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L'esito delle elezioni in Myanmar

La nuova vittoria di Aung Saan Suu Kyi tra Rohingya, esercito e Cina

13 Nov 2020 - Francesco Valacchi - Francesco Valacchi

In Myanmar le elezioni avranno con ogni probabilità l’esito aspettato: una decisa vittoria della Lega nazionale per la democrazia (Lnd) della premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, contestata ormai in vari palcoscenici internazionali e sentita alla Corte internazionale de L’Aia per la nota vicenda del massacro della popolazione di etnia Rohingyia.

Pertanto, alla guida del Paese si conferma formalmente il partito dell’anziana politica ma il processo di democratizzazione sembra giunto a un momento di stallo, che potrebbe avere un esito solo con un sostanzioso rinnovamento dei decisori politici.

Le sconfitte della democrazia
Un primo punto fallimentare è la questione economica seguita alla presa del potere (informale ma reale) di Aung San Suu Kyi. Al di là dell’arresto della crescita del Pil tra 2018 e 2019, i dati riguardanti la crescita economica non sono più tornati ai livelli precedenti il 2015 (anno della precedente vittoria della Lnd). Molti analisti affermano che la ripresa post-pandemia sarà con molte probabilità lenta e sofferta per la completa mancanza di stimoli economici erogati o disposti dal governo bloccato da un incomprensibile attendismo.

La questione Rohingya è di per sé l’emblema del naufragio del cammino verso la democratizzazione: si parla apertamente di genocidio e forzato esodo dell’etnia con dati che rasentano i 750 mila profughi. La situazione ha naturalmente avuto ripercussioni negative sul turismo e, quindi, sugli introiti economici ad esso legati.

Un’ultima inquietante sconfitta della gestione Aung San Suu Kyi è rappresentata dal rarefarsi delle libertà civili e culturali nel Paese. Purtroppo, il governo ha in più occasioni fermato o detenuto blogger, giornalisti e personalità della cultura impegnati in attività poco gradite sul territorio nazionale. Il caso più eclatante è stato quello di Wa Lone e Kyaw Soe Oo, che stavano indagando sul massacro dei Rohingyia, detenuti per oltre un anno.

Oltre a ciò è preoccupante il provvedimento che è stato perpetrato dal governo Lnd in materia elettorale: varie minoranze etniche, fra le quali i Rohingyia, sono state estromesse dal voto poiché le regioni interessate sono sede di instabilità (segnatamente, la campagna militare del governo stesso). Myanmar figura al 122 posto nel Democracy index calcolato dall’”Economist” ma, purtroppo il margine di peggioramento è sostanzioso.

La posizione delle Forze armate
Se dei vincitori sono da individuare in questo tentato processo di democratizzazione essi paiono essere le Forze armate, vecchi gestori del potere (il Tatmadaw) che, dopo la sconfitta elettorale del 2015, hanno saputo mantenere una posizione costante di centralità e un’immagine internazionale di stabilità fra le incertezze di dirigenti della Lnd e le rivendicazioni delle fazioni etniche.

Non a caso il capo del Tatmadaw si è espresso pochi giorni prima della tornata elettorale in una rarissima intervista. Il generale Ming Aung Hlaing ha apertamente affermato che il governo civile ha commesso errori “inaccettabili” e che, stando così le cose, il ruolo di garante del passaggio alla democrazia rimane a tutti gli effetti a esclusivo appannaggio delle Forze armate.

Egli non ha, almeno formalmente, torto: sia per la collaborazione col governo civile (giunta a concedere all’anziana Aung San Suu Kyi un ruolo di preminenza, pur se formalmente estromessa dal potere) sia per la fedeltà dimostrata al Paese, rispettando il loro ruolo in politica estera e interna il Tatmadaw è stato formalmente corretto in questi cinque anni di (mancata) transizione. Con buona pace dei fautori della svolta democratica che avrebbe dovuto operare Aung San Suu Kyi, le Forze armate sono risultate essere il vero garante della stabilità nel Paese.

Nella spaventosa situazione in atto contro i Rohingyia, il Tatmadaw ha saputo ritagliarsi in politica estera l’immagine di mero esecutore degli ordini del governo e nella percezione dell’opinione pubblica interna di difensore degli interessi delle etnie legate alla tradizione buddhista.

Se è vero che la Lnd ha dovuto accettare una serie di prescrizioni ingombranti dovute al governo militare, come la cessione di molti seggi in Parlamento e la concessione al Tatmadaw di tre ministeri, è pur vero che in cinque anni Aung San Suu Kyi ed il suo entourage non hanno saputo far molto per cambiare la situazione. Tutto questo è probabilmente avvenuto sia perché la Lnd cerca di conquistare i cuori di molti elettori conservatori sia per una manifesta incapacità amministrativa.

Proiezioni per il futuro
Gli interessi cinesi fra i Paesi dell’Asean sono ormai consistenti e il Myanmar è particolarmente rilevante per la sua posizione geografica. L’occasione elettorale è senza dubbio un momento importante per la Cina di guadagnare terreno a Naypyidaw con la futura organizzazione governativa, ma parte del lavoro diplomatico è già in atto da mesi (ad esempio, con la visita del Presidente cinese a gennaio) ed è orientato al sostegno del partito di Aung San Suu Kyi, che la Cina trova più accondiscendente se comparato al regime militare.

Quindi, la Lnd ha l’appoggio forte di Pechino. Una possibile via per uscire dallo stallo che si è creato si aprirebbe se la Lega operasse un profondo rinnovamento dei proprio quadri centrali, a partire da Aung San Suu Kyi, per lasciare il palcoscenico a nuovi personaggi impiegati finora, ad esempio, in cariche amministrative nelle sotto-entità che compongono il Paese.