è innanzitutto che si lascia un’eredità tracciata nella sabbia, disposta a qualsiasi mareggiata elettorale, tant’è che l’imponente ambizioso apparato regolamentatore di Obama sull’ambiente è stato travolto con due colpi di penna da Trump.
Il secondo problema è che questi ordini esecutivi, privi di codificazione legislativa, generano la reazione, la risposta e la resistenza degli Stati, che possono cercare di bloccarli ricorrendo alla terza gamba del sistema di potere statunitense, ossia il potere giudiziario. Quel potere giudiziario fatto di corti federali, corti d’appello, corti distrettuali, riempite di giudici conservatori giovani da Trump. Dico giovani perché rimarranno in carica a lungo: i tre della Corte Suprema nominati da Trump sono i più giovani del plenum. Quindi, un terzo della Corte Suprema è nominata da Trump, e sono i tre giudici più giovani che, augurando a loro lunga vita, resteranno in carica fino al 2050/2055. Quindi, Biden governerà, e lo ha già annunciato, per via esecutiva; credo che lo farà su alcuni temi forti: clima, sanità (oggi c’è una forte richiesta di sanità pubblica anche a destra), e ovviamente l’emergenza economica da affrontare. Lo farà con ordini esecutivi, però si trova a fronteggiare un contesto davvero molto complicato. È un lavoro immane quello che aspetta il presidente eletto”.

Serena Di Ronza: “Il panorama televisivo e mediatico americano è completamente diverso da quello italiano. Secondo me si può partire da una frase che può essere emblematica dell’importanza e della forza che hanno i media negli Usa, sono alcune parole pronunciate da Trump poco prima delle elezioni, quando ha detto che la maggiore differenza tra le elezioni del 2016 e quelle del 2020 è Fox. Sono parole che danno un quadro della forza dei network televisivi americani, quelli che si assumono la responsabilità di dichiarare il vincitore alle urne. Una responsabilità enorme. Negli Usa non c’è un omologo del Viminale italiano che comunica i risultati, poi diffusi dai media. Negli Usa sono gli stessi network a dichiarare il vincitore delle elezioni nei singoli Stati e a decretare poi il presidente. Lo fanno sulla base di dati diversi: Abc, Cbs, Cnn e Nbc fanno parte del National Election Poll, che consegna loro degli exit poll condotti da Edison Research. L’Associated Press invece dichiara il vincitore sulla base dei sondaggi che poi incrociano con i dati pubblici disponibili on-line. Una differenza sul poll di dati a cui accedono che è emersa chiaramente quest’anno, con Fox che ha assegnato a Joe Biden l’Arizona già nella notte elettorale tra il 3 e il 4 novembre, mentre la Cnn, la prima a dichiarare Biden presidente eletto, lo ha fatto solo pochi giorni dopo. Una differenza di alcuni giorni sostanziale, che non è sfuggita alla Casa Bianca e sulla quale Trump si è infuriato, soprattutto perché la notizia è arrivata da Fox, un tempo la sua tv preferita. Tanto è che il presidente ha tentato senza successo di chiedere che Fox ritrattasse l’assegnazione dello Stato. Il “no” di Fox ha scatenato l’ira di Trump e della sua campagna elettorale, concludendo così un’alleanza che era durata per anni. Fox è stato infatti il suo palcoscenico privilegiato da quando Trump si è candidato nel 2015. Talmente privilegiato che il presidente ha ritenuto il network di Rupert Murdoch un suo strumento personale di comunicazione. Un rapporto che però aveva incominciato ad incrinarsi nelle settimane precedenti al voto, quando Fox ha iniziato a mandare in onda anche i comizi di Biden. Per Trump è stato un tradimento, l’inizio della fine di una lunga partnership. A nulla sono valse le spiegazioni del network di volere fornire al pubblico l’informazione completa; Trump le ha respinte seccamente, scaricando la tv di Murdoch. Ora Fox per forza si apre a una nuova era per la quale serve una nuova anima. Tutto nella consapevolezza che il presidente potrebbe annunciare una sfida con un suo network, nel quale vorrebbe Sean Hannity, Tucker Carson e Laura Ingraham, tre dei volti più noti di Fox e fortissimi sostenitori di Trump. Il legame tra Fox e Trump mostra come il presidente non abbia solo sconvolto la politica americana, ma anche i media e la rete di Murdoch, che è l’unico grande network conservatore, ma non è l’unico a doversi reinventare. In campo liberal la situazione è simile ma con una maggiore concorrenza, Cnn, Abc e Cbs hanno fatto la guerra a Trump per quattro anni. Una guerra senza tregua che ha attirato loro molto pubblico e quindi molti ricavi. Ora con Trump verso l’uscita si trovano a doversi reinventare consapevoli che l’etichetta di fake news media che il presidente ha affibbiato loro non sarà facile da rimuovere, soprattutto per i 70 milioni di americani che hanno votato per Trump. Per loro quindi si prospetta una battaglia su più fronti. Dettata anche dal riaffacciarsi a una realtà ben diversa da quella sfarzosa degli anni di Trump. Si torna infatti verso una Casa Bianca presumibilmente più normale e istituzionale, meno sfavillante di quella di Trump che ha consentito una copertura mediatica quasi da reality show, in grado di attirare pubblico e pubblicità. Un effetto Trump è evidente non solo per le televisioni ma anche per la carta stampata, lo ha ammesso il New York Times, come lo aveva ammesso nel 2016 il numero uno di Cbs replicando a chi gli chiedeva spiegazioni per la copertura spropositata di Trump da parte dell’emittente. Aveva detto: “Attenti, probabilmente non fa bene all’America, ma a noi fa molto bene”. In attesa che Trump conceda la vittoria a Biden e che il presidente Biden si insedi, si rincorrono già voci sul futuro di queste emittenti televisive, soprattutto sulla Cnn, la fake news media per eccellenza secondo Trump. Indiscrezioni dicono che la sua proprietà la voglia vendere e qualcuno sostiene anche che Jeff Bezos possa essere interessato”.

Lorenzo Pregliasco: “Mi concentrerò su tre punti, provando a descrivere e aggiungere qualche elemento di analisi rispetto a chi ha votato chi. Iniziamo con una chiave geografica. Le mappe del New York Times mostrano alcuni elementi particolarmente significativi. Risulta evidente come ci siano state due tendenze opposte: da un lato, tendenze pro-Biden molto marcate, come è avvenuto nei pressi di Atlanta, in Georgia, nella Virginia settentrionale, e nei dintorni di Denver in Colorado – queste sono tutte testimonianze di shift pro-Biden nelle zone suburbane, lo stesso vale anche per vari punti del Texas, intorno a Dallas, Houston e nelle città maggiori. Dall’altra però abbiamo assistito agli shift a favore di Trump, sparsi per il Paese, tra cui parti della Florida, e le famose contee del Rio Grande fra Texas e Messico, le quali testimoniano che almeno in questa parte di comunità ispaniche Trump sia riuscito a recuperare un quantitativo ingente di voti. Questo non significa che Trump abbia vinto tra gli ispanici; tutt’altro: tra gli ispanici nel complesso Biden ha vinto di più di 20 punti, ma significa che Trump è riuscito a ridurre il margine che lo separava dai democratici presso gli elettori ispanici e in particolare in queste aree, meno in Arizona, nella California meridionale, per esempio.
Questo ci dà un disegno non solo geografico ma anche sociale, perché i suburbs del ceto medio americano, che fino al 2012 sono stati un bacino tradizionalmente repubblicano, hanno completato una transizione a favore dei democratici che si era già vista nel 2016 e nel voto di midterm del 2018, e qui si trova un altro fattore che è quello socio-economico. Si può dire che queste elezioni, come ci mostra un’analisi molto interessante dell’economista Jed Kolko, abbiano approfondito il solco tra America rossa e America blu, dal punto di vista economico. I dati mostrano una correlazione molto interessante tra la crescita di Trump e le zone economicamente più in difficoltà, sia in termini di proiezione di crescita dell’occupazione, sia in termini di sostituibilità del lavoro: si vede come le contee che hanno una percentuale elevata di routine jobs, quindi di occupazioni sostituibili potenzialmente da robot, siano tra quelle nelle quali Trump ha fatto meglio, in cui c’è una correlazione negativa con gli shift negativi di Trump, tra 2016 e 2020.
L’ultimo aspetto che mi sembra utile toccare è quello della demografia: gli over 65, che sembrano aver diviso a metà le loro preferenze di voto tra Trump e Biden, benché le previsioni prima del voto e molti sondaggi avessero evidenziato un potenziale importante per Biden in questa fascia. Altra cosa interessante è il fatto che tra i bianchi, in particolare tra le donne bianche, permane una sostanziale divisione tra repubblicani e democratici. Si era detto che il segmento delle donne bianche fosse molto più favorevole a Biden che non a Hillary Clinton: i dati di cui disponiamo sembrano dire che quello sfondamento non c’è stato, e che quindi, da un certo punto di vista, l’America bianca abbia effettivamente svoltato ulteriormente verso i democratici. Mi riferisco al ceto medio, alle persone più urbanizzate o con livelli professionali medio-alti, ma questo non è valso per tutti; anzi, tra i bianchi della working class, tendenzialmente residenti in piccoli centri e aree rurali, non abbiamo visto quel recupero da parte di Biden che alcuni invece immaginavano fosse probabile dopo la disfatta del 2016 proprio in questo segmento”.

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