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Aspettando il vincitore

Biden dice “basta rabbia”, ma per Trump “le azioni legali sono appena iniziate”

7 Nov 2020 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

“I numeri sono chiari e dicono che vinceremo: vinceremo la Georgia e vinceremo la Pennsylvania“: lo afferma Joe Biden, parlando a Wilmington, nel Delaware, con la vice Kamala Harris al suo fianco, senza però celebrare una ‘festa della vittoria’ – lo spoglio delle schede continua in cinque Stati chiave, ma in quattro di questi il democratico è avanti -.

Biden e Harris evitano, quindi, toni e frasi definitivi o trionfali: “Siamo in corsa per raggiungere i 300 Grandi Elettori – attualmente sono a 253 sicuri e la soglia per conquistare la Casa Bianca è 270, ndr -… Abbiamo già 74 milioni di voti popolari, siamo il ticket più votato della storia… Saremo i primi democratici da molti anni a vincere in Georgia e Arizona”.

L’ex vice di Barack Obama, che è stato già definito “l’usato sicuro” alla Casa Bianca, e la sua vice hanno invitato i loro sostenitori e il popolo americano alla calma e alla pazienza, assicurando che “ogni voto sarà contato”. Per Biden, “è tempo di dire basta alla rabbia e alla demonizzazione dell’avversario in politica”: “La grande maggioranza degli americani che hanno votato vogliono che il vetriolo esca dalla politica e che il Paese si unisca e curi le sue ferite”.

Le reazioni alla Casa Bianca
Alla Casa Bianca, secondo fonti anonime citate dalla Cnn e da altri media, il presidente Trump starebbe iniziando ad ammettere con i suoi più stretti consiglieri che potrebbe non vincere le elezioni. Messo sotto pressione anche dei suoi collaboratori più fidati, fra cui la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, il presidente incomincerebbe a ipotizzare una possibile sconfitta.

Ieri, tuttavia, Trump twittava che Biden “non dovrebbe reclamare l’incarico di presidente, sarebbe sbagliato; anch’io potrei farlo. Le azioni legali sono appena iniziate”. Il presidente s’è anche chiesto “dove sono le schede dei militari in Georgia? Che cosa è accaduto ad esse?”, riferendosi a migliaia di voti dei soldati americani all’estero ancora attese e da scrutinare.

Lo scrutinio prosegue e s’avvicina alla fine in Pennsylvania, North Carolina, Georgia, Arizona e Nevada: Biden è avanti ovunque tranne che in North Carolina e gli basta vincere la Pennsylvania o una qualunque combinazione di altri due Stati per raggiungere quota 270. Trump, che è quota 213, per riuscirci deve invece vincerli tutti – oltre alla North Carolina, dov’è in vantaggio -.Parlando a Wilmington, Biden s’è impegnato ad agire “fin dal primo giorno” del suo insediamento alla Casa Bianca contro l’epidemia di coronavirus, che ha ieri fatto per il quarto giorno consecutivo oltre mille vittime – non accadeva da agosto – e che ha stabilito l’ennesimo nuovo record di contagi in un solo giorno con oltre 129 mila.

Il virus torna a colpire alla Casa Bianca, dove sono positivi il capo di gabinetto Mark Meadows e altri quattro membri dello staff, alimentando il timore di un nuovo focolaio, dopo quello sviluppatosi il 26 settembre che fece ammalare il presidente e la first lady.

Fronte Senato, si conferma che entrambi i seggi della Georgia andranno al ballottaggio il 5 gennaio. Il che lascerà incerta la maggioranza della Camera Alta fino a quella data.

Un presidente “arrabbiato e frustrato”
Fonti interne alla Casa Bianca descrivono ai media Usa un Trump “arrabbiato” e “frustrato” perché “non ci sono abbastanza persone che lo difendono”. E molti, in effetti, all’interno dell’Amministrazione hanno già iniziato a cercare lavoro, prevedendo una sconfitta: “È finita”, ammettono.

Ci sono timori su quel che Trump potrà fare, al di là dei dubbi sulla possibile ammissione o meno della sconfitta. In un comunicato diffuso dalla sua campagna elettorale si dice che “gli americani meritano una totale trasparenza” sul loro voto: “perseguiremo ogni via legale”, per garantire “l’integrità dell’intero processo elettorale”.

La campagna di Biden non intende però subordinare la proclamazione della vittoria all’ammissione della sconfitta da parte di Trump. “Non è Trump che decide chi vince le elezioni, ma gli americani”.

L’establishment repubblicano prende le distanze?
Il senatore repubblicano Mitt Romney critica il presidente, di cui è il massimo oppositore all’interno del partito, per le accuse lanciate contro il processo elettorale, evocando brogli. Per Romney, Trump ha diritto di chiedere riconteggi dove la corsa è serratissima e indagini su presunte irregolarità, ma “sbaglia” ad avanzare accuse senza fondamento di brogli, perché “così facendo danneggia la causa della libertà qui e nel mondo”.

Il senatore Lindsey Graham, molto vicino al presidente e che ha donato mezzo milione di dollari agli sforzi legali della sua campagna per contestare una vittoria del rivale, è pronto a collaborare con Biden, se dovesse risultare eletto. “Quando si tratta di trovare un terreno comune, io ci sto – dice ai giornalisti -… Gli darò il mio input su chi sono pronto a votare come segretario di Stato o alla giustizia… Ci sono nomi che non potrei votare perché non qualificati o estremisti”.

Graham è stato per anni un moderato nei ranghi repubblicani e, prima d’avvicinarsi a Trump, è stato un amico personale di Biden: “Se non ammiri Joe come persona, hai un problema”, disse nel 2015: “Devi fare un esame di coscienza perché che cosa c’è in lui che non ti può piacere?”.

Dalla campagna di Biden, trapela che una delle prime telefonate del presidente eletto sarà al leader dei senatori repubblicani Mitch McConnell: i due hanno rapporti di lunghissima data in Senato e furono protagonisti di diversi compromessi, durante la presidenza di Obama. La telefonata vuole essere un gesto distensivo, ma vuole anche servire ad aprire subito un canale di dialogo, perché McConnell, nel caso di un Senato ancora a maggioranza repubblicana, avrà un ruolo chiave nel fare passare la squadra di governo.